AI come ansia

AI come ansia di Sonia Montegiove è un libro lucido e sorprendentemente accessibile: in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale è ovunque (spesso raccontata con toni apocalittici o, al contrario, ingenuamente entusiasti) l’autrice riesce a riportare il discorso su un piano umano, concreto.

Montegiove non nega le preoccupazioni, anzi le affronta di petto: il lavoro che cambia, la privacy che si assottiglia, il senso di inadeguatezza davanti a tecnologie sempre più veloci. Ma lo fa senza cedere al panico, accompagnando il lettore in una riflessione critica e consapevole. Il merito più grande del libro è proprio questo: trasformare l’ansia in comprensione.

Lo stile è chiaro, diretto, mai accademico, capace di parlare sia a chi mastica tecnologia sia a chi ne è intimorito: gli esempi concreti aiutano a orientarsi, mentre le domande che il libro solleva restano addosso anche dopo l’ultima pagina.

AI come ansia non è solo un saggio sull’intelligenza artificiale, ma uno strumento per leggere il presente senza farsi travolgere: un invito a rallentare, capire e soprattutto non avere paura di porsi le domande giuste.

La scatola delle lacrime

La scatola delle lacrime di Han Kang (uscito oggi) è un romanzo intenso e delicato, capace di insinuarsi lentamente nel lettore e lasciarvi un segno profondo: l’autrice sudcoreana Premio Nobel per la Letteratura 2024 conferma la sua straordinaria sensibilità nel raccontare il dolore, trasformandolo in materia narrativa essenziale e mai compiaciuta.

La scrittura è limpida, quasi rarefatta, ma ogni parola pesa e vibra: Han Kang costruisce una storia fatta di silenzi, memoria e fragilità, in cui le emozioni emergono con una forza sotterranea che sorprende. Il tema della sofferenza (individuale e collettiva) viene affrontato con uno sguardo intimo, senza retorica.

Ciò che colpisce è la capacità di rendere universale ciò che è profondamente personale: il lettore non resta spettatore, ma viene coinvolto in un’esperienza emotiva autentica, quasi fisica.

La scatola delle lacrime è un libro che non si limita a raccontare, ma invita ad ascoltare. E proprio in questa sua delicatezza risiede la sua potenza più grande.

La versione di Trump

Dall’altra parte dell’oceano c’è un uomo molto ricco di settantanove anni a cui è stato dato un potere enorme, quasi senza limiti.

Ma il punto non è tanto lui: se fosse solo, il sistema democratico americano lo avrebbe già messo da parte. Il vero nodo sono le molte persone che lo appoggiano. Pensare di indebolire il suo consenso mettendo in luce le sue uscite imbarazzanti o i suoi comportamenti è inutile.

Qualcuno dice: “Guardate, ha pubblicato l’immagine con gli Obama rappresentati come scimmie” sottintendendo che è un razzista.

Qualcun altro rilancia: “Guardate, era nel giro di Epstein e adescava le ragazzine” per far notare la sua scarsa moralità.

Qualcun altro ancora: “Se ne va agli incontri di lotta, mentre Vance negozia con l’Iran” per sottolineare l’assenza di sensibilità politica.

Poi, non discutiamo neppure di quello che ha detto oggi su Leone XIV.

Non serve. I suoi sostenitori lo acclamano proprio perché è razzista, amorale e politicamente poco interessato a quello che non lo riguarda direttamente.

E sono tanti perché al mondo ci sono tanti che la pensano come Trump: tanti che al suo posto, direbbero e farebbero esattamente quello che dice e fa lui.

Leggendo in rete, guardando la TV o anche semplicemente sentendo conversazioni al bar, siamo poi così sicuri che la visione trumpiana sia così circoscritta?

Tutto corretto dall’AI, niente pensato

C’è una scorciatoia sempre più usata nell’informazione: far scrivere articoli all’intelligenza artificiale: veloce, economica, instancabile. Ma a che prezzo?

Un testo generato può essere corretto, scorrevole, persino convincente. Eppure manca qualcosa: uno sguardo. Il giornalismo non è solo mettere insieme informazioni, è scegliere cosa raccontare e come farlo. È responsabilità, esperienza, sensibilità.

Il rischio è un’informazione sempre più uniforme, fatta di articoli che si somigliano, senza voce e senza attrito. Se tutti usano gli stessi strumenti, il risultato è un racconto piatto, prevedibile, facilmente sostituibile.

C’è poi un nodo cruciale: chi risponde di ciò che viene scritto? Quando la firma è umana, la responsabilità è chiara. Quando scrive una macchina, lo è molto meno.

Esiste però una via intermedia: usare l’AI come supporto e non come sostituto. Un testo può essere generato e poi rivisto, corretto, arricchito da una persona. È lì che torna il valore umano: nella scelta delle parole, nel taglio, nelle sfumature (certo, bisogna stare un po’ attenti per evitare quello che è successo la scorsa settimana nell’edizione cartacea de La Sicilia)

Non è una guerra alla tecnologia. Ma se automatizziamo la scrittura, rischiamo di automatizzare anche il pensiero. E a quel punto, più che informare, ci limiteremo a riempire spazi.

La sconfitta di Orbán

La politica di Viktor Orbán ha rappresentato negli ultimi anni uno dei casi più discussi d’Europa: centralizzazione del potere, controllo crescente sui media, tensioni con le istituzioni europee e una retorica identitaria sempre più marcata. Un modello che molti hanno definito democrazia illiberale, formula che già da sola suona come un ossimoro politico.

In questo contesto, la sua sconfitta elettorale viene letta da molti come una buona notizia. Non tanto per la vittoria di Peter Magyar (avvocato collocato politicamente verso posizioni di centro/centrodestra), ma per ciò che implica: il ritorno dell’alternanza, il rafforzamento del pluralismo, la possibilità che il potere non si cristallizzi troppo a lungo nelle stesse mani.

Le democrazie vivono di equilibrio e ricambio. Quando il consenso si trasforma in dominio stabile e quasi ininterrotto (Orbán era in carica dal maggio 2010), il rischio è quello di assuefarsi a un’unica narrazione, riducendo lo spazio del dissenso. Per questo, ogni scossone elettorale che riapre il gioco politico viene accolto come un segnale di salute democratica.

Non è una questione di tifoserie, ma di sistema: l’idea che il potere debba sempre poter essere messo in discussione. Anche quando sembra solido, anche quando appare inattaccabile.

Soprattutto, poi, se illiberale.

Quando il confronto diventa rumore

Nel solito teatro del talk politico italiano, la lite tra Bruno Vespa e Giuseppe Provenzano segna un altro passo verso la deriva urlata del dibattito pubblico.

A colpire non è tanto il contenuto, quanto il tono: le urla del conduttore di Porta a Porta hanno sovrastato il confronto, trasformandolo in uno scontro. Più che incalzare, Vespa è sembrato voler dominare la scena, sacrificando l’ascolto in favore della tensione.

Provenzano ha provato a restare nel merito, ma in un contesto così il ragionamento diventa rumore di fondo. Ed è qui il problema: quando a vincere è chi alza di più la voce, il dibattito perde senso.

Non è solo una questione di stile, ma di responsabilità. Chi conduce dovrebbe garantire equilibrio, non alimentare il caos. E invece la politica in tv sembra ormai piegata alle logiche dello scontro facile, perfetto per i social ma povero di contenuti.

Alla fine non resta molto: qualche clip virale e la sensazione che, ancora una volta, a perdere sia la qualità del confronto.

Quando il meteo perde la pazienza

Vivo a Palermo: ieri pomeriggio il termometro della mia auto segnava ben 31 gradi, tanto da convincermi a uscire per questo weekend le magliette a maniche corte. Oggi, la situazione è questa, con successivi cambi di programma e maglioncini riesumati

Il clima non sta più cambiando lentamente come un tempo: sta accelerando, e lo fa in modo sempre più improvviso: ondate di caldo fuori stagione, piogge estreme, alluvioni lampo, sbalzi termici che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati eccezioni oggi diventano normalità.

Questa non è più solo la crisi climatica raccontata in prospettiva futura. È una realtà che si manifesta nella sua forma più evidente: l’instabilità. Il meteo non segue più schemi prevedibili, ma oscillazioni rapide che mettono in difficoltà città, infrastrutture e agricoltura.

Il punto è che non si tratta di singoli eventi isolati, ma di una tendenza che ormai è consuetudine. L’atmosfera accumula più energia e la rilascia in modo irregolare, rendendo ogni stagione meno affidabile della precedente.

Di fronte a cambiamenti così rapidi, non basta più adattarsi lentamente. Serve ripensare il modo in cui costruiamo, pianifichiamo e viviamo il territorio. 

Perché il clima, oggi, non avvisa più in anticipo: arriva.

Father Mother Sister Brother

Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch (in programmazione su Sky in questi giorni) è una delusione che pesa soprattutto per le aspettative. Il regista, solitamente capace di trasformare silenzi e marginalità in poesia (bellissimo il suo Coffee and Cigarettes del 2003), qui sembra girare a vuoto, intrappolato in una forma che non riesce più a sostenere.

La struttura episodica appare fragile, più un collage di idee che un racconto vero. I personaggi restano distanti, appena abbozzati, e le loro relazioni non trovano mai profondità né urgenza: ne nasce un senso di freddezza che rende difficile qualsiasi coinvolgimento.

Il ritmo lento, marchio di fabbrica di Jarmusch, perde qui la sua forza evocativa e diventa semplicemente statico. Anche la cura visiva, pur elegante, non basta a compensare un vuoto narrativo evidente.

Più che un’evoluzione, il film sembra una ripetizione stanca del suo cinema: il risultato è un’opera che lascia poco, se non la sensazione di un’occasione sprecata.

Ma come è possibile abbia vinto a Venezia l’anno scorso?

Amici di Maria De Filippi spiegato semplice

Se dovessimo spiegare l’Italia contemporanea a un alieno, una puntata di Amici di Maria De Filippi sarebbe più utile di molti manuali. Dentro quel programma si concentra una nostra ossessione: il talento come racconto, più che come dato.

A guidare il rito c’è Maria De Filippi, figura ormai centrale più come mediatrice narrativa che come semplice conduttrice: il suo ruolo è tenere insieme disciplina e conflitto, emozione e controllo, dentro una macchina televisiva perfettamente oliata.

Amici è una scuola solo in superficie: in realtà è un laboratorio di identità pubbliche. Gli allievi imparano rapidamente che non basta essere bravi: bisogna essere raccontabili. Ogni talento deve diventare una storia, meglio se di fatica, fragilità e riscatto. È la logica del presente: non cosa sai fare, ma chi sei mentre lo fai.

I professori diventano figure di scontro continuo, quasi personaggi di un teatro stabile, mentre gli allievi oscillano tra disciplina e performance emotiva. Ogni esibizione è insieme esame e episodio di una serie, in cui lo spettatore si affeziona più alla narrazione che alla tecnica.

Il cuore del programma è l’emozione: le lacrime valgono quanto una nota riuscita, spesso di più. Qui si riflette una trasformazione culturale evidente: la vulnerabilità è diventata parte integrante della performance. Non basta eccellere, bisogna sentire in modo visibile e televisivo.

Il voto sembra democratico, ma si muove dentro una struttura narrativa già orientata: è una forma di partecipazione emotiva, più che decisionale.

In fondo Amici funziona perché è uno specchio: mostra una società in cui il talento esiste solo se racconta il bisogno collettivo di trasformare ogni percorso in una storia che possa essere vista, condivisa e ricordata.

Su Miss Italia e Ditonellapiaga

La musica trova sempre nuovi fronti di polemica, e questa volta il palco non c’entra: leggevo in questi giorni di Ditonellapiaga, coinvolta in una disputa legale per l’uso del nome Miss Italia come titolo del suo ultimo album (uscito ieri).

Da una parte, la libertà creativa di un’artista che sceglie un titolo evocativo: dall’altra, la tutela di un marchio storico come quello di Miss Italia. Un equilibrio delicato, perché quando un nome è così radicato nell’immaginario collettivo, diventa difficile stabilire dove finisca il brand e dove inizi il linguaggio comune.

La vicenda apre una questione più ampia: è giusto limitare l’uso artistico di simboli popolari? Oppure un marchio ha il diritto di difendere la propria identità anche fuori dal suo contesto originale?

Ditonellapiaga rappresenta una generazione che rielabora e riscrive i simboli. E proprio qui nasce lo scontro: tra chi custodisce la tradizione e chi la reinventa.

Più che una causa, è un confronto tra visioni: alla fine, più che un nome conteso, resta una sfida aperta su dove finisca un diritto e inizi la libertà artistica (che poi, perché le stesse polemiche non ci sono state per l’album di Jack Savoretti con lo stesso titolo?)