Perfect days

Segnalo una cosa bella per chi, ogni tanto, ha voglia di guardare un film senza inseguire necessariamente colpi di scena, effetti speciali o trame complicatissime.

Nel catalogo gratuito di RaiPlay è arrivato (mea culpa, non so da quando) Perfect Days (2023), il bellissimo film di Wim Wenders.

Il protagonista, Hirayama, pulisce i bagni pubblici di Tokyo. La sua vita sembra ripetersi uguale ogni giorno: il lavoro, la musica ascoltata nelle vecchie cassette, i libri, le fotografie, qualche incontro casuale. Eppure, proprio dentro questa apparente normalità, Hirayama sembra aver trovato un modo tutto suo di stare al mondo.

È un film che non ha fretta: osserva le piccole cose, quelle che normalmente ci passano davanti senza che ce ne accorgiamo e riesce a trasformarle in qualcosa di importante.

Forse è proprio questo il bello di Perfect Days: ricordarci che non tutte le giornate devono necessariamente essere straordinarie per essere belle.

Se non l’avete ancora visto, recuperatelo: potrebbe diventare uno di quei film da riguardare quando avete bisogno di rallentare un po’.

“Due spicci” di Zerocalcare e la voce dei quarantenni di oggi

L’impatto di Zerocalcare sui quarantenni di oggi (categoria alla quale appartengo anch’io) può forse riassumersi in una sensazione molto semplice: sentirsi finalmente raccontati senza essere giudicati.

Per una generazione cresciuta tra promesse enormi e una realtà spesso più complicata del previsto, Zerocalcare rappresenta uno specchio: non quello deformante della nostalgia facile o dell’epica generazionale, ma uno specchio imperfetto, ironico, talvolta persino crudele, dentro il quale riconoscersi davvero.

I quarantenni di oggi appartengono a una generazione particolare: adolescenti analogici e adulti digitali. Hanno conosciuto i telefoni fissi, il rumore dei modem, le cassette, MTV, i centri sociali, i forum online e l’idea (poi rivelatasi meno certa del previsto) che studiare molto avrebbe garantito stabilità e sicurezza. Poi sono arrivati la precarietà, le crisi economiche, i cambiamenti sociali rapidissimi e una trasformazione continua delle relazioni umane.

In questo passaggio spesso confuso, Zerocalcare è riuscito a raccontare proprio ciò che molti sentivano senza riuscire a nominarlo: il senso di inadeguatezza, la fatica emotiva, le amicizie che resistono al tempo, il rapporto ambiguo con il passato, la paura di diventare adulti senza sentirsi mai davvero tali.

La sua forza non è mai stata quella di offrire risposte o soluzioni. Anzi. Zerocalcare piace ai quarantenni proprio perché non fa il guru, non pontifica, non semplifica ma racconta l’ansia senza trasformarla in moda, la malinconia senza indulgere nella retorica, l’impegno politico senza ridurlo a slogan.

E soprattutto racconta una fragilità maschile rimasta per anni invisibile o caricaturale: uomini pieni di dubbi, emotivamente impacciati, incapaci di dire certe cose ma profondamente attraversati dalle emozioni. Figure lontanissime dall’idea di mascolinità granitica con cui molti quarantenni sono cresciuti.

C’è poi un elemento fondamentale: la memoria condivisa. Le citazioni pop, i riferimenti culturali e le ossessioni generazionali non sono mai un semplice esercizio nostalgico, ma strumenti per costruire un linguaggio comune. Chi legge i fumetti o guarda le serie di Zerocalcare spesso non prova soltanto la sensazione di capire ciò che sta vedendo: prova soprattutto quella, più rara, di sentirsi capito.

Forse il vero impatto di Zerocalcare sui quarantenni sta proprio nell’aver dato dignità narrativa a una generazione spesso raccontata male: troppo giovane per sentirsi davvero adulta, troppo adulta per considerarsi ancora giovane, sospesa tra aspettative disattese e una continua ricerca di senso.

In un’epoca in cui tutti sembrano voler apparire sicuri, risolti, performanti, Zerocalcare continua ostinatamente a ricordare una verità semplice: si può essere pieni di dubbi e andare avanti lo stesso.

Ed è forse proprio questo il cuore di Due spicci, la nuova serie uscita su Netflix in questi giorni. Non cerca di stupire con grandi effetti o moralismi, ma racconta quel territorio emotivo che molti conoscono bene: le amicizie che cambiano, le paure che restano, il tempo che passa, il senso di inadeguatezza, la difficoltà di comprendere sé stessi e gli altri.

Zerocalcare non racconta una generazione: racconta il modo in cui si sopravvive al tempo che passa senza diventare qualcun altro e se ci riconosciamo nelle sue storie, non è perché siano perfette, ma perché somigliano alle nostre crepe. Quelle che non spariscono, ma imparano a restare illuminate abbastanza da non farci più paura.

Il coraggio di una previsione

In tempi in cui nessuno tende a prendere il rischio di fare una previsione, mi ha molto stupito leggere su Repubblica di ieri, l’articolo di Alberto Crespi in cui l’autore si espone sul successo del prossimo film di Alice Rohrwacher (Tre sorelle incestuose).

Non ho idea di cosa spinga Crespi a scrivere del film con tanto entusiasmo, ma segno, annoto e con curiosità aspetterò il 2027: pronto a dare ulteriore risalto nel caso in cui la regista italiana dovesse prendere qualche premio.

Il diavolo veste Prada 2

Con qualche settimana di ritardo, ieri sera ho visto Il diavolo veste Prada 2.

A vent’anni dal primo film, riesce in un’impresa che sembrava complicata: tornare in un mondo amatissimo senza vivere soltanto di nostalgia. Il rischio dei sequel tardivi è sempre lo stesso (inseguire il passato e limitarsi a strizzare l’occhio ai fan) ma qui c’è qualcosa di più interessante: il tentativo di raccontare come il tempo cambi le persone, il lavoro e perfino il potere.

Ritrovare Miranda, Andy, Emily e Nigel non è soltanto un gioco amarcord: è come rivedere vecchi conoscenti invecchiati insieme a noi, immersi però in un mondo completamente diverso, dove la carta è in crisi, i social impongono nuove regole e perfino un’istituzione come Runway deve fare i conti con il cambiamento. 

Il film ha il merito di non fingere che siano ancora nel 2006: anzi, costruisce proprio sul passare del tempo il suo fascino maggiore.

E poi c’è quell’eleganza leggera che aveva reso speciale il primo capitolo: dialoghi affilati, moda usata come linguaggio narrativo e personaggi che continuano a muoversi in equilibrio tra ambizione, fragilità e ironia. 

Certo, chi cerca soltanto la replica perfetta del primo film forse resterà spiazzato (se non addirittura deluso), ma proprio il fatto che provi a raccontare qualcosa di nuovo invece di vivere di citazioni è uno dei suoi punti di forza.

Il diavolo veste Prada 2 ricorda una cosa semplice: anche i personaggi che sembravano eternamente uguali, a un certo punto, devono fare i conti con il tempo. 

In fondo è proprio questo a renderli ancora interessanti.

Allora, ragioniere, che fa? Batti?

L’Inter vince la Coppa Italia e i fuochi d’artificio sparati all’Olimpico annebbiano la partita tra Darderi e Jodar agli Internazionali di Roma.

Siamo un paese meraviglioso.

Le città di pianura

I premi, notoriamente, bisogna saperli demeritare. Gli autori hanno fatto di tutto per evitare la celebrazione, e anche gli attori magistrali, elettrici, sornioni e imbriagoni (Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi). Di tutto hanno fatto il montatore (Paolo Cottignola), il musicante (Krano), i produttori (Marta Donzelli, Gregorio Paonessa), ma insieme con tutti gli altri non ci sono riusciti. Per una volta i David di Donatello hanno offerto un tripudio di doni meritati a chi non fellineggia a vanvera, a chi non insegue la pigrizia dell’intimismo ideologico, a chi non solletica il banale estetizzante che è in noi, a un capolavoro che è anche un manifesto di cinema e letterario.

Giuliano Ferrara sul Foglio weekend di questa settimana.

La grazia

Uno dei film candidati ai David di Donatello di quest’anno (la cui premiazione è prevista domani sera), è La Grazia di Paolo Sorrentino, che personalmente ho trovato molto bello (ma sono di parte: adoro il cinema del regista campano).

È uno di quei film che non cercano di spiegarsi subito: preferiscono restare sospesi, lasciare spazio, chiedere allo spettatore di entrare piano.

Sorrentino, dopo È stata la mano di Dio e Parthenope, torna a un cinema profondamente visivo, dove ogni inquadratura sembra costruita per dire qualcosa anche senza parole. Ma questa volta c’è una leggerezza diversa, meno barocca, più trattenuta: non rinuncia alla sua estetica, ma la usa con maggiore misura.

Il cuore del film sta tutto nel titolo: la grazia come qualcosa di fragile, intermittente, che appare e scompare: non è un concetto religioso in senso stretto, ma una condizione, un momento in cui tutto sembra trovare un equilibrio, anche solo per un attimo.

I personaggi si muovono dentro questa tensione continua tra vuoto e ricerca: non sono mai completamente definiti, e proprio per questo risultano più veri. C’è una malinconia diffusa, ma mai pesante, attraversata da momenti di ironia sottile (tipica, a dire il vero, del cinema di Sorrentino).

La grazia è un film che non si impone, ma resta. Non cerca il consenso immediato, ma costruisce un’esperienza che continua anche dopo la visione. E forse è proprio questo il suo merito più grande: lasciare qualcosa che non si esaurisce nei titoli di coda.

(per chi lo volesse recuperare, sarà in programmazione su Netflix dal 13 maggio)

No Other Choice – Non c’è altra scelta

Ci sono film che ti prendono per mano e altri che ti costringono a camminare da solo. No Other Choice – Non c’è altra scelta (in programmazione su Sky proprio in questi giorni) appartiene alla seconda categoria: non consola, non addolcisce, ma lascia addosso una lucidità quasi brutale che, paradossalmente, fa bene.

Con la regia di Park Chan-wook (sempre chirurgico quando si tratta di scavare nelle contraddizioni umane), il film costruisce una storia tesa e asciutta, dove ogni scelta pesa e ogni silenzio dice più di mille dialoghi. Non c’è spazio per scorciatoie morali: i personaggi si muovono dentro un mondo che somiglia fin troppo al nostro, fatto di compromessi, necessità e quella sensazione scomoda che, a volte, davvero non ci sia alternativa.

La forza del film sta proprio qui: non nel colpo di scena, ma nella coerenza. Tutto torna, anche quando fa male: e mentre guardi, ti accorgi che stai facendo i conti non solo con la storia, ma con te stesso.

È cinema che non cerca di piacere a tutti, e proprio per questo resta. Quando finiscono i titoli di coda, non hai la sensazione di aver visto un film, ma di aver attraversato qualcosa.

E oggi, tra storie spesso costruite per essere dimenticate in fretta, non è poco.

Papa Francesco, un uomo di parola

In occasione dell’anniversario della morte di Papa Francesco, Sky sta trasmettendo il documentario Un uomo di parola di Wim Wenders, uscito nel 2018 e presentato lo stesso anno al Festival di Cannes.

La pellicola è molto più di un documentario: è un incontro. Un dialogo diretto, quasi intimo, con Papa Francesco, che qui non viene raccontato attraverso filtri o interpretazioni, ma si espone in prima persona, con una semplicità disarmante.

Wenders sceglie una strada essenziale, quasi invisibile. Rinuncia agli effetti, lascia spazio alle parole e allo sguardo. Ed è proprio questa sobrietà a rendere il film così potente: non c’è bisogno di costruire un personaggio, perché la forza del racconto sta tutta nella coerenza tra ciò che viene detto e ciò che si percepisce.

Il Papa parla di ambiente, disuguaglianze, pace, responsabilità individuale. Temi enormi, affrontati con un linguaggio accessibile, mai retorico. C’è un senso di urgenza, ma anche di fiducia: l’idea che il cambiamento sia ancora possibile, a partire dai gesti più semplici.

Un uomo di parola colpisce proprio per questo: per la capacità di essere diretto senza essere semplicistico, profondo senza essere distante. Non chiede adesione, ma attenzione. Non impone, ma invita.

È un film che resta, non tanto per ciò che mostra, ma per ciò che lascia. Una sensazione rara: quella di aver ascoltato qualcuno che crede davvero in ciò che dice.