A ferro e fuoco

La rabbia può essere comprensibile e persino necessaria quando scaturisce da un’ingiustizia, ma non ogni azione compiuta sotto la sua spinta può essere considerata, automaticamente, una forma di impegno politico.

Danneggiare una libreria (cosa che nello specifico mi tocca molto da vino), saccheggiare un’attività commerciale o distruggere il frutto del lavoro di chi lotta quotidianamente per mantenersi non significa attaccare il potere. Al contrario, vuol dire colpire persone che, nella maggior parte dei casi, vivono sulla propria pelle le stesse disuguaglianze contro cui si dichiara di protestare.

In questa forma di violenza esiste una contraddizione che riguarda non soltanto la sfera morale, ma anche quella politica: si rivendica il rispetto dei propri diritti negando quelli altrui. Si parla di giustizia sociale, ma poi si riversa la propria rabbia contro lavoratori, commercianti e spazi dedicati alla cultura.

La devastazione di una libreria rappresenta un’immagine particolarmente amara, perché i libri conservano anche la memoria delle lotte, delle rivoluzioni e delle conquiste sociali che hanno contribuito a costruire i diritti di cui oggi possiamo beneficiare.

Credo che, da una prospettiva di sinistra, sia fondamentale sostenere le motivazioni alla base delle proteste senza dover giustificare necessariamente ogni comportamento di chi vi prende parte. Al contrario, proprio perché quelle rivendicazioni sono importanti, occorre impedire che vengano snaturate da azioni che ne contraddicano i principi.

La violenza rischia infatti di mettere in secondo piano le motivazioni di una protesta, comprometterne la credibilità agli occhi dell’opinione pubblica e fornire alle istituzioni e al potere contestato un alibi per sottrarsi al confronto sulle questioni concrete sollevate dai manifestanti.

Come se ne esce

Viviamo in un mondo che sembra diventato improvvisamente più fragile, imprevedibile e difficile da capire: ogni giorno arrivano notizie che ci preoccupano, e spesso anche solo provare a stare dietro a tutto diventa faticoso.

Sarebbe però un errore pensare che basti aspettare la fine dell’era Trump per tornare alla normalità: Donald Trump, in fondo, è più il sintomo che la causa di una crisi molto più profonda. Una crisi politica, sociale e culturale che non sparirà con un cambio alla Casa Bianca. Se non verrà affrontata, continuerà semplicemente a produrre altri Trump, magari con nomi e facce diverse.

Il vecchio ordine internazionale non sembra più in grado di reggere, mentre quello nuovo è ancora tutto da costruire. E nel frattempo le democrazie fanno fatica a trovare risposte.

Perché una democrazia diventa difficile da difendere quando non riesce più a garantire ciò che promette: lavoro, sicurezza, libertà, servizi, diritti, possibilità di costruirsi un futuro. Quando le persone smettono di fidarsi delle istituzioni, chi vuole demolirle trova terreno fertile. La sfiducia diventa consenso e il malessere si trasforma in voto.

È anche da qui che nasce il caos che gli Stati Uniti sembrano esportare nel resto del mondo: un caos che, prima ancora di essere geopolitico, è interno. E forse per questo non basteranno diplomazia, incontri internazionali e appelli alla moderazione.

La crisi è molto più profonda.

Ma allora come se ne esce? Come si mette davvero la parola fine a questa lunga stagione politica? E soprattutto, chi sta già provando a costruire qualcosa dopo Trump?

È da queste domande che parte Francesco Costa, andando a cercare risposte non nei palazzi del potere, ma tra le persone e nei luoghi in cui l’America sta provando concretamente a cambiare direzione: comunità che affrontano problemi reali, città che cercano nuove strade, territori che provano a ricostruire fiducia, industria e lavoro.

Come se ne esce è un viaggio attraverso un’America diversa, quella che non aspetta che qualcuno risolva i problemi al posto suo e che prova, giorno dopo giorno, a dimostrare che la democrazia può ancora funzionare.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante: la storia raccontata non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Perché mentre continuiamo a discutere delle vecchie regole e di chi le sta distruggendo, c’è già qualcuno che ha cominciato a scriverne di nuove.

Rai Scuola

Vedo gente che non ha mai visto neppure la pubblicità su Rai Scuola, chiedere a gran voce che il progetto non venga chiuso.

Al netto della giusta e condivisibile battaglia, mi fa molto ridere il rapporto tra oggetto della diatriba e difensori.

Francesco Guccini

Ma se Guccini piaceva così tanto e a molti, com’è che abbiamo la Meloni Presidente del Consiglio e La Russa Presidente del Senato?

Roggero

Di tutta la storia del gioielliere che spara ai ladri uccidendone due, l’unica cosa che mi dispiace è vedere la strumentalizzazione politica intorno a tutto il caso.

Sono ormai completamente disincantato: chi è al governo non sembra interessato a far crescere il senso critico delle persone, ma piuttosto a raccogliere consenso facendo leva, a mio parere in modo sbagliato, sulle reazioni più istintive dell’opinione pubblica.

Preferenze

Qualche anno fa la sinistra sosteneva con decisione il ritorno al voto di preferenza. La prima legge elettorale che introdusse le liste bloccate venne ribattezzata “Porcellum”, anche perché era stata varata dal centrodestra. All’epoca si affermava che Berlusconi volesse portare in Parlamento soltanto persone a lui vicine e che, con le liste bloccate, venissero eletti amici e fedelissimi dei leader politici, candidati che con il sistema delle preferenze difficilmente avrebbero ottenuto il consenso degli elettori. Si sosteneva inoltre che solo le preferenze potessero garantire un autentico legame tra gli eletti e il territorio, criticando la pratica di candidare persone in collegi considerati sicuri, dove risultavano elette grazie alle liste bloccate.

Oggi, però, poiché la proposta di reintrodurre le preferenze arriva da Giorgia Meloni, quella stessa soluzione viene respinta e giudicata negativamente.

Da questo punto di vista, il cambio di posizione appare evidente e, comunque la si interpreti, la giornata di oggi rappresenta un passo indietro per la democrazia.

Una foto

Nell’epoca dell’apparire, una cosa del genere non so se mi fa più sorridere o mette tristezza.

Quando imposti i rapporti internazionali così, questo è il minimo che può capitarti.

Scambiare i complimenti per lealtà e l’affinità politica per una garanzia di affidabilità è un errore che in politica internazionale si paga caro: Giorgia Meloni sembra aver creduto che il rapporto personale con un leader dall’ego ingombrante fosse un punto di forza. In realtà, quando si entra nel suo gioco, si finisce inevitabilmente per recitare una parte nel suo spettacolo.

E a pagare il prezzo di questa illusione è l’intero Paese.

Il mondo di questi anni

È sempre interessante leggere il blog di Luca Sofri

Il mondo di questi anni ci ha abituati che su ogni cosa di qualunque scala si debba prendere posizione, a ogni critica si debba rispondere, a ogni argomento buttato lì dal primo che passa su un social network, o su un giornale che ha preceduto l’arrivo degli hater di un decennio, si debbano opporre ragioni. Anche quando non ne sappiamo niente, anche quando avremmo tutti cose migliori da fare, anche quando la questione è insignificante («eh, ma è il principio!»), anche quando è chiaro che stiamo cascando in una strumentale richiesta di attenzioni, da parte di troll o di giornali quotidiani.

Su Vannacci e il centrodestra

Io questa intervista a Lupi la conservo a futura memoria: non sono così sicuro che le cose vadano così.

E sinceramente, spero di sbagliarmi.

Sionismo

Ho letto nelle ultime settimane le polemiche a seguito delle parole di Erri De Luca e ho trovato ancora più interessante la sua ultima intervista.

Mi chiedo: al di là di ogni considerazione, tra chi condanna il suo modo di pensare e chi invece rivendica la libertà di espressione, quanti conoscono davvero il significato e la storia del sionismo?

Il sionismo è un movimento politico e nazionale nato alla fine del XIX secolo con l’obiettivo di garantire al popolo ebraico una patria nella terra storicamente associata alle sue origini. La sua formulazione moderna è legata soprattutto a Theodor Herzl, che riteneva necessario creare uno Stato ebraico come risposta alle persecuzioni e all’antisemitismo diffusi in Europa.

Nel corso del tempo il sionismo ha assunto forme e interpretazioni diverse, comprendendo correnti laiche, religiose, socialiste e nazionaliste, spesso anche molto distanti tra loro. Ciò che le accomunava era l’idea che gli ebrei, come altri popoli, avessero diritto all’autodeterminazione nazionale.

Il movimento ebbe un ruolo decisivo nel processo che portò alla nascita dello Stato di Israele nel 1948. Per molti ebrei il sionismo rappresenta ancora oggi il legittimo diritto all’esistenza e alla sicurezza di uno Stato ebraico. Per molti palestinesi e per altri critici, invece, esso è strettamente legato alle conseguenze che la creazione di Israele ebbe sulla popolazione araba palestinese, inclusi gli sfollamenti e le perdite territoriali avvenute durante quel periodo.

Per questo motivo il termine “sionismo” è spesso oggetto di interpretazioni e controversie. A seconda del contesto, può indicare il sostegno all’esistenza di Israele come Stato ebraico, una particolare visione politica oppure un insieme di idee molto più ampio e complesso.