A ferro e fuoco

La rabbia può essere comprensibile e persino necessaria quando scaturisce da un’ingiustizia, ma non ogni azione compiuta sotto la sua spinta può essere considerata, automaticamente, una forma di impegno politico.

Danneggiare una libreria (cosa che nello specifico mi tocca molto da vino), saccheggiare un’attività commerciale o distruggere il frutto del lavoro di chi lotta quotidianamente per mantenersi non significa attaccare il potere. Al contrario, vuol dire colpire persone che, nella maggior parte dei casi, vivono sulla propria pelle le stesse disuguaglianze contro cui si dichiara di protestare.

In questa forma di violenza esiste una contraddizione che riguarda non soltanto la sfera morale, ma anche quella politica: si rivendica il rispetto dei propri diritti negando quelli altrui. Si parla di giustizia sociale, ma poi si riversa la propria rabbia contro lavoratori, commercianti e spazi dedicati alla cultura.

La devastazione di una libreria rappresenta un’immagine particolarmente amara, perché i libri conservano anche la memoria delle lotte, delle rivoluzioni e delle conquiste sociali che hanno contribuito a costruire i diritti di cui oggi possiamo beneficiare.

Credo che, da una prospettiva di sinistra, sia fondamentale sostenere le motivazioni alla base delle proteste senza dover giustificare necessariamente ogni comportamento di chi vi prende parte. Al contrario, proprio perché quelle rivendicazioni sono importanti, occorre impedire che vengano snaturate da azioni che ne contraddicano i principi.

La violenza rischia infatti di mettere in secondo piano le motivazioni di una protesta, comprometterne la credibilità agli occhi dell’opinione pubblica e fornire alle istituzioni e al potere contestato un alibi per sottrarsi al confronto sulle questioni concrete sollevate dai manifestanti.

C’était ça ou mourir

A me sembra che, se si scoprisse che un libro molto apprezzato proprio per il suo stile e per la qualità della scrittura, come C’était ça ou mourir di Orelien, è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, questo non rappresenterebbe necessariamente un argomento contro l’uso dell’IA. Anzi, potrebbe essere letto in senso opposto: se il risultato è capace di conquistare i lettori e di essere apprezzato per le sue qualità letterarie, allora l’impiego dell’intelligenza artificiale può essere considerato uno strumento, piuttosto che un elemento che di per sé sminuisce il valore dell’opera.

Qui la storia completa.

Max, Mischa e l’offensiva del Tet

Max, Mischa e l’Offensiva del Tet è un romanzo che richiede tempo (anche perché lungo oltre 1200 pagine), attenzione e una certa disponibilità a lasciarsi portare altrove. Johan Harstad non punta alla trama serrata o al colpo di scena: costruisce invece un grande spazio narrativo, fatto di città, opere d’arte, canzoni, amicizie e ricordi che continuano a riemergere.

Max Hansen, artista norvegese trapiantato negli Stati Uniti, è il centro di questa storia-mondo. Attorno a lui si muovono Mischa e Owen, ma anche una costellazione di figure, incontri e assenze che finiscono per comporre il ritratto di una generazione. Le relazioni sono imperfette, spesso dolorose, ma raccontate con una sincerità che evita ogni sentimentalismo facile.

L’Offensiva del Tet, richiamata nel titolo, non è un semplice sfondo storico. La guerra del Vietnam si insinua nella vita dei personaggi attraverso la memoria, il trauma e le conseguenze che il passato lascia nel presente. Harstad riesce a tenere insieme la dimensione privata e quella collettiva, senza mai trasformare la Storia in decorazione.

È un romanzo vasto, a tratti digressivo, ma proprio qui sta la sua forza. Le deviazioni, i dettagli e le lunghe parentesi non rallentano soltanto il racconto: gli danno respiro, spessore e una particolare intensità emotiva. Si ha la sensazione di accompagnare questi personaggi per anni, di vederli cambiare, perdersi e ritrovarsi.

Max, Mischa e l’Offensiva del Tet è una lettura per chi ama i libri-mondo, quelli capaci di creare un legame duraturo con il lettore. Ambizioso, malinconico e pieno di vita, è un romanzo che resta addosso ben oltre l’ultima pagina.

Come se ne esce

Viviamo in un mondo che sembra diventato improvvisamente più fragile, imprevedibile e difficile da capire: ogni giorno arrivano notizie che ci preoccupano, e spesso anche solo provare a stare dietro a tutto diventa faticoso.

Sarebbe però un errore pensare che basti aspettare la fine dell’era Trump per tornare alla normalità: Donald Trump, in fondo, è più il sintomo che la causa di una crisi molto più profonda. Una crisi politica, sociale e culturale che non sparirà con un cambio alla Casa Bianca. Se non verrà affrontata, continuerà semplicemente a produrre altri Trump, magari con nomi e facce diverse.

Il vecchio ordine internazionale non sembra più in grado di reggere, mentre quello nuovo è ancora tutto da costruire. E nel frattempo le democrazie fanno fatica a trovare risposte.

Perché una democrazia diventa difficile da difendere quando non riesce più a garantire ciò che promette: lavoro, sicurezza, libertà, servizi, diritti, possibilità di costruirsi un futuro. Quando le persone smettono di fidarsi delle istituzioni, chi vuole demolirle trova terreno fertile. La sfiducia diventa consenso e il malessere si trasforma in voto.

È anche da qui che nasce il caos che gli Stati Uniti sembrano esportare nel resto del mondo: un caos che, prima ancora di essere geopolitico, è interno. E forse per questo non basteranno diplomazia, incontri internazionali e appelli alla moderazione.

La crisi è molto più profonda.

Ma allora come se ne esce? Come si mette davvero la parola fine a questa lunga stagione politica? E soprattutto, chi sta già provando a costruire qualcosa dopo Trump?

È da queste domande che parte Francesco Costa, andando a cercare risposte non nei palazzi del potere, ma tra le persone e nei luoghi in cui l’America sta provando concretamente a cambiare direzione: comunità che affrontano problemi reali, città che cercano nuove strade, territori che provano a ricostruire fiducia, industria e lavoro.

Come se ne esce è un viaggio attraverso un’America diversa, quella che non aspetta che qualcuno risolva i problemi al posto suo e che prova, giorno dopo giorno, a dimostrare che la democrazia può ancora funzionare.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante: la storia raccontata non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Perché mentre continuiamo a discutere delle vecchie regole e di chi le sta distruggendo, c’è già qualcuno che ha cominciato a scriverne di nuove.

Rallentare

Leggere molto serve a poco se ciò che si legge svanisce subito.

C’è chi divora decine di libri ogni anno senza che questo lasci un segno nella propria vita e c’è chi, invece, si imbatte in una sola frase, la porta con sé per giorni o settimane e, grazie a quella riflessione, cambia il proprio modo di guardare la realtà.

Non è il numero dei libri letti a fare la differenza, ma la capacità di lasciare che un’idea continui a vivere dentro di noi anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.

A volte rallentare nella lettura è il modo migliore per andare davvero più lontano.

La buona letteratura

Via la Repubblica (e io ne ho scritto qui)

Chi legge?

C’è un aspetto che ogni volta mi rattrista durante le belle giornate trascorse al mare: sembra che quasi nessuno legga più.

Escludendo me, riesco a contare sulle dita di una mano le persone che hanno con sé un libro, un iPad o un Kindle. Giornali, neanche a parlarne.

Ormai sembrano appartenere a una specie sempre più rara, quasi in via di estinzione.

La parola torni alla letteratura

Sulla questione delle presunte parole pronunciate da Michele Mari, quello più lucido (anche a ‘sto giro) mi sembra Michele Serra

Badate bene: non sono tra quelli che pensano che “non si può più dire niente”, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato “politicamente corretto”. Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?

Regime Change: il Foglio – Repubblica 1-0

Capita spesso, quando sta per uscire un nuovo libro, di imbattersi nelle prime recensioni sui giornali o sui siti di informazione.

Durante la mia rassegna stampa di questa mattina ho notato che sia la Repubblica sia il Foglio scrivevano di Regime Change, il libro scritto da due giornalisti del New York Times (Maggie Haberman e Jonathan Swan) che raccoglie una quantità di episodi utili a capire meglio cosa passa per la testa di Trump, anche nei rapporti con gli alleati.

Fin qui nulla di strano.

C’è però un dettaglio curioso. Nell’articolo de il Foglio il libro viene presentato come una pubblicazione di prossima uscita.

Leggendo la Repubblica, invece, sembra che sia già disponibile in libreria.

Chi ha ragione, dunque? Marco Bardazzi, che specifica chiaramente come finora siano state pubblicate soltanto alcune anticipazioni del volume, oppure Massimo Basile, che ne parla come di un libro già uscito?

La risposta, in realtà, è piuttosto semplice e si trova già nel titolo, ma se volete togliervi ogni dubbio basta controllare la data di pubblicazione.

Delitto in cornice

Con Delitto in cornice, Giancarlo De Cataldo dimostra ancora una volta la sua capacità di costruire storie che vanno oltre il semplice meccanismo investigativo: il romanzo è certamente un giallo, ma è anche un viaggio dentro le fragilità umane, le passioni e le contraddizioni che si nascondono dietro le apparenze.

L’intreccio è solido e coinvolgente. De Cataldo accompagna il lettore tra misteri, sospetti e colpi di scena senza mai perdere il controllo della narrazione. La tensione cresce pagina dopo pagina, ma ciò che colpisce davvero è la cura con cui vengono tratteggiati i personaggi: nessuno è soltanto ciò che sembra essere: ognuno porta con sé una storia, un dolore, un desiderio inconfessato.

L’ambientazione legata al mondo dell’arte aggiunge fascino e originalità al racconto: i quadri, le cornici e ciò che rappresentano diventano parte integrante della vicenda, quasi fossero personaggi silenziosi che osservano gli eventi e custodiscono segreti.

La scrittura di De Cataldo resta uno dei punti di forza del libro: elegante ma accessibile, ricca di dettagli senza risultare mai pesante. L’autore riesce a mantenere il ritmo del giallo e allo stesso tempo, regalare riflessioni che rimangono nella mente anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.

Delitto in cornice è una lettura che soddisfa sia gli amanti del mistero sia chi cerca nei romanzi qualcosa di più di una semplice indagine: un libro capace di intrattenere, emozionare e ricordare che dietro ogni enigma si nasconde sempre una storia profondamente umana.

Il mondo dell’arte contemporanea romano è sconvolto dall’inquietante morte di una sua controversa protagonista. L’ambiente, si sa, è popolato da soggetti celebri e imprevedibili, pane per i denti di Manrico Spinori, abituato a risolvere situazioni intricate. Tra personaggi eccentrici, critici vanesi e collezionisti capricciosi, l’imperturbabile Pm melomane dovrà far luce su un mistero che sfida tanto la sua razionalità quanto il suo gusto estetico.

Verena Rex, provocatoria artista esperta in scarificazione, viene rinvenuta senza vita nel capannone dove filmava le sue performance. Causa del decesso: un taglio alla giugulare. Nessuno sa niente, nessuno ha visto niente; computer e cellulare della vittima sono spariti. È stato un incidente o Verena ha inscenato un suicidio «artistico»? Mentre sul mercato le quotazioni delle sue opere salgono vertiginosamente, un secondo delitto complica la vicenda. Ma, per fortuna, ad aiutare Manrico Spinori nelle indagini c’è una formidabile squadra: formata solo da donne.

Il contino avvertiva, in quella storia, una nota falsa, una dissonanza vaga che non era ancora riuscito a individuare. E quanto all’orizzonte musicale, silenzio assoluto. In piú di un’occasione l’opera era venuta in suo soccorso, suggerendogli una soluzione che, per quanto improbabile, si era poi rivelata quella giusta. Ma stavolta…