L’AI e la rivoluzione già in corso

C’è un post di Roberto Laghi sul sito di Wu Ming che secondo me vale davvero la pena leggere, soprattutto per tutte le riflessioni che si stanno facendo di questi tempi sull’intelligenza artificiale (e anche su questo blog).

Dentro ci trovi un po’ di tutto: da come oggi la scrittura rischia di diventare sempre più automatica, fino alla rabbia (sempre più diffusa) verso le AI e quello che stanno cambiando, concretamente, nel nostro modo di vivere e lavorare.

Quale sarà l’effetto su noi esseri umani? Difficile dirlo, oggi, anche se alcuni studi – che però non hanno ancora passato la peer review – sembrano dirci che usare costantemente modelli linguistici per la scrittura riduce le nostre funzionalità cognitive. Certo è, […] che ci servono nuovi strumenti concettuali e interpretativi per cogliere appieno la portata dei cambiamenti in atto.

È uno di quei testi che non si limita a dire le AI sono buone o cattive, ma prova a guardare le cose più da vicino, senza semplificazioni: proprio per questo lascia parecchi spunti interessanti su cui fermarsi a pensare.

(poi, per chi volesse ulteriormente approfondire, consiglio anche di leggere Scritture digitali. Dai social media all’IA e all’editing genetico dello stesso autore)

John Ternus e il nuovo corso di Apple

Il passaggio da Tim Cook a John Ternus (responsabile dell’hardware della Mela, dall’iPhone al Mac) può sembrare, a prima vista, un salto nel vuoto. In realtà potrebbe essere esattamente il contrario: un’evoluzione coerente con la storia dell’azienda.

Cook ha rappresentato la continuità dopo Steve Jobs, trasformando Apple in una potenza economica impeccabile: ha reso l’azienda più solida, più prevedibile, più globale. Ha spostato il baricentro dai prodotti ai servizi, costruendo un ecosistema che oggi è il vero cuore del marchio, ma proprio questa perfezione, col tempo, rischiava di diventare routine.

È qui che un cambio di leadership può rivelarsi positivo. Una figura nuova, come John Ternus può rimettere in circolo quella tensione creativa che ha reso Apple iconica. Non si tratta di rompere con il passato, ma di riaccendere l’ambizione perché Apple non è mai stata solo efficienza: è stata, prima di tutto, visione.

Un passaggio ben gestito potrebbe quindi unire due anime: la solidità costruita da Cook e una rinnovata spinta innovativa. In un settore che cambia rapidamente, restare fermi è il vero rischio: cambiare, invece, può essere la scelta più conservativa di tutte.

Se questo passaggio saprà mantenere equilibrio tra continuità e coraggio, allora non sarà ricordato come una fine, ma come un nuovo inizio.

I blog e quella voglia di dire la propria

Una ventina d’anni fa i blog erano praticamente l’unico spazio per dire la propria online, e Google li spingeva in cima ai risultati: da lì nacque una notorietà spesso casuale e passeggera per un piccolo gruppo di persone che, altrimenti, difficilmente avrebbero avuto visibilità. Eppure erano voci interessanti: preparate, brillanti, ironiche, capaci di accendere curiosità e aprire prospettive nuove sul futuro.

Oggi lo scenario è completamente diverso: sono arrivati strumenti più immediati (ah, i social!), gli algoritmi sono cambiati, le relazioni online si sono trasformate in qualcosa di diverso e internet è diventato un luogo da frequentare con più cautela.

Non seguo più i blog come una volta (anche perché numeramente molti meno di un tempo), ma continuo a seguire quelle stesse persone attraverso altri canali: nel frattempo ne ho scoperte di nuove, continuando ad arricchirmi grazie al loro modo di vedere il mondo.

I blog, per come li conoscevamo, sono ormai un ricordo, ma questo non significa che qualcosa sia finito davvero: non si è chiusa un’epoca nel senso più definitivo, non si sono spente le possibilità. Sono soltanto cambiati i tempi e io forse sono rimasto all’idea romantica che avevo vent’anni fa.

Tutto corretto dall’AI, niente pensato

C’è una scorciatoia sempre più usata nell’informazione: far scrivere articoli all’intelligenza artificiale: veloce, economica, instancabile. Ma a che prezzo?

Un testo generato può essere corretto, scorrevole, persino convincente. Eppure manca qualcosa: uno sguardo. Il giornalismo non è solo mettere insieme informazioni, è scegliere cosa raccontare e come farlo. È responsabilità, esperienza, sensibilità.

Il rischio è un’informazione sempre più uniforme, fatta di articoli che si somigliano, senza voce e senza attrito. Se tutti usano gli stessi strumenti, il risultato è un racconto piatto, prevedibile, facilmente sostituibile.

C’è poi un nodo cruciale: chi risponde di ciò che viene scritto? Quando la firma è umana, la responsabilità è chiara. Quando scrive una macchina, lo è molto meno.

Esiste però una via intermedia: usare l’AI come supporto e non come sostituto. Un testo può essere generato e poi rivisto, corretto, arricchito da una persona. È lì che torna il valore umano: nella scelta delle parole, nel taglio, nelle sfumature (certo, bisogna stare un po’ attenti per evitare quello che è successo la scorsa settimana nell’edizione cartacea de La Sicilia)

Non è una guerra alla tecnologia. Ma se automatizziamo la scrittura, rischiamo di automatizzare anche il pensiero. E a quel punto, più che informare, ci limiteremo a riempire spazi.

L’obsolescenza silenziosa dei Kindle

C’è una linea sottile tra innovazione e abbandono, e la scelta di Amazon di non aggiornare più i Kindle usciti prima del 2013 (parliamo comunque di 13 anni, eh) sembra muoversi proprio su quel confine.

Parliamo di dispositivi che, nella maggior parte dei casi, funzionano ancora benissimo: nati per leggere e basta (io ho un Paperwhite che consiglio), lo fanno ancora oggi senza problemi. Eppure diventano improvvisamente vecchi non per limiti reali, ma perché esclusi dagli aggiornamenti e, nel tempo, da parti dell’ecosistema.

Certo, mantenere in vita tecnologie datate ha un costo e il progresso non si può fermare. Ma qui emerge qualcosa di più profondo: nel mondo digitale, non è più chi possiede un oggetto a deciderne la durata, bensì chi ne controlla i servizi.

È una forma di obsolescenza silenziosa. Non si rompe nulla, ma tutto si restringe: così un dispositivo ancora valido viene accompagnato lentamente verso l’uscita.

Forse il punto non è opporsi al cambiamento, ma chiedersi quanto velocemente siamo disposti ad accettarlo. Perché se anche un lettore di libri diventa temporaneo, allora la domanda resta: quanto durano davvero le cose che compriamo?

Guarda che luna

C’è qualcosa di profondamente umano nel tornare a guardare la Luna con occhi nuovi. Con la missione Artemis II, la NASA riporta l’umanità a un passo dal nostro satellite, riaccendendo una curiosità che non si è mai davvero spenta.

Dopo decenni dalle missioni Apollo, Artemis II non è solo un viaggio tecnico: è un ritorno simbolico. Un equipaggio umano che vola intorno alla Luna senza atterrare, ma tracciando la strada per nuove esplorazioni. È come bussare di nuovo alla porta di un vicino che credevamo di conoscere già, per scoprire che ha ancora mille segreti.

La Luna, apparentemente immobile e silenziosa, è in realtà un archivio cosmico: custodisce tracce della nascita del sistema solare, racconta impatti antichissimi e forse nasconde risorse utili per il futuro dell’esplorazione spaziale. Tornarci non è nostalgia, ma ambizione.

Artemis II ci ricorda che esplorare non è solo andare lontano: è soprattutto guardare meglio ciò che abbiamo davanti da sempre. E forse, in quel chiarore familiare che illumina le nostre notti, c’è ancora molto più da scoprire di quanto immaginiamo.

Quale sarebbe il mondo reale?

Provate a guardare di seguito, uno dietro l’altro, Studio Aperto alle 12:25, a seguire SKY TG24 0 il TG2 alle 13.00 e subito dopo il TG delle 13.30 su LA7.

Se riuscite ad arrivare alla fine, vi sembrerà di aver visto descritti due mondi differenti, due visioni dissimili.

Se non ci fossero le varie testate su internet (con gli stessi identici problemi, ovvio) per bilanciare il giudizio e avere un quadro più completo della situazione, tutto quanto sembrerebbe altamente alienante.

Com’era la storia del quarto potere? Di tutti, quale sarebbe il mondo reale?

Perché l’AI racconta il calcio?

Complici la mia voglia di leggerezza e il non volere innervosirmi per una partita di pallone, ieri sera in TV non ho visto Italia – Irlanda del Nord.

Intorno alle 22:00 però ho preso lo smartphone per sbirciare il risultato: bene, stavano 1-0. Sull’applicazione che utilizzo per restare aggiornato sulle partite di calcio, immediatamente sotto il tabellino ho visto una voce alla quale però non avevo fatto mai caso, Riepilogo AI, dove cliccando è apparso questo

L’Italia conduce 1-0 e sembra controllare il match nelle fasi finali. Tonali ha segnato il primo goal con un tiro potente, e continua ad essere ovunque; da allora, Kean ha impegnato un gol difficile con una A saved, e Esposito è entrato per allungare il vantaggio. Negli ultimi 15 minuti, l’Italia ha prevalso nel possesso, al 65%, con più angoli (3-1) e tiri in porta (1-1), ma nessuna delle due squadre ha creato grandi occasioni (×G 0.00). Durante tutto il match, la superiorità degli azzurri emerge: possesso 63-37%, tiri in porta 6-0, angoli 9-2. La squadra favorita pre-match sta rispettando il copione, ma c’è ancora tempo per la «Northern Ireland» di fare una domanda.

Ora, un paio di riflessioni: davvero vogliamo demandare all’AI il racconto calcistico (peraltro con errori evidenti)? Secondo poi, è possibile mai preferire una puntata di Pechino Express a una partita (importante) della Nazionale?

Giornalismo e IA

Tra le mille storie laterali riguardanti l’intelligenza artificiale e il modo di fare giornalismo, ce n’è una che penso valga la pena essere raccontata.

Nei giorni scorsi si è parlato e scritto tanto di un giornalista romano arrestato per pedofilia: in tutte le redazioni è partita la caccia per sapere nome e cognome, fino a quando qualcuno ha pensato bene di chiedere alle varie piattaforme di intelligenza artificiale. È così arrivato il nome e cognome del presunto colpevole. Ma sbagliato. Con una doppia violazione, perché oltre a non segnalare che erano necessarie particolari accortezze per tutelare con l’anonimato i minori, l’Intelligenza artificiale ha anche diffuso notizie false e lesive della reputazione delle persone chiamate ingiustamente in causa. 

Gemini, intelligenza artificiale di Google, ha indicato il nome di una persona deceduta. 

ChatGpt ha fornito il nome di un giornalista vivente, con le stesse iniziali dell’arrestato ma di età diversa. 

Il più corretto è stato Grok che si è rifiutato di dare informazioni sottolineando che i minori vengono prima di qualsiasi curiosità o scoop

Solo dopo alcune ore Gemini e ChatGpt hanno corretto le loro risposte e smesso di dare informazioni, limitandosi a fornire link sull’arresto.

Il problema dell’accuratezza delle fonti riguarda da anni il nostro sistema giornalistico: è questo il nuovo modello di fare informazione?

Il declino di Facebook

Ho un’età per la quale Facebook ha rappresentato il primo vero strumento di interazione sul web. Prima c’erano MSN e Windows Live Spaces, ma il salto di qualità è avvenuto con il social di Zuckerberg.

Da qualche anno, però è chiaro abbia un problema anagrafico: per le nuove generazioni è il social dei genitori, se non dei nonni: così la proprietà ha deciso di pagare i creator per postare sulla piattaforma. Se hai più di 100 mila follower su TikTok, YouTube oppure Instagram, Meta ti offre 1.000 dollari al mese per pubblicare reel sul social snobbato dai giovani. Diventano 3.000 per chi supera il milione di seguaci. Il programma si chiama Creator Fast Track: prevede un fisso garantito (ma solo per tre mesi) che dipende dal peso che l’autore ha sulle piattaforme della concorrenza. Questi compensi si sommano ai normali ricavi pubblicitari, agendo come un bonus per chi decide di tradire la concorrenza o, più semplicemente, di diversificare i propri post o reel.

Per Facebook si tratta di un tentativo di colmare un ritardo storico. Pur avendo oltre 3 miliardi di utenti, la piattaforma ha faticato negli anni ad affermarsi come destinazione primaria per i creator, che hanno privilegiato soprattutto TikTok e YouTube.

Quello di Facebook, solo qualche anno fa, sembrava un dominio impossibile da scalfire: in poco tempo, sembra essere tutto cambiato.

Forse non ci rendiamo conto quanto vada veloce il mondo della tecnologia: ciclicamente nascono nuove piattaforme che spostano milioni di utenti.

E noi a correre da una parte e dall’altra alla ricerca di nuovi contenuti.

L’algoritmo del web

L’algoritmo del web ti racconta la tua vita meglio di un diario. Basta scrollare e/o chiedere direttamente a Chat GPT ed ecco che capisci veramente chi sei.

(o quantomeno chi sei agli occhi degli altri)

Questa è casa mia (l’identità digitale nel 2026)

All’inizio, fu MSN. Poi arrivò Spaces. Quelli un po’ più smanettoni avevano un blog su Splinder. Dopo qualche anno, chi era bravo bravo aprì un proprio spazio su WordPress. Mentre succedeva tutto questo, arrivarono i social: prima Facebook, poi a ruota Instagram, Twitter (ora X), Threads, TikTok. Ora pare vada per la maggiore Substack.

Tutti questi luoghi virtuali hanno sempre avuto un minimo comune denominatore: erano (e sono) tutti in affitto.

Utilizzare il proprio dominio per organizzare e strutturare i propri pensieri non è sicuramente una scelta facile. Richiede tempo, risorse e pazienza. Difficilmente qui si diventa virali ed è sicuramente più complesso essere visibili.

Per questo, continuare a essere presenti in rete con un blog nel 2026 è anacronistico.

C’è però il rovescio della medaglia: si è più liberi. Qui non sono in affitto, questa è casa mia.