Apple affida Siri a Google

Al WWDC, Apple ha confermato che la componente cloud di Siri si basa ora su una versione personalizzata di Google Gemini, un modello da 1,2 trilioni di parametri che, secondo le indiscrezioni, costerebbe circa un miliardo di dollari all’anno in licenze.

È una scelta che fa discutere, soprattutto perché Apple ha sempre costruito la propria immagine sull’idea di controllare internamente hardware, software e servizi, oltre che sulla tutela della privacy: eppure oggi una parte fondamentale della sua strategia sull’intelligenza artificiale dipende da Google, che è anche uno dei suoi principali concorrenti.

La cosa interessante è che molte delle funzionalità più avanzate di Siri mostrate al WWDC 2024 (come la capacità di comprendere il contesto personale dell’utente, interpretare ciò che appare sullo schermo e svolgere azioni tra diverse app) non sono mai arrivate sul mercato nei tempi annunciati: dopo mesi di rinvii e persino il ritiro di alcune campagne pubblicitarie, Apple sembra aver scelto di affidarsi all’infrastruttura di Google per portare avanti questi progetti.

Il tutto arriva dopo un accordo da 250 milioni di dollari (!) raggiunto a maggio in relazione alla promozione di funzionalità di Siri che non erano ancora disponibili, e durante quello che potrebbe essere ricordato come l’ultimo keynote di Tim Cook prima delle dimissioni previste per il primo settembre.

In altre parole, Apple non ha realmente chiuso il gap nell’intelligenza artificiale con una tecnologia sviluppata interamente in casa: per il momento, ha deciso di colmarlo appoggiandosi a Google.

Giornalismo e IA

Tra le mille storie laterali riguardanti l’intelligenza artificiale e il modo di fare giornalismo, ce n’è una che penso valga la pena essere raccontata.

Nei giorni scorsi si è parlato e scritto tanto di un giornalista romano arrestato per pedofilia: in tutte le redazioni è partita la caccia per sapere nome e cognome, fino a quando qualcuno ha pensato bene di chiedere alle varie piattaforme di intelligenza artificiale. È così arrivato il nome e cognome del presunto colpevole. Ma sbagliato. Con una doppia violazione, perché oltre a non segnalare che erano necessarie particolari accortezze per tutelare con l’anonimato i minori, l’Intelligenza artificiale ha anche diffuso notizie false e lesive della reputazione delle persone chiamate ingiustamente in causa. 

Gemini, intelligenza artificiale di Google, ha indicato il nome di una persona deceduta. 

ChatGpt ha fornito il nome di un giornalista vivente, con le stesse iniziali dell’arrestato ma di età diversa. 

Il più corretto è stato Grok che si è rifiutato di dare informazioni sottolineando che i minori vengono prima di qualsiasi curiosità o scoop. 

Solo dopo alcune ore Gemini e ChatGpt hanno corretto le loro risposte e smesso di dare informazioni, limitandosi a fornire link sull’arresto.

Il problema dell’accuratezza delle fonti riguarda da anni il nostro sistema giornalistico: è questo il nuovo modello di fare informazione?