Eco e l’umana sete di prefazioni

Sul Foglio Weekend di questa settimana c’è un interessante articolo su Umberto Eco e su una sua inedita raccolta pubblicata da La nave di Teseo.

Umberto Eco è noto come scrittore di romanzi e saggi di estetica, critica letteraria, semiotica, e filosofia. Sono famose le sue Bustine di Minerva e si ricordano i suoi articoli sui quotidiani. Questa raccolta propone per la prima volta l’Eco scrittore di prefazioni e scritti introduttivi o conclusivi, una intensa produzione che ha accompagnato incessantemente la sua attività culturale e accademica. Questo volume di “scritti liminari” copre un arco temporale che va dal 1956 al 2015, attraversando diversi campi di intervento a cui Eco si è dedicato: prefazioni di ambito letterario, di attualità e costume, sui fumetti e una selezione di testi di carattere filosofico e semiotico. Il volume ci restituisce così tutta l’ampiezza di una personalità fuori dal comune, che attraverso i suoi interventi osserva, e spesso anticipa, i cambiamenti del mondo in questi sessant’anni.

Legioni di imbecilli

Basta guardare il mondo che ci circonda per avere l’assoluta certezza di essere attorniati da imbecilli.

Sull’argomento intervenne anche Umberto Eco (nel giugno del 2015).

I social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività, mentre ora hanno la stessa risonanza di un premio Nobel.

Non tutti gli imbecilli però sono uguali: esistono gli imbecilli inerti e quelli dinamici. 

L’imbecille inerte è stupido ma per sua natura tende a non infastidire nessuno, per cui egli non può dare tanto fastidio, almeno finché non ci si trovi a dover interagire con lui.

L’imbecille dinamico invece (purtroppo) è attivo, nonché quello che conosciamo meglio. Parla, interviene, agisce, tenta di fare lo spiritoso, deve sempre dire la sua. L’imbecillità dinamica genera aggressività, in quanto il soggetto, per difendere i suoi ragionamenti infondati ed errati, deve rafforzarli come può. In più, considerando i tempi che stiamo vivendo, la rete trasforma la scrittura in qualcosa di effimero e spesso violento, dove l’opinione dell’imbecille viene accreditata tanto quanto quella di un esperto (così come teorizzava Eco). E proprio per questo motivo, proprio per questa tenacia nell’essere imbecille, talora, nella vita, l’imbecille dinamico diviene una persona di successo e di potere. Non solo: gli imbecilli dinamici rappresentano una bella fetta della popolazione di questo pianeta, forse la maggioranza. Questo spiega diverse cose: la crisi economica, le guerre, gli altissimi ascolti di certe trasmissioni televisive, la musica senza spessore che ci viene propinata alle radio, i risultati delle elezioni politiche e vari altri fenomeni altrimenti incomprensibili.

Come una grande lobby inconsapevole, gli imbecilli dinamici governano il mondo. 

Facciamocene una ragione.

Umberto

Chi ha apprezzato Umberto Eco non può che leggere questo gioiellino di Roberto Cotroneo.

Chi era Umberto Eco? Lo si può raccontare partendo da minuzie, dettagli, brevi mail, lettere svianti, telefonate improvvise e persino silenzi? Si può comporre un mosaico complesso, entrare nella mente vulcanica di questo grande scrittore attraverso dei fili sottili e quasi invisibili? È quello che in questo libro ha fatto Roberto Cotroneo, tra le persone che sono state più spesso accostate a Eco: entrambi di Alessandria, entrambi editorialisti de “L’Espresso”, uno maestro, l’altro allievo. […] In questo libro Eco è sempre Umberto. Ne esce un testo originale che fa genere a sé, una dichiarazione di stima e amicizia, una ricerca appassionata, il racconto di un’epoca. Queste pagine sarebbero piaciute a Eco perché, come conclude Cotroneo: “L’unico libro possibile su di te, Umberto, è un libro di frammenti”.

Vivamente consigliato. (qui l’intervista all’autore)

Le regole per scrivere bene di Umberto Eco

Erano tempi in cui stavo per scrivere la mia tesi di laurea (oltre 15 anni fa) e ricordo tra le mie ricerche di avere trovato in un libro le famose quaranta regole per scrivere bene di Umberto Eco. Da allora, ho spesso pensato alla genialità di quel semplice elenco (tanto che poi comprai questo e questo): sono sicuro che le regole di cui sto scrivendo la maggior parte di voi le conosca bene, anche perché da quando il web è diventato il mezzo principale per cercare e trovare informazioni, ciclicamente c’è sempre qualcuno che le tira fuori. Mettono insieme correttezza, arguzia e quell’ironia enigmistica che contraddistingue il suo autore. Tuttavia, se ci dovesse essere qualcuno che non le abbia mai lette, eccole qui. Il mio consiglio (e credo anche l’intenzione di Eco) è quello di non prendere queste regole come una lista da rispettare alla lettera, ma di conoscerle riflettendo sul nostro modo di scrivere.

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu. ”

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.

22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?

24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.

26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.

35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.

38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

40. Una frase compiuta deve avere.