LUX

Incuriosito da alcune recensioni positive, in questi giorni ho ascoltato LUX di Rosalía, sebbene sicuramente il suo stile non rientri tra i miei preferiti.

È uno di quei dischi che ti fanno capire subito una cosa: lei non ha alcuna intenzione di rimanere incasellata in un sound ben preciso.

Qui non c’è la classica idea di album pop nel senso più prevedibile del termine. È più un viaggio dentro mondi diversi (canta in quattordici lingue: catalano, spagnolo, arabo, inglese, francese, tedesco, ebraico, italiano, giapponese, latino, mandarino, portoghese, siciliano e ucraino), dove ogni traccia sembra aprire una porta nuova. A volte è più intimo, quasi sussurrato, altre volte diventa enorme, teatrale, pieno di energia.

La cosa più interessante è come Rosalía usi la voce. Non è mai una sola: cambia, si adatta, si spezza, si ricompone. In certi momenti sembra fragile, in altri praticamente domina tutto il pezzo: è come se ogni canzone avesse una sua identità precisa.

Dal punto di vista del suono, LUX è molto curato ma non freddo. Si sente la ricerca, si sente la voglia di sperimentare, però resta sempre qualcosa di emotivo sotto. Non è un disco da sottofondo: ti chiede attenzione, ma in cambio ti restituisce parecchio.

E poi c’è l’aspetto più interessante: non prova a piacere a tutti: non segue la strada più facile, non si appoggia solo su formule già viste. È un lavoro che rischia, e proprio per questo funziona.

In fondo, LUX è questo: un disco che non ti accompagna in modo tranquillo, ma ti sposta un po’ da dove eri. E oggi, nel pop, non è affatto una cosa scontata.

Jay Kelly

Complice il periodo pasquale, ho recuperato su Netflix Jay Kelly di Noah Baumbach, con George Clooney.

La critica si è abbastanza divisa: c’è chi lo ha apprezzato, chi lo ha definito melenso, chi una commedia riuscita a metà, chi troppo lineare.

Jay Kelly è una di quelle pellicole che non ha bisogno di strafare per colpire. Niente effetti speciali invasivi o colpi di scena costruiti a tavolino: qui si gioca tutto sull’atmosfera, sui personaggi e su una storia che cresce piano, ma in modo costante.

Il vero cuore del film è il protagonista: Jay Kelly è un personaggio imperfetto, realistico, a tratti persino spigoloso. Ed è proprio questo a renderlo interessante. Non è il classico eroe da cinema: sbaglia, tentenna, si mette in discussione. Ma proprio in queste crepe si inserisce l’empatia dello spettatore.

E poi c’è quel qualcosa in più difficile da definire. Forse è la sincerità del racconto, forse la sensazione che la storia non stia cercando di impressionarti, ma semplicemente di raccontarti qualcosa di vero. In un’epoca di film rumorosi, questa scelta diventa quasi rivoluzionaria.

A me è piaciuto. E tanto.