A ferro e fuoco

La rabbia può essere comprensibile e persino necessaria quando scaturisce da un’ingiustizia, ma non ogni azione compiuta sotto la sua spinta può essere considerata, automaticamente, una forma di impegno politico.

Danneggiare una libreria (cosa che nello specifico mi tocca molto da vino), saccheggiare un’attività commerciale o distruggere il frutto del lavoro di chi lotta quotidianamente per mantenersi non significa attaccare il potere. Al contrario, vuol dire colpire persone che, nella maggior parte dei casi, vivono sulla propria pelle le stesse disuguaglianze contro cui si dichiara di protestare.

In questa forma di violenza esiste una contraddizione che riguarda non soltanto la sfera morale, ma anche quella politica: si rivendica il rispetto dei propri diritti negando quelli altrui. Si parla di giustizia sociale, ma poi si riversa la propria rabbia contro lavoratori, commercianti e spazi dedicati alla cultura.

La devastazione di una libreria rappresenta un’immagine particolarmente amara, perché i libri conservano anche la memoria delle lotte, delle rivoluzioni e delle conquiste sociali che hanno contribuito a costruire i diritti di cui oggi possiamo beneficiare.

Credo che, da una prospettiva di sinistra, sia fondamentale sostenere le motivazioni alla base delle proteste senza dover giustificare necessariamente ogni comportamento di chi vi prende parte. Al contrario, proprio perché quelle rivendicazioni sono importanti, occorre impedire che vengano snaturate da azioni che ne contraddicano i principi.

La violenza rischia infatti di mettere in secondo piano le motivazioni di una protesta, comprometterne la credibilità agli occhi dell’opinione pubblica e fornire alle istituzioni e al potere contestato un alibi per sottrarsi al confronto sulle questioni concrete sollevate dai manifestanti.

Sacrifici #426

Risotto con crema di zucchine, gamberi, pomodorini e granella di pistacchi.

Su Eni e la verde scontata

La pantomima in corso di ENI e compagnia sul prezzo dei carburanti mi ricorda quella volta che, controllando (visto che sono un coglione) per la prima volta i costi delle assicurazioni auto, chiamai il mio assicuratore facendogli presente che in giro c’erano polizze con la mia medesima copertura che costavano la metà di quanto pagavo con lui. Lui serafico mi rispose: non c’è problema, ti faccio anch’io lo stesso prezzo.

Massimo Mantellini su Substack

C’était ça ou mourir

A me sembra che, se si scoprisse che un libro molto apprezzato proprio per il suo stile e per la qualità della scrittura, come C’était ça ou mourir di Orelien, è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, questo non rappresenterebbe necessariamente un argomento contro l’uso dell’IA. Anzi, potrebbe essere letto in senso opposto: se il risultato è capace di conquistare i lettori e di essere apprezzato per le sue qualità letterarie, allora l’impiego dell’intelligenza artificiale può essere considerato uno strumento, piuttosto che un elemento che di per sé sminuisce il valore dell’opera.

Qui la storia completa.

Sacrifici #425

Risotto con pescespada, crema di melanzane, pomodorini e mentuccia.

Max, Mischa e l’offensiva del Tet

Max, Mischa e l’Offensiva del Tet è un romanzo che richiede tempo (anche perché lungo oltre 1200 pagine), attenzione e una certa disponibilità a lasciarsi portare altrove. Johan Harstad non punta alla trama serrata o al colpo di scena: costruisce invece un grande spazio narrativo, fatto di città, opere d’arte, canzoni, amicizie e ricordi che continuano a riemergere.

Max Hansen, artista norvegese trapiantato negli Stati Uniti, è il centro di questa storia-mondo. Attorno a lui si muovono Mischa e Owen, ma anche una costellazione di figure, incontri e assenze che finiscono per comporre il ritratto di una generazione. Le relazioni sono imperfette, spesso dolorose, ma raccontate con una sincerità che evita ogni sentimentalismo facile.

L’Offensiva del Tet, richiamata nel titolo, non è un semplice sfondo storico. La guerra del Vietnam si insinua nella vita dei personaggi attraverso la memoria, il trauma e le conseguenze che il passato lascia nel presente. Harstad riesce a tenere insieme la dimensione privata e quella collettiva, senza mai trasformare la Storia in decorazione.

È un romanzo vasto, a tratti digressivo, ma proprio qui sta la sua forza. Le deviazioni, i dettagli e le lunghe parentesi non rallentano soltanto il racconto: gli danno respiro, spessore e una particolare intensità emotiva. Si ha la sensazione di accompagnare questi personaggi per anni, di vederli cambiare, perdersi e ritrovarsi.

Max, Mischa e l’Offensiva del Tet è una lettura per chi ama i libri-mondo, quelli capaci di creare un legame duraturo con il lettore. Ambizioso, malinconico e pieno di vita, è un romanzo che resta addosso ben oltre l’ultima pagina.

Come se ne esce

Viviamo in un mondo che sembra diventato improvvisamente più fragile, imprevedibile e difficile da capire: ogni giorno arrivano notizie che ci preoccupano, e spesso anche solo provare a stare dietro a tutto diventa faticoso.

Sarebbe però un errore pensare che basti aspettare la fine dell’era Trump per tornare alla normalità: Donald Trump, in fondo, è più il sintomo che la causa di una crisi molto più profonda. Una crisi politica, sociale e culturale che non sparirà con un cambio alla Casa Bianca. Se non verrà affrontata, continuerà semplicemente a produrre altri Trump, magari con nomi e facce diverse.

Il vecchio ordine internazionale non sembra più in grado di reggere, mentre quello nuovo è ancora tutto da costruire. E nel frattempo le democrazie fanno fatica a trovare risposte.

Perché una democrazia diventa difficile da difendere quando non riesce più a garantire ciò che promette: lavoro, sicurezza, libertà, servizi, diritti, possibilità di costruirsi un futuro. Quando le persone smettono di fidarsi delle istituzioni, chi vuole demolirle trova terreno fertile. La sfiducia diventa consenso e il malessere si trasforma in voto.

È anche da qui che nasce il caos che gli Stati Uniti sembrano esportare nel resto del mondo: un caos che, prima ancora di essere geopolitico, è interno. E forse per questo non basteranno diplomazia, incontri internazionali e appelli alla moderazione.

La crisi è molto più profonda.

Ma allora come se ne esce? Come si mette davvero la parola fine a questa lunga stagione politica? E soprattutto, chi sta già provando a costruire qualcosa dopo Trump?

È da queste domande che parte Francesco Costa, andando a cercare risposte non nei palazzi del potere, ma tra le persone e nei luoghi in cui l’America sta provando concretamente a cambiare direzione: comunità che affrontano problemi reali, città che cercano nuove strade, territori che provano a ricostruire fiducia, industria e lavoro.

Come se ne esce è un viaggio attraverso un’America diversa, quella che non aspetta che qualcuno risolva i problemi al posto suo e che prova, giorno dopo giorno, a dimostrare che la democrazia può ancora funzionare.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante: la storia raccontata non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Perché mentre continuiamo a discutere delle vecchie regole e di chi le sta distruggendo, c’è già qualcuno che ha cominciato a scriverne di nuove.

Sacrifici #424

Calamaro ripieno con insalata di pomodoro, cipolla di Tropea e olive di Castelvetrano.

Perfect days

Segnalo una cosa bella per chi, ogni tanto, ha voglia di guardare un film senza inseguire necessariamente colpi di scena, effetti speciali o trame complicatissime.

Nel catalogo gratuito di RaiPlay è arrivato (mea culpa, non so da quando) Perfect Days (2023), il bellissimo film di Wim Wenders.

Il protagonista, Hirayama, pulisce i bagni pubblici di Tokyo. La sua vita sembra ripetersi uguale ogni giorno: il lavoro, la musica ascoltata nelle vecchie cassette, i libri, le fotografie, qualche incontro casuale. Eppure, proprio dentro questa apparente normalità, Hirayama sembra aver trovato un modo tutto suo di stare al mondo.

È un film che non ha fretta: osserva le piccole cose, quelle che normalmente ci passano davanti senza che ce ne accorgiamo e riesce a trasformarle in qualcosa di importante.

Forse è proprio questo il bello di Perfect Days: ricordarci che non tutte le giornate devono necessariamente essere straordinarie per essere belle.

Se non l’avete ancora visto, recuperatelo: potrebbe diventare uno di quei film da riguardare quando avete bisogno di rallentare un po’.

Sacrifici #423

Risotto con pescespada, pomodorini e mentuccia.