Non ho idea di cosa spinga Crespi a scrivere del film con tanto entusiasmo, ma segno, annoto e con curiosità aspetterò il 2027: pronto a dare ulteriore risalto nel caso in cui la regista italiana dovesse prendere qualche premio.
A vent’anni dal primo film, riesce in un’impresa che sembrava complicata: tornare in un mondo amatissimo senza vivere soltanto di nostalgia. Il rischio dei sequel tardivi è sempre lo stesso (inseguire il passato e limitarsi a strizzare l’occhio ai fan) ma qui c’è qualcosa di più interessante: il tentativo di raccontare come il tempo cambi le persone, il lavoro e perfino il potere.
Ritrovare Miranda, Andy, Emily e Nigel non è soltanto un gioco amarcord: è come rivedere vecchi conoscenti invecchiati insieme a noi, immersi però in un mondo completamente diverso, dove la carta è in crisi, i social impongono nuove regole e perfino un’istituzione come Runway deve fare i conti con il cambiamento.
Il film ha il merito di non fingere che siano ancora nel 2006: anzi, costruisce proprio sul passare del tempo il suo fascino maggiore.
E poi c’è quell’eleganza leggera che aveva reso speciale il primo capitolo: dialoghi affilati, moda usata come linguaggio narrativo e personaggi che continuano a muoversi in equilibrio tra ambizione, fragilità e ironia.
Certo, chi cerca soltanto la replica perfetta del primo film forse resterà spiazzato (se non addirittura deluso), ma proprio il fatto che provi a raccontare qualcosa di nuovo invece di vivere di citazioni è uno dei suoi punti di forza.
Il diavolo veste Prada 2 ricorda una cosa semplice: anche i personaggi che sembravano eternamente uguali, a un certo punto, devono fare i conti con il tempo.
In fondo è proprio questo a renderli ancora interessanti.
Ci sono film che ti prendono per mano e altri che ti costringono a camminare da solo. No Other Choice – Non c’è altra scelta (in programmazione su Sky proprio in questi giorni) appartiene alla seconda categoria: non consola, non addolcisce, ma lascia addosso una lucidità quasi brutale che, paradossalmente, fa bene.
Con la regia di Park Chan-wook (sempre chirurgico quando si tratta di scavare nelle contraddizioni umane), il film costruisce una storia tesa e asciutta, dove ogni scelta pesa e ogni silenzio dice più di mille dialoghi. Non c’è spazio per scorciatoie morali: i personaggi si muovono dentro un mondo che somiglia fin troppo al nostro, fatto di compromessi, necessità e quella sensazione scomoda che, a volte, davvero non ci sia alternativa.
La forza del film sta proprio qui: non nel colpo di scena, ma nella coerenza. Tutto torna, anche quando fa male: e mentre guardi, ti accorgi che stai facendo i conti non solo con la storia, ma con te stesso.
È cinema che non cerca di piacere a tutti, e proprio per questo resta. Quando finiscono i titoli di coda, non hai la sensazione di aver visto un film, ma di aver attraversato qualcosa.
E oggi, tra storie spesso costruite per essere dimenticate in fretta, non è poco.
La pellicola è molto più di un documentario: è un incontro. Un dialogo diretto, quasi intimo, con Papa Francesco, che qui non viene raccontato attraverso filtri o interpretazioni, ma si espone in prima persona, con una semplicità disarmante.
Wenders sceglie una strada essenziale, quasi invisibile. Rinuncia agli effetti, lascia spazio alle parole e allo sguardo. Ed è proprio questa sobrietà a rendere il film così potente: non c’è bisogno di costruire un personaggio, perché la forza del racconto sta tutta nella coerenza tra ciò che viene detto e ciò che si percepisce.
Il Papa parla di ambiente, disuguaglianze, pace, responsabilità individuale. Temi enormi, affrontati con un linguaggio accessibile, mai retorico. C’è un senso di urgenza, ma anche di fiducia: l’idea che il cambiamento sia ancora possibile, a partire dai gesti più semplici.
Un uomo di parola colpisce proprio per questo: per la capacità di essere diretto senza essere semplicistico, profondo senza essere distante. Non chiede adesione, ma attenzione. Non impone, ma invita.
È un film che resta, non tanto per ciò che mostra, ma per ciò che lascia. Una sensazione rara: quella di aver ascoltato qualcuno che crede davvero in ciò che dice.
Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch (in programmazione su Sky in questi giorni) è una delusione che pesa soprattutto per le aspettative. Il regista, solitamente capace di trasformare silenzi e marginalità in poesia (bellissimo il suo Coffee and Cigarettes del 2003), qui sembra girare a vuoto, intrappolato in una forma che non riesce più a sostenere.
La struttura episodica appare fragile, più un collage di idee che un racconto vero. I personaggi restano distanti, appena abbozzati, e le loro relazioni non trovano mai profondità né urgenza: ne nasce un senso di freddezza che rende difficile qualsiasi coinvolgimento.
Il ritmo lento, marchio di fabbrica di Jarmusch, perde qui la sua forza evocativa e diventa semplicemente statico. Anche la cura visiva, pur elegante, non basta a compensare un vuoto narrativo evidente.
Più che un’evoluzione, il film sembra una ripetizione stanca del suo cinema: il risultato è un’opera che lascia poco, se non la sensazione di un’occasione sprecata.