Accendere i fuochi

Se state cercando un libro che faccia riflettere senza appesantire, Accendere i fuochi. Manuale di lotta e gentilezza di Gianrico Carofiglio è una piccola gemma da non sottovalutare. Non è un romanzo nel senso classico, ma una raccolta di pensieri, esempi e suggestioni sul potere delle parole e sull’importanza di usarle con consapevolezza.

Accendere i fuochi nasce da un’idea semplice ma potentissima: le parole non sono mai neutre. Possono chiarire o confondere, unire o dividere, costruire ponti oppure alzare muri. Carofiglio, con il suo stile limpido e diretto, ci accompagna in un percorso che mescola diritto, filosofia, retorica e vita quotidiana.

Il titolo stesso è una metafora evocativa: accendere i fuochi significa illuminare, dare energia, stimolare il pensiero. Ed è proprio quello che il libro fa, pagina dopo pagina.

Viviamo in un’epoca in cui la comunicazione è continua, veloce e spesso superficiale. Tra social network, commenti impulsivi e informazioni che scorrono senza filtro, il rischio di usare le parole in modo distratto è altissimo.

Uno dei punti di forza del libro è il tono: mai pedante, mai distante. Carofiglio riesce a essere profondo senza risultare complicato. Alterna esempi concreti, riferimenti culturali e riflessioni personali, creando un equilibrio che rende la lettura fluida e stimolante.

È il classico libro che si può leggere in poche ore, ma che continua a lavorarti dentro anche dopo averlo chiuso. Alla fine, Accendere i fuochi è soprattutto questo: un invito a rallentare. A non lasciarsi trascinare dalla fretta recuperando il valore del pensiero prima della parola.

In un mondo in cui spesso parlare di più sembra più importante che dire meglio, questo libro è quasi controcorrente. Ed è proprio per questo che vale la pena leggerlo.

L’obsolescenza silenziosa dei Kindle

C’è una linea sottile tra innovazione e abbandono, e la scelta di Amazon di non aggiornare più i Kindle usciti prima del 2013 (parliamo comunque di 13 anni, eh) sembra muoversi proprio su quel confine.

Parliamo di dispositivi che, nella maggior parte dei casi, funzionano ancora benissimo: nati per leggere e basta (io ho un Paperwhite che consiglio), lo fanno ancora oggi senza problemi. Eppure diventano improvvisamente vecchi non per limiti reali, ma perché esclusi dagli aggiornamenti e, nel tempo, da parti dell’ecosistema.

Certo, mantenere in vita tecnologie datate ha un costo e il progresso non si può fermare. Ma qui emerge qualcosa di più profondo: nel mondo digitale, non è più chi possiede un oggetto a deciderne la durata, bensì chi ne controlla i servizi.

È una forma di obsolescenza silenziosa. Non si rompe nulla, ma tutto si restringe: così un dispositivo ancora valido viene accompagnato lentamente verso l’uscita.

Forse il punto non è opporsi al cambiamento, ma chiedersi quanto velocemente siamo disposti ad accettarlo. Perché se anche un lettore di libri diventa temporaneo, allora la domanda resta: quanto durano davvero le cose che compriamo?

E lo Stato che fa?

Tutte le volte che qualcuno perde la vita sul luogo di lavoro (vedi quello che è successo oggi a Palermo) e leggo le varie reazioni con parole di circostanza di politici e affini, mi viene in mente quella canzone di De André che a un certo punto faceva

Prima pagina, venti notizie
Ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
Si costerna, s’indigna, s’impegna
Poi getta la spugna con gran dignità

1093 morti nel 2025, 71 nei primi due mesi del 2026 (dato più alto della media dell’Unione Europea): non sono incidenti, sono fallimenti di un sistema che continua a voltarsi dall’altra parte. Sistema che ritiene la sicurezza sia un inutile costo.

Il lavoro dovrebbe essere dignità, non rischio. Dovrebbe costruire futuro, non interromperlo. Continuare a raccontarla come una fatalità è il modo più comodo per non cambiare nulla.

Ed è proprio questo che non possiamo più permetterci.

L’ennesimo fallimento del calcio italiano

Atalanta, Inter, Juventus e Napoli che non hanno superato gli ottavi di Champions League, stasera le sconfitte di Bologna e Fiorentina in Europa e Conference League che precludono pesantemente il passaggio del turno: le notti europee, per le squadre italiane, stanno diventando sempre più un esercizio di nostalgia. Queste sconfitte in coppa non sono solo episodi sfortunati, ma il riflesso di un sistema che fatica a tenere il passo con il calcio che cambia.

Mentre in altri paesi si investe su infrastrutture, giovani e idee, in Italia si resta spesso aggrappati al passato: stadi vecchi, progettualità fragili, allenatori costretti a fare miracoli più che a costruire. Il risultato? Squadre che partono con entusiasmo e si spengono quando il livello si alza davvero.

Non è solo una questione tecnica: è mentale, culturale. Si gioca per non perdere, quando in Europa bisogna avere il coraggio di vincere. E quel coraggio, oggi, sembra merce rara.

Eppure il talento non manca. I giovani ci sono, le piazze pure, la passione non si discute. Serve però una visione diversa: meno alibi, più programmazione. Perché le sconfitte fanno male, ma possono anche essere un punto di partenza. 

A patto di voler davvero cambiare.

Il rapporto tra Trump e la NATO

Dopo le ultime dichiarazioni di Trump, credo che l’Europa debba riflettere molto sul rapporto tra il presidente americano e la NATO. 

Storicamente è stato, fin dall’inizio, una miscela esplosiva di diffidenza, pragmatismo e provocazione: più che un’alleanza scontata, è sembrata spesso una relazione in bilico, fatta di strappi pubblici e riavvicinamenti strategici.

Con le sue dichiarazioni Trump sembra mettere sempre in discussione uno dei pilastri della NATO: il principio di difesa collettiva. Le sue critiche si concentrano soprattutto sui contributi economici dei Paesi membri, accusati di servirsi delle risorse degli Stati Uniti: una posizione che ha scosso gli equilibri interni dell’Alleanza, costringendo molti governi europei a rivedere le proprie spese militari.

Eppure, dietro i toni duri e le dichiarazioni spesso sopra le righe, si intravede una strategia precisa: ridefinire i rapporti di forza e ottenere maggiore impegno dagli alleati. In questo senso, Trump agisce più come un negoziatore aggressivo che come un vero oppositore della NATO.

Il risultato? Un’alleanza più nervosa, ma anche più consapevole delle proprie fragilità.

Il rapporto tra Trump e la NATO mi sembra racconti molto di più di una semplice e continua tensione politica: è lo specchio di un mondo in cui anche le alleanze storiche non sono più intoccabili, ma devono continuamente reinventarsi per restare rilevanti.

Avvocato Ligas

Ho finito qualche giorno fa la prima stagione (sei episodi in tutto) della serie targata Sky Avvocato Ligas con Luca Argentero. 

Nel panorama delle serie televisive a tema legale, si distingue come un prodotto capace di coniugare tensione narrativa, introspezione dei personaggi e uno sguardo realistico sul mondo della giustizia. Non si tratta solo di una classica serie giudiziaria, ma di un racconto che esplora le sfumature morali, personali e professionali di chi vive quotidianamente il diritto come strumento e responsabilità.

Uno degli elementi più riusciti della serie è senza dubbio il protagonista. Lorenzo Ligas non è un eroe stereotipato, ma un personaggio complesso, fatto di contraddizioni, dubbi e convinzioni profonde: questa caratterizzazione lo rende immediatamente credibile e vicino allo spettatore. La sua evoluzione nel corso degli episodi contribuisce a dare continuità e profondità alla narrazione.

Dal punto di vista della scrittura, la serie si mantiene su un livello alto. I casi legali affrontati non sono mai soltanto espedienti narrativi, ma diventano occasioni per riflettere su temi attuali come l’etica professionale, la giustizia sociale e il confine tra legge e coscienza. I dialoghi sono ben costruiti, spesso incisivi, e riescono a mantenere un buon equilibrio tra tecnicismi legali e accessibilità per il pubblico.

Anche la struttura narrativa merita un commento positivo. Ogni episodio presenta un caso che si sviluppa e si risolve, ma al tempo stesso contribuisce a un arco narrativo più ampio che coinvolge la vita personale e professionale del protagonista. Questo doppio livello rende la visione coinvolgente sia per chi ama le storie autoconclusive sia per chi preferisce seguire trame più articolate nel lungo periodo.

Un altro punto di forza è la capacità della serie di affrontare tematiche complesse senza appesantire la narrazione. Questioni morali e dilemmi etici vengono presentati in modo naturale, stimolando la riflessione dello spettatore senza risultare didascalici o eccessivamente moralisti.

In conclusione, Avvocato Ligas si rivela una serie ben costruita, interessante e capace di mantenere alto l’interesse episodio dopo episodio. È un prodotto consigliato a chi ama le storie legali, ma anche a chi cerca una narrazione che vada oltre il semplice intrattenimento, offrendo spunti di riflessione su giustizia, responsabilità e scelte personali.

Le dieci parole tradite

Ci sono libri che non si limitano a raccontare, ma invitano a fermarsi e riflettere. Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento di Venanzio Postiglione (uscito oggi) è uno di questi.

Con uno stile chiaro e coinvolgente, l’autore analizza dieci parole fondamentali del nostro vivere civile, mostrando come nel tempo abbiano perso forza, precisione e profondità. Termini come democrazia o talento vengono spesso usati in modo superficiale, fino a svuotarsi del loro significato originario. Postiglione, però, non si limita alla critica: il suo è un invito a recuperare il valore autentico del linguaggio.

Il libro colpisce per equilibrio e lucidità. Ogni capitolo è uno specchio del presente, in cui il lettore si riconosce tra abitudini linguistiche distratte e semplificazioni quotidiane. Ma proprio da questa consapevolezza nasce una possibilità: quella di restituire peso alle parole e, con esse, alle idee che rappresentano.

In un’epoca dominata dalla velocità, questo saggio ci ricorda quanto sia importante rallentare e pensare, perché le parole non sono solo strumenti, ma fondamenta della nostra civiltà.

Un libro attuale, accessibile e necessario, capace di lasciare un segno e di farci usare il linguaggio (e quindi il pensiero) con maggiore attenzione.

Medvedev e il tempo galantuomo

Nel tennis, sport fatto di eleganza, rispetto e nervi saldi, ci sono momenti che stonano: è quello che è accaduto durante una partita tra Daniil Medvedev e Jannik Sinner alle Finali ATP del 2021, quando il tennista russo (in vantaggio), sbadigliando, si è reso protagonista di un gesto poco sportivo che non è passato inosservato.

Medvedev non è nuovo a comportamenti sopra le righe. Il suo talento è indiscutibile, ma spesso si accompagna a reazioni impulsive che rischiano di offuscarlo: in questo caso, il gesto ha dato l’impressione di una mancanza di rispetto, verso l’avversario e verso il pubblico.

Dall’altra parte della rete, Sinner ha fatto ciò che ormai lo contraddistingue: ha lasciato parlare il campo (battendolo poi allo US Open nel 2024). Nessuna reazione scomposta, solo concentrazione e lucidità. Un contrasto netto, che ha reso ancora più evidente la differenza di atteggiamento tra i due.

Oggi il russo ha perso durante il torneo di Monte Carlo 6-0 6-0 contro Matteo Berrettini: chi ricorda come me la partita contro Sinner, non può che avere provato un po’ di compiacimento.

I gesti, anche quelli fugaci, raccontano molto più di un punteggio e quando si scivola in comportamenti poco corretti, si rischia di perdere qualcosa che va oltre il match.

Lo sport spesso non dimentica: ha bisogno di talento, certo, ma anche di rispetto. Sempre.

Finché durerà la terra

Giovanni Grasso è un bravo giornalista e scrittore (e non solo), balzato agli onori delle cronache il 27 marzo 2020 per una frase pronunciata dal Presidente Mattarella durante un suo discorso

Eh, Giovanni non vado dal barbiere neanche io!

Quelle parole ci fecero cogliere un altro aspetto del lato umano del Capo dello Stato che in quella situazione d’emergenza (eravamo in pieno lockdown) intervenne più volte per sostenere cittadini e famiglie, partiti di maggioranza e di opposizione.

Il Giovanni citato dal Presidente ha appena pubblicato per Rizzoli Finché durerà la terra dopo i successi dei precedenti Il segreto del tenente Giardina (Premio Mondello Opera Italiana 2024 e Premio Mondello Giovani 2024) e L’amore non lo vede nessuno.

Autoironico e colto, ma irrimediabilmente maldestro, Noè Simenoni è un uomo irrisolto per colpa del destino che gli ha giocato brutti scherzi. Ex seminarista, conduce una vita dimessa, tenuta insieme con fatica, fatta di frustrazioni, conti che non tornano e responsabilità familiari: una sorella scapestrata, Valeria, e una nipotina gravemente malata, Greta, che per lui è una figlia a tutti gli effetti. Quando un potente cardinale lo convoca in Vaticano e gli propone un compito rischioso, ma ben retribuito, capisce che la sua esistenza e quella dei suoi cari potrebbe essere a un punto di svolta. Dovrà infiltrarsi in una misteriosa comunità, guidata da due improbabili veggenti, e ossessionata da un nuovo Diluvio, attorno alla quale ruotano e si intrecciano sentimenti genuini e condizionamenti psicologici, misticismo e interessi molto terreni. Nei panni di agente segreto al servizio di Sua Santità, sarà costretto a fingere e mentire, ad accettare continui compromessi con la sua coscienza e finirà per cacciarsi in un mare di guai.

Ambientato negli anni recentissimi del pontificato bergogliano, Finché durerà la terra è anche l’avventura in una Chiesa che deve fare i conti tra la dimensione verticale e quella orizzontale, in una fase di disorientamento per cui i seminari e i conventi si svuotano, il senso del sacro e della religione sembrano svaniti e nessuno ha più voglia di sentire parlare di Dio dai pulpiti delle chiese.

Guarda che luna

C’è qualcosa di profondamente umano nel tornare a guardare la Luna con occhi nuovi. Con la missione Artemis II, la NASA riporta l’umanità a un passo dal nostro satellite, riaccendendo una curiosità che non si è mai davvero spenta.

Dopo decenni dalle missioni Apollo, Artemis II non è solo un viaggio tecnico: è un ritorno simbolico. Un equipaggio umano che vola intorno alla Luna senza atterrare, ma tracciando la strada per nuove esplorazioni. È come bussare di nuovo alla porta di un vicino che credevamo di conoscere già, per scoprire che ha ancora mille segreti.

La Luna, apparentemente immobile e silenziosa, è in realtà un archivio cosmico: custodisce tracce della nascita del sistema solare, racconta impatti antichissimi e forse nasconde risorse utili per il futuro dell’esplorazione spaziale. Tornarci non è nostalgia, ma ambizione.

Artemis II ci ricorda che esplorare non è solo andare lontano: è soprattutto guardare meglio ciò che abbiamo davanti da sempre. E forse, in quel chiarore familiare che illumina le nostre notti, c’è ancora molto più da scoprire di quanto immaginiamo.