Chi legge?

C’è un aspetto che ogni volta mi rattrista durante le belle giornate trascorse al mare: sembra che quasi nessuno legga più.

Escludendo me, riesco a contare sulle dita di una mano le persone che hanno con sé un libro, un iPad o un Kindle. Giornali, neanche a parlarne.

Ormai sembrano appartenere a una specie sempre più rara, quasi in via di estinzione.

Regime Change: il Foglio – Repubblica 1-0

Capita spesso, quando sta per uscire un nuovo libro, di imbattersi nelle prime recensioni sui giornali o sui siti di informazione.

Durante la mia rassegna stampa di questa mattina ho notato che sia la Repubblica sia il Foglio scrivevano di Regime Change, il libro scritto da due giornalisti del New York Times (Maggie Haberman e Jonathan Swan) che raccoglie una quantità di episodi utili a capire meglio cosa passa per la testa di Trump, anche nei rapporti con gli alleati.

Fin qui nulla di strano.

C’è però un dettaglio curioso. Nell’articolo de il Foglio il libro viene presentato come una pubblicazione di prossima uscita.

Leggendo la Repubblica, invece, sembra che sia già disponibile in libreria.

Chi ha ragione, dunque? Marco Bardazzi, che specifica chiaramente come finora siano state pubblicate soltanto alcune anticipazioni del volume, oppure Massimo Basile, che ne parla come di un libro già uscito?

La risposta, in realtà, è piuttosto semplice e si trova già nel titolo, ma se volete togliervi ogni dubbio basta controllare la data di pubblicazione.

Una foto

Nell’epoca dell’apparire, una cosa del genere non so se mi fa più sorridere o mette tristezza.

Quando imposti i rapporti internazionali così, questo è il minimo che può capitarti.

Scambiare i complimenti per lealtà e l’affinità politica per una garanzia di affidabilità è un errore che in politica internazionale si paga caro: Giorgia Meloni sembra aver creduto che il rapporto personale con un leader dall’ego ingombrante fosse un punto di forza. In realtà, quando si entra nel suo gioco, si finisce inevitabilmente per recitare una parte nel suo spettacolo.

E a pagare il prezzo di questa illusione è l’intero Paese.

De Gregori, per le persone facili che non hanno dubbi mai

Sulle recenti parole di Francesco De Gregori e delle conseguenti polemiche ho letto di tutto.

Il punto di vista che più condivido e che mi sembra più equilibrato è quello di Walter Veltroni sul Corriere della Sera

Il nostro tempo ha ormai scandito due messaggi che sono imperativi: semplificare e polarizzare. È una stagione di recinti, non di praterie. Di grida, non di parole. Di certezze apodittiche non di prolifici dubbi.
Non per caso tutto il mondo si va politicamente radicalizzando e i populismi, la sublimazione delle logiche semplificatorie, si affermano ovunque con sprezzo della ragione, come avviene con Trump. Nessuno più della sinistra dovrebbe invece amare il dubbio, la complessità del ragionare, la robustezza culturale di un impegno che nasce dalla ricerca e dalla coscienza della interrelazione delle cose del mondo e delle persone.

Un ragionevole dubbio

Da diversi giorni siamo sommersi dalle notizie sui nuovi sviluppi del caso Garlasco.

Le ipotesi si moltiplicano, gli elementi scientifici da analizzare sono tantissimi e i riferimenti temporali da ricostruire rendono tutto ancora più complesso.

In mezzo a questo caos mediatico e giudiziario, però, continua a tornarmi in mente una sola domanda: quando, durante un’indagine o un processo, esiste il ragionevole dubbio che le prove non siano sufficienti per condannare una persona, quale rischio è preferibile correre? Quello di mandare in carcere un possibile innocente oppure quello di lasciare libero un possibile colpevole?

Le città di pianura

I premi, notoriamente, bisogna saperli demeritare. Gli autori hanno fatto di tutto per evitare la celebrazione, e anche gli attori magistrali, elettrici, sornioni e imbriagoni (Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi). Di tutto hanno fatto il montatore (Paolo Cottignola), il musicante (Krano), i produttori (Marta Donzelli, Gregorio Paonessa), ma insieme con tutti gli altri non ci sono riusciti. Per una volta i David di Donatello hanno offerto un tripudio di doni meritati a chi non fellineggia a vanvera, a chi non insegue la pigrizia dell’intimismo ideologico, a chi non solletica il banale estetizzante che è in noi, a un capolavoro che è anche un manifesto di cinema e letterario.

Giuliano Ferrara sul Foglio weekend di questa settimana.

Sul Pulitzer ad Hannah Natanson

La giornalista del Washington Post Hannah Natanson è stata perquisita a gennaio dall’FBI, che le ha portato via il suo computer, i suoi telefoni, il suo smartwatch.

Li hanno sequestrati in un’indagine classificata come fuga di notizie: non era lei il bersaglio e non è stata accusata di alcun crimine. Aveva semplicemente più di 1100 fonti governative confidenziali.

Ieri, lei e il suo team hanno vinto il Pulitzer per il Servizio Pubblico. Perché, in mezzo alla pressione e alla paura, ha continuato a raccontare l’impatto umano a seguito delle scelte dell’amministrazione Trump.

Il giornalismo coraggioso non si spegne facilmente: tanto meno quando dà davvero fastidio al potere.

Lucarelli, Alliva e la Vertigine del già visto (ma non troppo)

Con il continuo bombardamento di notizie, questa vicenda della scorsa settimana mi era passata del tutto sotto traccia: l’ho recuperata solo nel weekend, grazie alla newsletter de Il Post sul dannato futuro dei giornali.

In breve, Selvaggia Lucarelli ha rilanciato alcune segnalazioni arrivate da alcuni lettori sul libro Vertigine di Simone Alliva, firma del quotidiano Domani: al centro delle critiche ci sarebbero alcuni passaggi del testo ritenuti troppo simili a contenuti già pubblicati altrove. Alliva è intervenuto inizialmente su Instagram parlando di un errore, annunciando anche la cancellazione della presentazione milanese del libro (che si doveva svolgere alla Libreria Antigone, che sull’annullamento ha risposto così). In seguito ha deciso di chiudere i propri profili social, sia su Instagram che su Twitter.

Tutta la storia la trovate qui.

La vicenda mette ancora una volta in evidenza un meccanismo ormai abbastanza tipico del dibattito online: la velocità con cui una questione editoriale si trasforma in caso pubblico. Al di là delle singole responsabilità (nel caso specifico, la ricostruzione della Lucarelli mi sembra francamente precisa e inattaccabile), colpisce soprattutto la dinamica. Una segnalazione, la diffusione sui social, la reazione immediata, poi il ritiro dal confronto pubblico. Tutto avviene in tempi molto rapidi, spesso prima che si possa costruire una discussione davvero approfondita.

Il punto non è solo stabilire cosa sia successo, ma osservare come oggi si sviluppino queste controversie: tra piattaforme e con la pressione costante dell’opinione pubblica. In questo contesto, anche gli errori non restano mai circoscritti, ma diventano immediatamente narrativi, parte di una storia più grande.

E forse è proprio questo l’aspetto più interessante: non tanto il singolo episodio, quanto il modo in cui il sistema mediatico contemporaneo lo amplifica, lo trasforma e lo rende rapidamente irreversibile.

Veltroni intervista l’AI

Ho letto con curiosità l’intervista di Walter Veltroni a Claude, una delle più avanzate applicazioni di intelligenza artificiale.

Non è il primo a legare il mondo del giornalismo con quello delle nuove tecnologie (in Italia, Il Foglio fa uscire settimanalmente un inserto con articoli scritti esclusivamente dall’AI): a questo giro però l’esperimento non mi sembra particolarmente riuscito.

C’è una cerchia di intellettuali (spesso di sinistra) che sembra parlare soprattutto a se stessa: produce contenuti che si credono brillanti, spesso scollegati dalla realtà, e li offre a un pubblico sempre più ristretto e autoreferenziale. Il problema non è l’ironia o la sperimentazione, ma la distanza: il rischio è restare chiusi in una bolla che scambia l’autocompiacimento per analisi.

La guerra a Gaza senza Gaza

Dopo una visita in una libreria di Washington D.C., il giornalista israelo-canadese Matti Friedman ha osservato l’emergere di quello che considera un nuovo filone letterario, che propone di chiamare Gazology. Profondo conoscitore del Medio Oriente, già reporter per Associated Press e opinionista del New York Times, Friedman vive a Gerusalemme, a poche ore di distanza dalle aree di conflitto, e sostiene che molti dei libri diffusi in Occidente su Gaza ne offrano una rappresentazione (a esser buoni) imprecisa.

In un articolo pubblicato martedì su The Free Press, ha analizzato le opere di cinque autori (El Akkad di cui avevo già scritto qui, Traverso, Malm, Mishra e Beinart, tutti tradotti anche in Italia), rilevando come non si tratti di veri reportage: nella maggior parte dei casi, gli scrittori non sono mai stati in Palestina, ma sembrano ritenere che le informazioni necessarie siano facilmente reperibili online. Talvolta Gaza è solo uno sfondo narrativo, altre diventa un pretesto per ampie riflessioni sul presente: in entrambi i casi, però, la complessità reale del conflitto finisce per svanire.

Secondo Friedman, scarsa qualità letteraria e analisi superficiale spesso coincidono, ma invita comunque a non sottovalutare questi libri: pur nella loro mediocrità, contribuiscono a formare una generazione che potrebbe vedere Gaza non semplicemente come scenario di una guerra (magari discutibile o persino illegittimo) ma come una chiave per interpretare i lati più oscuri del mondo.

Speriamo che Kapuściński non si rivolti nella tomba.