Scrolling

Lo scrolling non è il vero problema.

È solo il sintomo di qualcosa di più profondo.

È ciò che accade quando le nostre giornate diventano piatte, prive di entusiasmo, novità e stimoli autentici: per questo, non serve colpevolizzarci.

Forse dovremmo fermarci e chiederci piuttosto dove trovare esperienze, relazioni e attività capaci di nutrirci davvero.

Come succedeva non più tardi di un decennio fa.

Vietare i social o insegnare ad abitarli?

Vietare i social agli under 16 sembra una soluzione semplice a un problema enorme. Ed è proprio questo che mi lascia perplesso: quando un tema è complesso, le scorciatoie raramente funzionano.

Sì, i social possono essere tossici. Possono amplificare ansie, dipendenze, bullismo, solitudine. Ma davvero pensiamo che basti spegnere un interruttore per risolvere tutto?

La domanda che mi faccio è un’altra: dov’erano gli adulti mentre le piattaforme diventavano il luogo dove intere generazioni crescevano senza strumenti? Dov’era la scuola? Dov’era una vera educazione digitale? Dov’era la politica quando algoritmi pensati per catturare attenzione diventavano più forti di qualsiasi presidio educativo?

Vietare è spesso la risposta più facile. Educare è la più difficile.

E poi c’è un rischio enorme: trasformare i ragazzi in un problema da contenere, invece che in persone da accompagnare. Perché il punto non è se un quindicenne entrerà online (entrerà comunque, magari aggirando divieti e controlli) ma con quali strumenti critici lo farà.

Forse il problema non è che i ragazzi stiano troppo sui social: forse il problema è che noi adulti abbiamo smesso da tempo di capire il mondo in cui vivono.

Apple affida Siri a Google

Al WWDC, Apple ha confermato che la componente cloud di Siri si basa ora su una versione personalizzata di Google Gemini, un modello da 1,2 trilioni di parametri che, secondo le indiscrezioni, costerebbe circa un miliardo di dollari all’anno in licenze.

È una scelta che fa discutere, soprattutto perché Apple ha sempre costruito la propria immagine sull’idea di controllare internamente hardware, software e servizi, oltre che sulla tutela della privacy: eppure oggi una parte fondamentale della sua strategia sull’intelligenza artificiale dipende da Google, che è anche uno dei suoi principali concorrenti.

La cosa interessante è che molte delle funzionalità più avanzate di Siri mostrate al WWDC 2024 (come la capacità di comprendere il contesto personale dell’utente, interpretare ciò che appare sullo schermo e svolgere azioni tra diverse app) non sono mai arrivate sul mercato nei tempi annunciati: dopo mesi di rinvii e persino il ritiro di alcune campagne pubblicitarie, Apple sembra aver scelto di affidarsi all’infrastruttura di Google per portare avanti questi progetti.

Il tutto arriva dopo un accordo da 250 milioni di dollari (!) raggiunto a maggio in relazione alla promozione di funzionalità di Siri che non erano ancora disponibili, e durante quello che potrebbe essere ricordato come l’ultimo keynote di Tim Cook prima delle dimissioni previste per il primo settembre.

In altre parole, Apple non ha realmente chiuso il gap nell’intelligenza artificiale con una tecnologia sviluppata interamente in casa: per il momento, ha deciso di colmarlo appoggiandosi a Google.

Amazon Luna: giocare senza complicarsi la vita

Non sono mai stato un grande videogiocatore, nemmeno da ragazzino: però, ogni tanto, a casa di amici, mi piace fare qualche partita.

Per chi ama i videogiochi, oggi tutto può sembrare sempre più complicato e anche parecchio costoso. Console di ultima generazione, PC da aggiornare continuamente, giochi enormi da scaricare: il rischio, soprattutto per chi gioca solo ogni tanto (come il sottoscritto), è sentirsi un po’ fuori posto. Ed è proprio qui che Amazon Luna, che ho provato in questi giorni, mi è sembrato interessante.

L’idea è molto semplice: niente console dedicate, niente computer super potenti. Serve soltanto una buona connessione Internet (io parto avvantaggiato con una fibra da 2500 MB) e un dispositivo compatibile. Il gioco non gira sul tuo dispositivo, ma sui server Amazon, e arriva direttamente sullo schermo in streaming.

La cosa più comoda? Non devi installare nulla, aspettare aggiornamenti interminabili o perdere tempo: scegli un gioco e nel giro di pochi secondi sei già lì a giocare. Basta un controller compatibile (come per esempio quello della PlayStation o della XBox). Per chi ha poco tempo libero e magari vuole staccare mezz’ora dopo il lavoro o nel weekend, è una comodità non da poco.

Anche il costo, secondo me, conta parecchio: non tutti hanno voglia di spendere centinaia di euro per una console o un PC da gaming, soprattutto se si gioca saltuariamente. Con Amazon Luna puoi accedere a diversi giochi tramite abbonamento (e quello base è persino incluso con Prime) usando dispositivi che probabilmente hai già in casa: smart TV, tablet o computer.

Certo, non è la soluzione perfetta per tutti: chi gioca molto e cerca il massimo delle prestazioni probabilmente continuerà a preferire console e hardware tradizionali, anche per avere più scelta nei titoli.

Ma per chi vuole qualcosa di immediato, semplice e senza troppi pensieri, Luna può essere davvero una buona alternativa.

In un mercato che sembra parlare soprattutto agli appassionati più accaniti, Amazon Luna ricorda una cosa semplice: giocare può ancora voler dire accendere un dispositivo, scegliere un titolo e divertirsi senza complicarsi troppo la vita.

Consigliato? Se non siete particolarmente esigenti, assolutamente sì. Potete provarlo cliccando qui.

I vent’anni di Spotify: la playlist dei ricordi

In occasione del suo ventesimo compleanno Spotify ha reso disponibili le statistiche degli ascolti di ogni utente da quando ha effettuato l’iscrizione sulla piattaforma.

Nel mio caso, parliamo di oltre tredici anni.

In vent’anni Spotify ha cambiato radicalmente il nostro modo di ascoltare musica: ha reso tutto immediato, infinito, disponibile ovunque. Ma insieme alla comodità è cambiato anche il rapporto con le canzoni: meno attesa, meno ritualità, più consumo veloce.

Spotify ha democratizzato l’ascolto e trasformato artisti sconosciuti in fenomeni globali. Allo stesso tempo ha spinto la musica dentro logiche sempre più algoritmiche che ci pongono davanti a un interrogativo: ascoltiamo davvero di più o semplicemente più in fretta?

Nonostante questo, è stato simpatico sapere che la prima canzone che ho ascoltato in assoluto è stata Volami nel cuore di Mina (per un millennial come me, la musica non è sottofondo: è archivio emotivo) e che l’artista che ho riprodotto più spesso è stato Francesco De Gregori (le sue canzoni non si ascoltano davvero fino in fondo la prima volta: restano lì e spesso iniziano a spiegarsi molti anni dopo).

Vedere poi la playlist con la classifica dei brani più ascoltati (in totale controtendenza rispetto a quelli più sentiti nello stesso periodo in tutta Italia), mi ha inevitabilmente fatto fare un tuffo nel passato con il giusto mix tra ricordi e nostalgia.

Il tempo, ascoltando musica, non scorre in avanti: si stratifica. Ogni ascolto aggiunge una versione nuova sopra quella precedente, senza cancellarla davvero.

E forse è per questo che certe canzoni non finiscono mai: non appartengono a un momento preciso, ma a tutti i momenti in cui siamo stati abbastanza diversi da risentirle come se fosse la prima volta.

Veltroni intervista l’AI

Ho letto con curiosità l’intervista di Walter Veltroni a Claude, una delle più avanzate applicazioni di intelligenza artificiale.

Non è il primo a legare il mondo del giornalismo con quello delle nuove tecnologie (in Italia, Il Foglio fa uscire settimanalmente un inserto con articoli scritti esclusivamente dall’AI): a questo giro però l’esperimento non mi sembra particolarmente riuscito.

C’è una cerchia di intellettuali (spesso di sinistra) che sembra parlare soprattutto a se stessa: produce contenuti che si credono brillanti, spesso scollegati dalla realtà, e li offre a un pubblico sempre più ristretto e autoreferenziale. Il problema non è l’ironia o la sperimentazione, ma la distanza: il rischio è restare chiusi in una bolla che scambia l’autocompiacimento per analisi.

L’AI e la rivoluzione già in corso

C’è un post di Roberto Laghi sul sito di Wu Ming che secondo me vale davvero la pena leggere, soprattutto per tutte le riflessioni che si stanno facendo di questi tempi sull’intelligenza artificiale (e anche su questo blog).

Dentro ci trovi un po’ di tutto: da come oggi la scrittura rischia di diventare sempre più automatica, fino alla rabbia (sempre più diffusa) verso le AI e quello che stanno cambiando, concretamente, nel nostro modo di vivere e lavorare.

Quale sarà l’effetto su noi esseri umani? Difficile dirlo, oggi, anche se alcuni studi – che però non hanno ancora passato la peer review – sembrano dirci che usare costantemente modelli linguistici per la scrittura riduce le nostre funzionalità cognitive. Certo è, […] che ci servono nuovi strumenti concettuali e interpretativi per cogliere appieno la portata dei cambiamenti in atto.

È uno di quei testi che non si limita a dire le AI sono buone o cattive, ma prova a guardare le cose più da vicino, senza semplificazioni: proprio per questo lascia parecchi spunti interessanti su cui fermarsi a pensare.

(poi, per chi volesse ulteriormente approfondire, consiglio anche di leggere Scritture digitali. Dai social media all’IA e all’editing genetico dello stesso autore)

John Ternus e il nuovo corso di Apple

Il passaggio da Tim Cook a John Ternus (responsabile dell’hardware della Mela, dall’iPhone al Mac) può sembrare, a prima vista, un salto nel vuoto. In realtà potrebbe essere esattamente il contrario: un’evoluzione coerente con la storia dell’azienda.

Cook ha rappresentato la continuità dopo Steve Jobs, trasformando Apple in una potenza economica impeccabile: ha reso l’azienda più solida, più prevedibile, più globale. Ha spostato il baricentro dai prodotti ai servizi, costruendo un ecosistema che oggi è il vero cuore del marchio, ma proprio questa perfezione, col tempo, rischiava di diventare routine.

È qui che un cambio di leadership può rivelarsi positivo. Una figura nuova, come John Ternus può rimettere in circolo quella tensione creativa che ha reso Apple iconica. Non si tratta di rompere con il passato, ma di riaccendere l’ambizione perché Apple non è mai stata solo efficienza: è stata, prima di tutto, visione.

Un passaggio ben gestito potrebbe quindi unire due anime: la solidità costruita da Cook e una rinnovata spinta innovativa. In un settore che cambia rapidamente, restare fermi è il vero rischio: cambiare, invece, può essere la scelta più conservativa di tutte.

Se questo passaggio saprà mantenere equilibrio tra continuità e coraggio, allora non sarà ricordato come una fine, ma come un nuovo inizio.

I blog e quella voglia di dire la propria

Una ventina d’anni fa i blog erano praticamente l’unico spazio per dire la propria online, e Google li spingeva in cima ai risultati: da lì nacque una notorietà spesso casuale e passeggera per un piccolo gruppo di persone che, altrimenti, difficilmente avrebbero avuto visibilità. Eppure erano voci interessanti: preparate, brillanti, ironiche, capaci di accendere curiosità e aprire prospettive nuove sul futuro.

Oggi lo scenario è completamente diverso: sono arrivati strumenti più immediati (ah, i social!), gli algoritmi sono cambiati, le relazioni online si sono trasformate in qualcosa di diverso e internet è diventato un luogo da frequentare con più cautela.

Non seguo più i blog come una volta (anche perché numeramente molti meno di un tempo), ma continuo a seguire quelle stesse persone attraverso altri canali: nel frattempo ne ho scoperte di nuove, continuando ad arricchirmi grazie al loro modo di vedere il mondo.

I blog, per come li conoscevamo, sono ormai un ricordo, ma questo non significa che qualcosa sia finito davvero: non si è chiusa un’epoca nel senso più definitivo, non si sono spente le possibilità. Sono soltanto cambiati i tempi e io forse sono rimasto all’idea romantica che avevo vent’anni fa.

Tutto corretto dall’AI, niente pensato

C’è una scorciatoia sempre più usata nell’informazione: far scrivere articoli all’intelligenza artificiale: veloce, economica, instancabile. Ma a che prezzo?

Un testo generato può essere corretto, scorrevole, persino convincente. Eppure manca qualcosa: uno sguardo. Il giornalismo non è solo mettere insieme informazioni, è scegliere cosa raccontare e come farlo. È responsabilità, esperienza, sensibilità.

Il rischio è un’informazione sempre più uniforme, fatta di articoli che si somigliano, senza voce e senza attrito. Se tutti usano gli stessi strumenti, il risultato è un racconto piatto, prevedibile, facilmente sostituibile.

C’è poi un nodo cruciale: chi risponde di ciò che viene scritto? Quando la firma è umana, la responsabilità è chiara. Quando scrive una macchina, lo è molto meno.

Esiste però una via intermedia: usare l’AI come supporto e non come sostituto. Un testo può essere generato e poi rivisto, corretto, arricchito da una persona. È lì che torna il valore umano: nella scelta delle parole, nel taglio, nelle sfumature (certo, bisogna stare un po’ attenti per evitare quello che è successo la scorsa settimana nell’edizione cartacea de La Sicilia)

Non è una guerra alla tecnologia. Ma se automatizziamo la scrittura, rischiamo di automatizzare anche il pensiero. E a quel punto, più che informare, ci limiteremo a riempire spazi.