De Gregori, per le persone facili che non hanno dubbi mai

Sulle recenti parole di Francesco De Gregori e delle conseguenti polemiche ho letto di tutto.

Il punto di vista che più condivido e che mi sembra più equilibrato è quello di Walter Veltroni sul Corriere della Sera

Il nostro tempo ha ormai scandito due messaggi che sono imperativi: semplificare e polarizzare. È una stagione di recinti, non di praterie. Di grida, non di parole. Di certezze apodittiche non di prolifici dubbi.
Non per caso tutto il mondo si va politicamente radicalizzando e i populismi, la sublimazione delle logiche semplificatorie, si affermano ovunque con sprezzo della ragione, come avviene con Trump. Nessuno più della sinistra dovrebbe invece amare il dubbio, la complessità del ragionare, la robustezza culturale di un impegno che nasce dalla ricerca e dalla coscienza della interrelazione delle cose del mondo e delle persone.

Veltroni intervista l’AI

Ho letto con curiosità l’intervista di Walter Veltroni a Claude, una delle più avanzate applicazioni di intelligenza artificiale.

Non è il primo a legare il mondo del giornalismo con quello delle nuove tecnologie (in Italia, Il Foglio fa uscire settimanalmente un inserto con articoli scritti esclusivamente dall’AI): a questo giro però l’esperimento non mi sembra particolarmente riuscito.

C’è una cerchia di intellettuali (spesso di sinistra) che sembra parlare soprattutto a se stessa: produce contenuti che si credono brillanti, spesso scollegati dalla realtà, e li offre a un pubblico sempre più ristretto e autoreferenziale. Il problema non è l’ironia o la sperimentazione, ma la distanza: il rischio è restare chiusi in una bolla che scambia l’autocompiacimento per analisi.

LOL non ci fa più ridere?

Ho visto le prime puntate della sesta stagione di LOL – Chi ride è fuori su Amazon Prime. Negli anni passati ho letto opinioni feroci sul programma da parte di importanti critici televisivi che scrivevano

Le caratteristiche principali del programma sono due. La prima è che non fa ridere, neanche volendo; anzi, rende patetico il comico che vuol far ridere a tutti i costi. La seconda è che i partecipanti, che di fatto lavorano un pomeriggio, più gli obblighi promozionali, ricevono compensi da favola. Non tutti uguali (anche fra i comici esiste una scala di merito), ma pur sempre molto consistenti.

Oggi il format risulta effettivamente un po’ datato: dopo l’effetto novità, il meccanismo tende a ripetersi. Le gag diventano prevedibili, spesso forzate, e il ritmo si inceppa. Non tutti i comici riescono ad adattarsi al formato, e questo crea momenti vuoti, in cui la tensione cala invece di crescere.

C’è poi una sensazione di struttura eccessiva: l’improvvisazione, che dovrebbe essere il cuore del programma, sembra a tratti ingabbiata. Nelle prime stagioni, la percezione era che i comici improvvisassero maggiormente, mentre adesso sembra ci sia una costruzione diversa che parte da un repertorio consolidato. Il risultato è un umorismo disomogeneo, che alterna buoni spunti a lunghi passaggi meno incisivi. Molti scketch, uno dopo l’altro, senza un vero e proprio collante.

LOL resta un’idea forte, ma non sempre riesce a sostenerla. E alla lunga, più che far ridere, rischia di far rimpiangere quello che avrebbe potuto essere.

Le dieci parole tradite

Ci sono libri che non si limitano a raccontare, ma invitano a fermarsi e riflettere. Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento di Venanzio Postiglione (uscito oggi) è uno di questi.

Con uno stile chiaro e coinvolgente, l’autore analizza dieci parole fondamentali del nostro vivere civile, mostrando come nel tempo abbiano perso forza, precisione e profondità. Termini come democrazia o talento vengono spesso usati in modo superficiale, fino a svuotarsi del loro significato originario. Postiglione, però, non si limita alla critica: il suo è un invito a recuperare il valore autentico del linguaggio.

Il libro colpisce per equilibrio e lucidità. Ogni capitolo è uno specchio del presente, in cui il lettore si riconosce tra abitudini linguistiche distratte e semplificazioni quotidiane. Ma proprio da questa consapevolezza nasce una possibilità: quella di restituire peso alle parole e, con esse, alle idee che rappresentano.

In un’epoca dominata dalla velocità, questo saggio ci ricorda quanto sia importante rallentare e pensare, perché le parole non sono solo strumenti, ma fondamenta della nostra civiltà.

Un libro attuale, accessibile e necessario, capace di lasciare un segno e di farci usare il linguaggio (e quindi il pensiero) con maggiore attenzione.

Quale Futuro (Nazionale) per il Governo?

Venerdì sera pare che la Meloni abbia chiesto a Tajani e Salvini di aspettare i primi sondaggi post referendum per capire verso quale direzione tira il vento.

Sebbene un calo di Fratelli d’Italia fosse da considerarsi fisiologico, non credo che alla Premier faccia piacere vedere la simulazione Ipsos Doxa delle intenzioni di voto apparsa oggi sul Corriere.

Se Vannacci dovesse arrivare veramente al 3% con il suo Futuro Nazionale diventerebbe l’ago della bilancia per potere avere la maggioranza in Parlamento in un’ipotetica nuova legislatura.

Rischiare e andare al voto? Forse ci penserei un attimino…

Poco da esultare

Ho recuperato un po’ di commenti sulla prestazione di ieri della nostra Nazionale.

Quello più benevolo mi sembra di Fabrizio Roncone che sul Corriere scriveva durante la partita

Stanno giocando tutti una partita penosa. Consentendo agli irlandesi di fare quella che avevano progettato. Difendono con una linea a cinque molto stretta, su cui accorciano i tre centrocampisti. Sempre durissimi su ogni contrasto. La notizia è che, quando ripartono, non soltanto cercano di giocare palla a terra. Ma arrivano, con inaudita facilità, nella nostra area. Mortificante, davvero.

In più ho visto il video che in queste ore spopola in rete in cui Federico Dimarco e alcuni compagni sono stati ripresi mentre esultavano alla notizia del risultato tra Galles e Bosnia: comprensibile (il Galles corre il doppio della Bosnia), ma poco sportivo e rispettoso (certo, pure la RAI…).

Così, a occhio, questa Nazionale non sta attirando molte simpatie…

Giornalismo e IA

Tra le mille storie laterali riguardanti l’intelligenza artificiale e il modo di fare giornalismo, ce n’è una che penso valga la pena essere raccontata.

Nei giorni scorsi si è parlato e scritto tanto di un giornalista romano arrestato per pedofilia: in tutte le redazioni è partita la caccia per sapere nome e cognome, fino a quando qualcuno ha pensato bene di chiedere alle varie piattaforme di intelligenza artificiale. È così arrivato il nome e cognome del presunto colpevole. Ma sbagliato. Con una doppia violazione, perché oltre a non segnalare che erano necessarie particolari accortezze per tutelare con l’anonimato i minori, l’Intelligenza artificiale ha anche diffuso notizie false e lesive della reputazione delle persone chiamate ingiustamente in causa. 

Gemini, intelligenza artificiale di Google, ha indicato il nome di una persona deceduta. 

ChatGpt ha fornito il nome di un giornalista vivente, con le stesse iniziali dell’arrestato ma di età diversa. 

Il più corretto è stato Grok che si è rifiutato di dare informazioni sottolineando che i minori vengono prima di qualsiasi curiosità o scoop. 

Solo dopo alcune ore Gemini e ChatGpt hanno corretto le loro risposte e smesso di dare informazioni, limitandosi a fornire link sull’arresto.

Il problema dell’accuratezza delle fonti riguarda da anni il nostro sistema giornalistico: è questo il nuovo modello di fare informazione?

La recensione identica di Baricco e Lucarelli

Ma come è possibile che sia Carlo Lucarelli che Alessandro Baricco recensiscano lo stesso libro (Una rabbia semplice di Davide Longo) su La Repubblica e Corriere della Sera utilizzando esattamente le stesse parole?