Ma se Guccini piaceva così tanto e a molti, com’è che abbiamo la Meloni Presidente del Consiglio e La Russa Presidente del Senato?
Categoria: Musica
I 250.000 di Ultimo
Che si tratti di Ultimo, Vasco o degli Rolling Stones, continuo a chiedermi quale sia il senso di assistere a un concerto stando a un chilometro dal palco: alla fine non vedi l’artista, ma un maxischermo, spesso con un audio che arriva anche in ritardo.
Davvero è questa l’esperienza che si vuole offrire? Non sarebbe stato più sensato organizzare tre o cinque date invece di una sola, garantendo a tutti uno spettacolo più godibile?
Il matrimonio di Dua Lipa a Palermo
La presenza di Dua Lipa a Palermo per celebrare il proprio matrimonio con Callum Turner, sta trasformando la città in una specie di enorme set a cielo aperto, tra entusiasmo globale e un inevitabile effetto evento blindato.
Da una parte è impossibile non vedere il lato positivo: Palermo finisce sotto i riflettori internazionali, diventa scenario di un evento che attira curiosità e immaginario, e conferma ancora una volta la sua capacità di sedurre chiunque, anche le star più globali.
Dall’altra, però, resta una sensazione un po’ stonata. Intere zone della città chiuse, sicurezza al massimo livello, accesso limitato e una città che, per giorni, sembra più una location privata che uno spazio pubblico. È il solito paradosso dei grandi eventi di lusso: portano visibilità, sì, ma rischiano anche di cancellare proprio quella vita quotidiana che rende un posto autentico.
Palermo diventa vetrina, cartolina perfetta, sfondo glamour. Ma viene da chiedersi quanto di quella Palermo reale (caotica, viva, imperfetta) riesca davvero a rimanere dentro l’inquadratura.
Tra magia mediatica e città vissuta, il confine è sempre più sottile.

De Gregori, per le persone facili che non hanno dubbi mai
Sulle recenti parole di Francesco De Gregori e delle conseguenti polemiche ho letto di tutto.
Il punto di vista che più condivido e che mi sembra più equilibrato è quello di Walter Veltroni sul Corriere della Sera
Il nostro tempo ha ormai scandito due messaggi che sono imperativi: semplificare e polarizzare. È una stagione di recinti, non di praterie. Di grida, non di parole. Di certezze apodittiche non di prolifici dubbi.
Non per caso tutto il mondo si va politicamente radicalizzando e i populismi, la sublimazione delle logiche semplificatorie, si affermano ovunque con sprezzo della ragione, come avviene con Trump. Nessuno più della sinistra dovrebbe invece amare il dubbio, la complessità del ragionare, la robustezza culturale di un impegno che nasce dalla ricerca e dalla coscienza della interrelazione delle cose del mondo e delle persone.

I cento anni di Miles Davis
Cent’anni fa nasceva Miles Davis. E forse il modo migliore per celebrarlo è ricordare una cosa semplice: pochi artisti hanno cambiato così tante volte la musica senza mai smettere di essere riconoscibili.
Miles non era soltanto un trombettista straordinario. Era un uomo inquieto, allergico alla ripetizione, uno che sembrava annoiarsi appena capiva di aver trovato una formula vincente. Avrebbe potuto vivere per sempre del successo di Kind of Blue (uno dei dischi più importanti della storia del jazz) e invece ha continuato a spostare il confine: dal cool jazz alla sperimentazione elettrica, fino a contaminazioni che all’epoca fecero storcere il naso ai puristi.
La sua grandezza stava anche nel coraggio di sbagliare. Davis non cercava il consenso immediato: cercava il futuro. E spesso lo trovava prima degli altri. Per questo molti dei suoi dischi, inizialmente criticati, oggi vengono considerati pietre miliari.
C’è poi qualcosa di profondamente moderno in lui: Miles capiva che l’arte non può restare immobile. Cambiare significava rischiare di deludere qualcuno, ma anche evitare di diventare la copia di sé stessi. Una lezione che vale ben oltre la musica.
A cento anni dalla nascita, Miles Davis continua a parlarci non solo attraverso le sue note, ma attraverso il suo modo di stare al mondo: inquieto, elegante, imprevedibile. Perché alcuni artisti non invecchiano davvero.
Semplicemente, continuano ad arrivare sempre un po’ prima degli altri.

I vent’anni di Spotify: la playlist dei ricordi
In occasione del suo ventesimo compleanno Spotify ha reso disponibili le statistiche degli ascolti di ogni utente da quando ha effettuato l’iscrizione sulla piattaforma.
Nel mio caso, parliamo di oltre tredici anni.
In vent’anni Spotify ha cambiato radicalmente il nostro modo di ascoltare musica: ha reso tutto immediato, infinito, disponibile ovunque. Ma insieme alla comodità è cambiato anche il rapporto con le canzoni: meno attesa, meno ritualità, più consumo veloce.
Spotify ha democratizzato l’ascolto e trasformato artisti sconosciuti in fenomeni globali. Allo stesso tempo ha spinto la musica dentro logiche sempre più algoritmiche che ci pongono davanti a un interrogativo: ascoltiamo davvero di più o semplicemente più in fretta?
Nonostante questo, è stato simpatico sapere che la prima canzone che ho ascoltato in assoluto è stata Volami nel cuore di Mina (per un millennial come me, la musica non è sottofondo: è archivio emotivo) e che l’artista che ho riprodotto più spesso è stato Francesco De Gregori (le sue canzoni non si ascoltano davvero fino in fondo la prima volta: restano lì e spesso iniziano a spiegarsi molti anni dopo).
Vedere poi la playlist con la classifica dei brani più ascoltati (in totale controtendenza rispetto a quelli più sentiti nello stesso periodo in tutta Italia), mi ha inevitabilmente fatto fare un tuffo nel passato con il giusto mix tra ricordi e nostalgia.
Il tempo, ascoltando musica, non scorre in avanti: si stratifica. Ogni ascolto aggiunge una versione nuova sopra quella precedente, senza cancellarla davvero.
E forse è per questo che certe canzoni non finiscono mai: non appartengono a un momento preciso, ma a tutti i momenti in cui siamo stati abbastanza diversi da risentirle come se fosse la prima volta.
Una donna non può
Francesca Michielin è una delle voci più interessanti della musica italiana contemporanea, non tanto per il successo (che pure non le manca) quanto per il modo in cui lo gestisce.
Fin dagli inizi ha mostrato una cosa rara: la capacità di evolversi senza perdere identità. Dai primi brani più pop fino ai lavori più recenti, il suo percorso è stato una ricerca continua, tra sperimentazione e accessibilità. Non ha mai scelto la strada più facile, ma quella più coerente.
Uno degli aspetti più riconoscibili è la scrittura: i suoi testi non cercano l’effetto immediato, ma costruiscono atmosfere, raccontano stati d’animo con una delicatezza che evita la retorica. C’è una sensibilità che si percepisce anche nei momenti più leggeri.
Dal punto di vista musicale ha saputo muoversi tra generi diversi, contaminando il pop con elettronica, indie e influenze internazionali. Senza mai sembrare fuori posto. È una versatilità che non nasce dal calcolo, ma dalla curiosità.
C’è poi un elemento spesso sottovalutato: la sua credibilità. In un panorama in cui l’immagine conta molto, lei ha costruito un rapporto autentico con il pubblico, basato più sulla sostanza che sulla costruzione.
Francesca Michielin non è solo un’artista pop. È un percorso in movimento, fatto di scelte, tentativi e cambiamenti. E forse è proprio questo che la rende così interessante: non smette mai di cercare.
È da poco uscito il suo nuovo singolo Una donna non può in cui affronta il tema della differenza di genere partendo da una formula diretta, quasi provocatoria: il titolo richiama tutte quelle frasi che, ancora oggi, provano a stabilire cosa una donna possa essere, fare, dire o desiderare. Sicuramente, da ascoltare.

Niccolò Fabi e il senso di responsabilità
Il Concerto del Primo Maggio è da anni una fotografia in tempo reale di ciò che sta succedendo nella musica italiana. Ogni edizione mescola generi, linguaggi, pubblici diversi. Non sempre con equilibrio, ma quasi sempre con una direzione chiara: intercettare ciò che si muove adesso. Sul palco convivono nomi consolidati e artisti emergenti, creando un contrasto che spesso racconta più di tante classifiche.
È qui che il concertone diventa un termometro: non misura solo il successo, ma le tendenze. Si capisce cosa sta crescendo, cosa sta cambiando, quali suoni stanno diventando centrali. L’urban che si trasforma, il pop che si ibrida, l’indie che si reinventa: tutto passa da lì, in forma magari imperfetta, ma visibile.
Certo, non è uno spazio neutro: ci sono scelte editoriali, equilibri televisivi, momenti più costruiti. Ma proprio per questo resta interessante: perché prova a tenere insieme musica, racconto e pubblico.
Alla fine, il Concertone non dice cosa sarà la musica italiana, ma spesso anticipa cosa potrebbe diventare. Durante quello di quest’anno mi hanno molto colpito le parole di Niccolò Fabi (sì, ok, sono di parte: è uno dei miei cantautori preferiti)
Voglio dedicare questa canzone a una categoria molto particolare di lavoratori: agli artisti, ai musicisti, ai lavoratori dello spettacolo. Praticamente a tutti noi che siamo qui davanti a voi, per ricordarci del senso di responsabilità che abbiamo quando scegliamo di scrivere o cantare delle cose. Le parole che usiamo possono essere detonatori di individualismo, approssimazione, violenza, così come amplificatori di sensibilità, di attenzione all’altro e di pace. E credo che mai come in questo momento storico la pace vada raccontata e vada praticata.
C’è una sensazione diffusa nella musica italiana (e non solo): il linguaggio si è fatto più duro, più esplicito, spesso volutamente volgare. Non è una novità, ma oggi sembra diventato quasi uno standard. Le canzoni riflettono ciò che accade fuori. Il punto è capire se raccontano o se amplificano: quando la provocazione diventa formula, resta solo il rumore. E forse la vera sfida è tornare a dare peso alle parole.
In questo contesto, le parole delicate di Niccolò Fabi sembrano molto più rivoluzionarie di certe frasi urlate.

Il cast debole di Sanremo 2026
Ricordo ancora, uscito il cast di Sanremo 2026, parecchi articoli in cui si criticavano le scelte della direzione artistica.
A due mesi dalla fine del Festival, è certificato che l’ultima edizione ha perso oltre 300 milioni di streaming rispetto agli anni precedenti.
L’unico a non avere capito per tempo di avere tra le mani interpreti più deboli, è stato Carlo Conti.

La musica è finita
Sto leggendo in questi giorni La musica è finita di Gino Castaldo. È un libro che riesce a fare una cosa sempre più rara: raccontare la musica senza ridurla a semplice cronaca o nostalgia.
Castaldo costruisce un percorso che è insieme personale e collettivo, attraversando decenni di canzoni, artisti e cambiamenti culturali. Ma il punto non è solo ricordare: è capire cosa la musica ha significato dentro le trasformazioni della società italiana. La scrittura è appassionata, mai autoreferenziale. Si sente la competenza del critico (scrive da oltre cinquant’anni), ma anche lo sguardo di chi la musica l’ha vissuta, ascoltata, interpretata nel tempo. Non c’è distacco accademico, ma nemmeno eccesso di sentimentalismo: un equilibrio raro.
Uno dei meriti del libro è quello di restituire alla musica il suo ruolo di linguaggio culturale, non solo di intrattenimento: le canzoni diventano tracce di memoria, specchi di epoche diverse, strumenti per leggere cambiamenti sociali e generazionali.
La musica è finita non è un addio, ma una riflessione sul modo in cui la musica continua a trasformarsi. Ed è proprio questo che lo rende un libro interessante: non chiude nulla, ma apre continuamente nuove ascolti possibili.
