Romano Montroni

Ieri se n’è andato Romano Montroni, il libraio che sussurrava ai lettori: aveva iniziato a lavorare in libreria da giovanissimo e negli anni è diventato un punto di riferimento per il mondo dell’editoria. Con il suo modo di intendere i libri e il mestiere, ha formato generazioni intere di libraie e librai. E di lettori (come me).

Cinquant’anni con i libri, sui libri, nei libri. Cinquant’anni per i libri. Romano Montroni è nato in una casa in cui non si leggeva, ma da ragazzo è stato assunto per caso come fattorino alla libreria Rizzoli di Bologna ed è stata la cosa più bella che potesse capitargli: diventato libraio, ha conosciuto moltissimi scrittori e lettori e poi ha lavorato tutta la vita per formare nuove generazioni di librai che amino i libri quanto li ama lui, librai capaci di accendere entusiasmi, nutrire sogni e «sussurrare ai lettori» i libri giusti, quelli che riempiono la vita e a volte la cambiano. In queste pagine Montroni tira le somme della sua esperienza come presidente del Centro per il libro e la lettura e lo fa guardando al futuro: parla di giovani lettori, di scuola, di lettura ad alta voce, di librerie, di biblioteche e naturalmente di librai, di come formarli e come appassionarli. Una testimonianza che ha il fascino di una storia vera e il profumo dei libri nuovi, un’entusiasmante dichiarazione d’amore e di fiducia nella straordinaria potenzialità dei libri e nella infinita felicità dei loro fortunati lettori.

Qualcosa nella nebbia

Che bella questa Fabbrico capovolta immaginata da Camurri: un mondo sospeso tra nebbia, ossessioni e incubi, dove niente è davvero come sembra e i fantasmi non abitano solo le case, ma anche le persone.

In Qualcosa nella nebbia di Roberto Camurri non ci sono momenti di tregua. E in fondo è un po’ come nella vita: chi smette davvero di rimuginare, di fissarsi, di fare i conti con rabbie e delusioni? Quando certe cose ti restano addosso, il tempo cambia forma, si fa confuso, quasi irreale. Una nebbia che nasconde pezzi di noi che magari non volevamo nemmeno vedere.

La sua Fabbrico è un paese pieno di porte chiuse, case che sembrano respirare male, vite spezzate e destini storti. Il romanzo corre dritto dentro tutto questo, come una discesa continua verso qualcosa di oscuro che il paese (e chi lo abita) prova a tenere nascosto.

Camurri costruisce la storia attorno a tre personaggi e per molto tempo non è chiaro cosa li unisca davvero: però li osserviamo mentre si consumano nelle loro ossessioni, nella rabbia, nei fallimenti, e qualcosa che li lega si percepisce subito, anche senza riuscire a nominarlo.

A serpeggiare in tutto il romanzo è soprattutto la paura. La paura di perdere il controllo, forse della follia stessa: di come nasce, cresce e resta lì, nascosta negli angoli più anonimi delle vite quotidiane.

Qualcosa nella nebbia è un romanzo che ti prende e corre via veloce. E quando arriva il colpo, lascia il segno.

Sicuramente consigliato a chi cerca una storia feroce e piena di tensione.

Persepolis

Chi ha amato Persepolis, come è successo a me, probabilmente ricorda una frase che resta impressa

Tutti hanno sempre una scelta

Quando lessi il fumetto per la prima volta, quelle parole mi colpirono profondamente. A pronunciarle è la nonna della protagonista, quasi come un insegnamento da custodire.

È un messaggio potente, quasi disarmante che mi è tornato in mente dopo la scomparsa della sua autrice, Marjane Satrapi: anche quando si subiscono ingiustizie, non lasciare che il rancore prenda il sopravvento.

Scegliere di non odiare è già una forma di resistenza. Restare fedeli a sé stessi, non smarrirsi, non concedere alle ferite il potere di trasformarti. 

Perché, in fondo, una scelta esiste sempre.

Lèggere

La differenza tra chi legge abitualmente e chi legge poco si nota chiaramente nel dialogo con gli altri.

Non dipende soltanto dalle conoscenze acquisite, ma soprattutto dal modo di ragionare: una maggiore varietà di punti di vista, più strategie per affrontare le difficoltà e una migliore capacità di individuare la soluzione più adatta.

Leggere permette di entrare in contatto con prospettive diverse dalla propria.

Ed è un patrimonio che cresce e si rafforza con il passare del tempo.

Parola per parola

Parola per parola ti fa venire voglia di guardare le parole con occhi diversi.

A prima vista sembra un dizionario, ma in realtà va un po’ oltre. Non ti dà solo definizioni: ti accompagna dentro il modo in cui le parole vengono usate davvero, nella vita di tutti i giorni, con tutte le loro sfumature.

La cosa bella è che non tratta la lingua come qualcosa di rigido o da manuale: al contrario, la vede come qualcosa di vivo, che si muove continuamente. Le parole cambiano a seconda di chi le usa, del momento, del contesto. E spesso anche dello stato d’animo.

Leggendolo o anche solo consultandolo ogni tanto, ci si accorge di una cosa abbastanza semplice: parlare non è mai automatico. Ogni parola che si sceglie ha un peso, anche minimo, e contribuisce a dare forma a quello che si vuol dire.

E poi c’è un’altra cosa che colpisce: non è un libro freddo o accademico. È molto concreto, molto legato all’uso reale della lingua. Non ti parla dall’alto, ma quasi da dentro le parole, come se le osservasse mentre vengono usate davvero.

Alla fine, Parola per parola lascia una sensazione abbastanza chiara: le parole non sono solo strumenti per comunicare, sono anche il modo in cui pensiamo e diamo forma a quello che ci succede intorno.

Eco e l’umana sete di prefazioni

Sul Foglio Weekend di questa settimana c’è un interessante articolo su Umberto Eco e su una sua inedita raccolta pubblicata da La nave di Teseo.

Umberto Eco è noto come scrittore di romanzi e saggi di estetica, critica letteraria, semiotica, e filosofia. Sono famose le sue Bustine di Minerva e si ricordano i suoi articoli sui quotidiani. Questa raccolta propone per la prima volta l’Eco scrittore di prefazioni e scritti introduttivi o conclusivi, una intensa produzione che ha accompagnato incessantemente la sua attività culturale e accademica. Questo volume di “scritti liminari” copre un arco temporale che va dal 1956 al 2015, attraversando diversi campi di intervento a cui Eco si è dedicato: prefazioni di ambito letterario, di attualità e costume, sui fumetti e una selezione di testi di carattere filosofico e semiotico. Il volume ci restituisce così tutta l’ampiezza di una personalità fuori dal comune, che attraverso i suoi interventi osserva, e spesso anticipa, i cambiamenti del mondo in questi sessant’anni.

La complessità di Morin

Ieri è venuto a mancare Edgar Morin.

È stato uno di quei pensatori che non hanno mai offerto idee chiuse o facilmente consumabili. Quando ho letto uno dei suoi libri, ho avuto la sensazione di entrare in un modo diverso di guardare il mondo: più lento, più attento, meno sicuro di sé, ma proprio per questo più vicino alla realtà.

Edgar Morin partiva da un’intuizione semplice: la realtà non procede mai in modo lineare. Non è composta da elementi separati o da alternative nette, ma da un insieme di relazioni intrecciate che si influenzano continuamente, spesso in modo imprevedibile.

Per questo, nel suo pensiero, parlare di complessità non significa descrivere qualcosa di caotico o indecifrabile: significa piuttosto riconoscere che le cose stanno insieme anche quando non possono essere ridotte a una sola spiegazione. È un invito a rallentare il bisogno di semplificare, perché nel tentativo di rendere tutto più chiaro si rischia di perdere ciò che è essenziale.

Morin ha insistito a lungo su un punto: siamo abituati a ragionare per opposizioni nette (vero o falso, giusto o sbagliato, natura o cultura, individuo o società). Eppure, secondo lui, la realtà non funziona così. Queste categorie non si escludono, ma si sovrappongono e si intrecciano: comprendere davvero qualcosa significa imparare a tenere insieme ciò che appare contraddittorio.

Dentro questa visione c’è anche un’idea precisa di essere umano: non siamo individui isolati, autonomi e indipendenti in senso assoluto. Siamo invece il prodotto di una rete fitta di relazioni familiari, sociali, culturali e linguistiche. E allo stesso tempo contribuiamo a trasformare quella rete: siamo dentro il sistema e al tempo stesso lo influenziamo continuamente.

Un altro aspetto centrale del suo pensiero riguarda la conoscenza: per Morin non esiste un sapere definitivo o assoluto. Ogni forma di conoscenza è sempre parziale, legata a un punto di vista e quindi inevitabilmente esposta all’errore. Ma questo non è un difetto da eliminare: è una condizione strutturale del pensiero umano. Anzi, spesso è proprio dall’errore che nasce una comprensione più profonda.

In questa prospettiva, anche la scuola dovrebbe cambiare direzione. Non dovrebbe limitarsi a trasmettere nozioni separate, ma insegnare a costruire connessioni, perché la realtà non è fatta di compartimenti stagni: la storia dialoga con la geografia, la scienza con la società, l’economia con la vita quotidiana delle persone. Imparare significa soprattutto imparare a vedere questi legami.

Tutto questo rende il pensiero di Morin estremamente attuale. Viviamo in un mondo saturo di informazioni, ma spesso frammentate, rapide e scollegate tra loro. Eppure le grandi questioni del nostro tempo (ambientali, sociali, tecnologiche) non possono essere comprese da un unico punto di vista: richiedono uno sguardo più ampio, capace di tenere insieme le diverse dimensioni.

Alla fine, la lezione che ci lascia Morin è una forma di umiltà intellettuale: non ci promette di capire tutto, ma ci invita a capire meglio, accettando la complessità invece di rifugiarsi in spiegazioni troppo semplici. Forse è proprio questo il suo insegnamento più prezioso: non cercare scorciatoie nel pensiero, ma restare dentro la realtà così com’è, anche quando appare intrecciata e difficile da ordinare.

Oggi, tutto questo sembra quasi controcorrente. E quindi, mancherà.

“Due spicci” di Zerocalcare e la voce dei quarantenni di oggi

L’impatto di Zerocalcare sui quarantenni di oggi (categoria alla quale appartengo anch’io) può forse riassumersi in una sensazione molto semplice: sentirsi finalmente raccontati senza essere giudicati.

Per una generazione cresciuta tra promesse enormi e una realtà spesso più complicata del previsto, Zerocalcare rappresenta uno specchio: non quello deformante della nostalgia facile o dell’epica generazionale, ma uno specchio imperfetto, ironico, talvolta persino crudele, dentro il quale riconoscersi davvero.

I quarantenni di oggi appartengono a una generazione particolare: adolescenti analogici e adulti digitali. Hanno conosciuto i telefoni fissi, il rumore dei modem, le cassette, MTV, i centri sociali, i forum online e l’idea (poi rivelatasi meno certa del previsto) che studiare molto avrebbe garantito stabilità e sicurezza. Poi sono arrivati la precarietà, le crisi economiche, i cambiamenti sociali rapidissimi e una trasformazione continua delle relazioni umane.

In questo passaggio spesso confuso, Zerocalcare è riuscito a raccontare proprio ciò che molti sentivano senza riuscire a nominarlo: il senso di inadeguatezza, la fatica emotiva, le amicizie che resistono al tempo, il rapporto ambiguo con il passato, la paura di diventare adulti senza sentirsi mai davvero tali.

La sua forza non è mai stata quella di offrire risposte o soluzioni. Anzi. Zerocalcare piace ai quarantenni proprio perché non fa il guru, non pontifica, non semplifica ma racconta l’ansia senza trasformarla in moda, la malinconia senza indulgere nella retorica, l’impegno politico senza ridurlo a slogan.

E soprattutto racconta una fragilità maschile rimasta per anni invisibile o caricaturale: uomini pieni di dubbi, emotivamente impacciati, incapaci di dire certe cose ma profondamente attraversati dalle emozioni. Figure lontanissime dall’idea di mascolinità granitica con cui molti quarantenni sono cresciuti.

C’è poi un elemento fondamentale: la memoria condivisa. Le citazioni pop, i riferimenti culturali e le ossessioni generazionali non sono mai un semplice esercizio nostalgico, ma strumenti per costruire un linguaggio comune. Chi legge i fumetti o guarda le serie di Zerocalcare spesso non prova soltanto la sensazione di capire ciò che sta vedendo: prova soprattutto quella, più rara, di sentirsi capito.

Forse il vero impatto di Zerocalcare sui quarantenni sta proprio nell’aver dato dignità narrativa a una generazione spesso raccontata male: troppo giovane per sentirsi davvero adulta, troppo adulta per considerarsi ancora giovane, sospesa tra aspettative disattese e una continua ricerca di senso.

In un’epoca in cui tutti sembrano voler apparire sicuri, risolti, performanti, Zerocalcare continua ostinatamente a ricordare una verità semplice: si può essere pieni di dubbi e andare avanti lo stesso.

Ed è forse proprio questo il cuore di Due spicci, la nuova serie uscita su Netflix in questi giorni. Non cerca di stupire con grandi effetti o moralismi, ma racconta quel territorio emotivo che molti conoscono bene: le amicizie che cambiano, le paure che restano, il tempo che passa, il senso di inadeguatezza, la difficoltà di comprendere sé stessi e gli altri.

Zerocalcare non racconta una generazione: racconta il modo in cui si sopravvive al tempo che passa senza diventare qualcun altro e se ci riconosciamo nelle sue storie, non è perché siano perfette, ma perché somigliano alle nostre crepe. Quelle che non spariscono, ma imparano a restare illuminate abbastanza da non farci più paura.

La ragazza del convenience store

La ragazza del convenience store è un romanzo breve, apparentemente semplice, ma capace di lasciare addosso domande profonde su identità, normalità e libertà personale.

Scritto da Sayaka Murata, il libro racconta la storia di Keiko Furukura, una donna di trentasei anni che lavora da molti anni in un convenience store di Tokyo. Per chi le sta attorno, la sua vita sembra incompleta, sospesa, quasi sbagliata: niente marito, niente figli, nessuna carriera tradizionale. Eppure Keiko trova proprio in quel piccolo microcosmo fatto di routine, scaffali e rituali una forma di equilibrio che il mondo esterno fatica a comprendere.

La grande forza del romanzo è nel ribaltare il punto di vista. Quello che molti considerano strano viene mostrato con naturalezza, mentre le vere rigidità sembrano appartenere a una società ossessionata dalle aspettative e dalle convenzioni. Murata non giudica, non alza mai la voce, non cerca scorciatoie emotive. Osserva. E proprio attraverso questa apparente leggerezza riesce a colpire in profondità.

Uno degli aspetti più riusciti di La ragazza del convenience store è la sua capacità di raccontare il disagio senza trasformarlo in tragedia: c’è ironia, c’è tenerezza, ma anche una sottile malinconia che accompagna il lettore fino all’ultima pagina. Keiko non è costruita per piacere o per essere un’eroina tradizionale: è autentica, fragile e ostinatamente fedele a sé stessa.

In un’epoca in cui sembra obbligatorio inseguire modelli prestabiliti di successo e felicità, questo romanzo arriva quasi come un invito gentile a fermarsi e chiedersi: esiste davvero un solo modo giusto di vivere?

La ragazza del convenience store contiene una riflessione enorme sulla pressione sociale, sull’identità e sul diritto di essere diversi senza dover continuamente spiegare il perché. Una lettura intelligente, originale e sorprendentemente luminosa, che resta nella mente molto più a lungo di quanto le sue poche pagine farebbero immaginare.

Acqua sporca

Leggendo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda (candidato al prossimo Premio Strega, dove il mio preferito rimane I convitati di pietra di Michele Mari), la cosa che ho apprezzato maggiormente è il modo in cui rimette al centro un tema che nel romanzo italiano contemporaneo sembra comparire sempre meno: la questione di classe. Questo romanzo riesce a raccontare con grande lucidità cosa accade quando persone appartenenti a mondi sociali differenti finiscono per incontrarsi o scontrarsi. E da quegli attriti emergono risentimento, vergogna, incomprensioni, crudeltà, senso di inferiorità o superiorità, insieme a forme molto ambigue di affetto, colpa, paternalismo, rabbia e desiderio di riconoscimento.

Dentro questo intreccio già complesso si inserisce poi il tema dell’identità: cosa significa attraversare culture, paesi e classi sociali diverse, cosa resta di noi durante quel passaggio e quanto sia difficile sentirsi davvero arrivati da qualche parte.

Acqua sporca è anche un libro estremamente attuale. In un momento storico in cui il dibattito sull’identità e sull’inclusione è sempre più centrale, la Uyangoda offre uno sguardo prezioso e necessario, capace di creare dialogo invece che divisione: leggerlo significa confrontarsi con prospettive spesso ignorate, ma raccontate con una sensibilità che rende impossibile restare indifferenti.

Quello che colpisce maggiormente è forse l’equilibrio tra profondità e accessibilità: il libro fa riflettere, ma riesce anche a coinvolgere emotivamente pagina dopo pagina. È una lettura che arricchisce, apre domande e continua a risuonare anche dopo aver chiuso il libro.

Dopo trent’anni trascorsi in Italia, Neela ha deciso di tornare in Sri Lanka. Come l’attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull’isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa. Pavitra, la sorella più piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l’ha costretta a dare in pegno l’unica ricchezza che possedeva. Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica». Una storia famigliare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa.