LUX

Incuriosito da alcune recensioni positive, in questi giorni ho ascoltato LUX di Rosalía, sebbene sicuramente il suo stile non rientri tra i miei preferiti.

È uno di quei dischi che ti fanno capire subito una cosa: lei non ha alcuna intenzione di rimanere incasellata in un sound ben preciso.

Qui non c’è la classica idea di album pop nel senso più prevedibile del termine. È più un viaggio dentro mondi diversi (canta in quattordici lingue: catalano, spagnolo, arabo, inglese, francese, tedesco, ebraico, italiano, giapponese, latino, mandarino, portoghese, siciliano e ucraino), dove ogni traccia sembra aprire una porta nuova. A volte è più intimo, quasi sussurrato, altre volte diventa enorme, teatrale, pieno di energia.

La cosa più interessante è come Rosalía usi la voce. Non è mai una sola: cambia, si adatta, si spezza, si ricompone. In certi momenti sembra fragile, in altri praticamente domina tutto il pezzo: è come se ogni canzone avesse una sua identità precisa.

Dal punto di vista del suono, LUX è molto curato ma non freddo. Si sente la ricerca, si sente la voglia di sperimentare, però resta sempre qualcosa di emotivo sotto. Non è un disco da sottofondo: ti chiede attenzione, ma in cambio ti restituisce parecchio.

E poi c’è l’aspetto più interessante: non prova a piacere a tutti: non segue la strada più facile, non si appoggia solo su formule già viste. È un lavoro che rischia, e proprio per questo funziona.

In fondo, LUX è questo: un disco che non ti accompagna in modo tranquillo, ma ti sposta un po’ da dove eri. E oggi, nel pop, non è affatto una cosa scontata.

Venezi, chi dirige veramente il concerto?

Il licenziamento di Beatrice Venezi è una di quelle notizie che fanno subito discutere, non solo per quello che è successo. Più che altro viene da chiedersi: perché proprio ora?

Negli ultimi anni Venezi è stata molto più di una direttrice d’orchestra: è diventata un personaggio pubblico, con una presenza forte anche fuori dai teatri. E come succede sempre in questi casi, c’è chi la vede come un simbolo positivo e chi invece storce il naso, soprattutto per il suo rapporto (vero o percepito) con la politica.

Ed è qui che la cosa si complica: quando cultura e politica si mescolano, ogni decisione smette di sembrare neutra: anche un licenziamento diventa automaticamente qualcosa da interpretare, da leggere tra le righe.

Poi c’è il solito tema che torna ogni volta: nel mondo culturale italiano contano di più le competenze o le relazioni? Venezi ha costruito una visibilità enorme e questo inevitabilmente porta sia consensi che frizioni. Il problema è che si finisce sempre a fare il tifo: o con lei o contro di lei. Ma così si perde il punto. Forse questa storia non riguarda solo una persona, ma racconta qualcosa di più grande su come funziona davvero il sistema.

E finché le cose restano così un po’ opache, ogni vicenda del genere darà sempre la stessa sensazione: meno una decisione limpida, più un segnale da interpretare.

La scuola dei cantautori genovesi

La cosiddetta scuola dei cantautori genovesi non è mai stata una scuola nel senso formale del termine. Nessuna cattedra, nessun programma, nessun manifesto: eppure, attorno a Genova, tra gli anni ’60 e ’70, nasce un modo di scrivere canzoni che cambia profondamente la musica italiana.

Protagonisti come Fabrizio De André, Gino Paoli, Luigi Tenco e Umberto Bindi condividono un approccio che mette al centro il testo: la canzone non è più solo melodia o intrattenimento, ma diventa racconto, poesia, sguardo sul mondo.

C’è una caratteristica comune: l’attenzione per i margini. Personaggi scomodi, fragili, spesso esclusi. La città stessa, con la sua luce particolare e il suo rapporto con il mare, sembra influenzare uno sguardo più introspettivo, meno celebrativo rispetto ad altre tradizioni musicali italiane.

Un altro elemento distintivo è la lingua: essenziale, mai ridondante, capace di dire molto con poco. Le parole non cercano di impressionare, ma di colpire con precisione emotiva. È una scrittura che rinuncia all’enfasi per guadagnare intensità.

Più che una scuola, quella genovese è una sensibilità condivisa: l’idea che una canzone possa essere uno spazio narrativo complesso, capace di parlare di solitudine, amore, politica e quotidianità senza perdere immediatezza.

A distanza di decenni, quella lezione resta attuale. Non tanto per lo stile musicale, quanto per l’atteggiamento: l’idea che scrivere canzoni significhi prima di tutto osservare il mondo con attenzione e restituirlo con sincerità.

Stasera alle 20:35 Rai Storia trasmetterà una puntata speciale di Passato e presente (con Paolo Mieli) su tutto questo: in caso, recuperatela su Rai Play. Ne vale veramente la pena.

Una cosa spirituale

Seguo Vasco Brondi da una ventina di anni, da quando era frontman de Le luci della centrale elettrica, gruppo indie rock fondato alla fine degli anni duemila.

I suoi testi hanno una forza rara: sembrano semplici, ma aprono mondi. Con parole quotidiane costruisce immagini intense, tra realtà e visione. Non cerca l’effetto e proprio per questo lo raggiunge. Le sue canzoni e i suoi libri non danno risposte, ma tengono vive le domande: in un panorama spesso rumoroso, la sua scrittura resta sottile, coerente e profondamente riconoscibile.

In questi giorni è uscito per Einaudi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, in cui si muove in una zona rara: quella in cui la riflessione diventa esperienza. Non è un saggio nel senso classico, né un racconto lineare: è piuttosto un flusso di pensieri, immagini e intuizioni che chiedono al lettore di rallentare.

Il cuore del libro sta proprio lì: nel valore del non fare niente. In un tempo ossessionato dalla produttività, Brondi ribalta la prospettiva e restituisce dignità all’attesa, al silenzio, alla sospensione. Non come fuga, ma come forma di presenza più profonda.

La scrittura è coerente con questo sguardo: essenziale, evocativa, capace di aprire spazi più che di riempirli. Non cerca risposte definitive, ma invita a stare dentro le domande. E in questo invito c’è qualcosa di liberatorio.

Una cosa spirituale è un libro che non si consuma in fretta: si attraversa, si lascia sedimentare, si riprende. E ogni volta restituisce qualcosa di diverso. Non offre soluzioni, ma cambia leggermente il modo in cui guardiamo le cose.

Ed è forse questo il suo merito più grande: ricordarci che, a volte, fermarsi non è perdere tempo. È iniziare a vedere davvero.

Su Miss Italia e Ditonellapiaga

La musica trova sempre nuovi fronti di polemica, e questa volta il palco non c’entra: leggevo in questi giorni di Ditonellapiaga, coinvolta in una disputa legale per l’uso del nome Miss Italia come titolo del suo ultimo album (uscito ieri).

Da una parte, la libertà creativa di un’artista che sceglie un titolo evocativo: dall’altra, la tutela di un marchio storico come quello di Miss Italia. Un equilibrio delicato, perché quando un nome è così radicato nell’immaginario collettivo, diventa difficile stabilire dove finisca il brand e dove inizi il linguaggio comune.

La vicenda apre una questione più ampia: è giusto limitare l’uso artistico di simboli popolari? Oppure un marchio ha il diritto di difendere la propria identità anche fuori dal suo contesto originale?

Ditonellapiaga rappresenta una generazione che rielabora e riscrive i simboli. E proprio qui nasce lo scontro: tra chi custodisce la tradizione e chi la reinventa.

Più che una causa, è un confronto tra visioni: alla fine, più che un nome conteso, resta una sfida aperta su dove finisca un diritto e inizi la libertà artistica (che poi, perché le stesse polemiche non ci sono state per l’album di Jack Savoretti con lo stesso titolo?)

Al mio paese

Non so se la data di uscita del nuovo singolo Al mio paese di Levante, Serena Brancale e Delia sia casuale: certo, farla coincidere con il periodo pasquale e con l’arrivo del Sicilia Express, è affascinante.

Vivere in Sicilia ed essere un millennial, porta inevitabilmente ad aver avuto a che fare almeno una volta nella vita con la nostalgia dell’arrivederci, la gioia del tornare e la felicità nel poter pronunciare quella frase che ogni fuorisede ha pensato almeno una volta nella vita: “Torno a casa”.

Una sensazione che mai nessuno era stato capace di mettere in musica.

L’ornamento delle cose secondarie

Con un video (con Claudia Pandolfi) apparso sul suo profilo Instagram, Max Gazzè ha annunciato l’uscita per il 15 maggio del suo nuovo album L’ornamento delle cose secondarie.

Nel nuovo disco di Gazzè ci sono 20 canzoni, è una lavorazione che guarda alla sperimentazione e, soprattutto, una scelta sonora precisa, quella dell’accordatura a 432 Hz. Con ‘L’ornamento delle cose secondarie’ il musicista romano continua la sua ricerca sulla produzione del suono e una scrittura che si muove a più livelli. Un approccio che richiama le sue radici, quando la forma canzone diventava spazio di libertà e invenzione, riportandolo al centro della sua identità più autentica: quella del musicista, prima ancora che del cantante.

Per chi ha la mia età, Max Gazzè rappresenta quel cantautorato che negli ultimi anni si è un po’ perso: in anni in cui la potenza di un singolo vince sulla complessità di un album, il suo ritorno non può che essere una bella notizia.

La domenica delle Salme

Ogni anno, per la Domenica delle Palme, non posso fare a meno di ascoltare questa canzone di Fabrizio De André, oggi più che mai attuale.

La canzone è frutto di un lavoro a due mani (venne scritta con Mauro Pagani). Targa Tenco 1991 come Migliore Canzone. Faber disse a proposito che fu scritto prima il testo e solo in un secondo momento è stata cucita sulle parole una melodia. La domenica delle salme ha un lessico molto raffinato, a tratti criptico, e grazie a una miriade di riferimenti colti che l’attraversa, dal primo all’ultimo verso, è un pezzo stratificato e complesso. Disillusa, satirica e amara rappresentazione dell’Italia all’indomani della caduta del muro di Berlino, è una rappresentazione impietosa della caduta degli ideali di democrazia di cui gli anni ’80/’90 furono testimonianza. 

Il video della canzone è di Gabriele Salvatores.

La domenica delle salme
Fu una domenica come tante
Il giorno dopo c’erano i segni
Di una pace terrificante

Mentre il cuore d’Italia
Da Palermo ad Aosta
Si gonfiava in un coro
Di vibrante protesta

Ciao Gino!

Che poi, quando va via uno come Gino Paoli, non si può fare altro che riflettere sul numero di canzoni che hanno fatto parte della colonna sonora della propria vita.

Averti addosso
Sì, come una camicia, come un cappotto
Come una tasca piena, come un bottone
Come una foglia morta, come un rimpianto
Averti addosso
Come le mie mani, come un colore
Come la mia voce, la mia stanchezza
Come una gioia nuova, come un regalo

Un giorno tutti diranno di essere stati contro

Prima la guerra tra Russia e Ucraina, poi i bombardamenti su Gaza, ora il conflitto in Medio Oriente: da anni ormai non possiamo che fare i conti con quello che sta succedendo nel mondo e che finisce inevitabilmente per condizionarci.

Spesso guardiamo a tutto questo con troppa distanza, poi mi è capitato di leggere questo libro e di riflettere già dalla seconda di copertina

Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.

Come cantava Fabrizio De André, per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti…