LOL non ci fa più ridere?

Ho visto le prime puntate della sesta stagione di LOL – Chi ride è fuori su Amazon Prime. Negli anni passati ho letto opinioni feroci sul programma da parte di importanti critici televisivi che scrivevano

Le caratteristiche principali del programma sono due. La prima è che non fa ridere, neanche volendo; anzi, rende patetico il comico che vuol far ridere a tutti i costi. La seconda è che i partecipanti, che di fatto lavorano un pomeriggio, più gli obblighi promozionali, ricevono compensi da favola. Non tutti uguali (anche fra i comici esiste una scala di merito), ma pur sempre molto consistenti.

Oggi il format risulta effettivamente un po’ datato: dopo l’effetto novità, il meccanismo tende a ripetersi. Le gag diventano prevedibili, spesso forzate, e il ritmo si inceppa. Non tutti i comici riescono ad adattarsi al formato, e questo crea momenti vuoti, in cui la tensione cala invece di crescere.

C’è poi una sensazione di struttura eccessiva: l’improvvisazione, che dovrebbe essere il cuore del programma, sembra a tratti ingabbiata. Nelle prime stagioni, la percezione era che i comici improvvisassero maggiormente, mentre adesso sembra ci sia una costruzione diversa che parte da un repertorio consolidato. Il risultato è un umorismo disomogeneo, che alterna buoni spunti a lunghi passaggi meno incisivi. Molti scketch, uno dopo l’altro, senza un vero e proprio collante.

LOL resta un’idea forte, ma non sempre riesce a sostenerla. E alla lunga, più che far ridere, rischia di far rimpiangere quello che avrebbe potuto essere.

I giornali cartacei sono fuori tempo?

C’è stato un tempo in cui le notizie avevano un ritmo umano: arrivavano una volta al giorno, stampate su carta, con il peso delle scelte editoriali e il tempo necessario per essere verificate. Oggi, invece, l’informazione corre senza sosta: aggiornata di continuo, frammentata, spesso consumata in pochi secondi.

I giornali cartacei sembrano lenti, quasi fuori tempo. Ma forse è proprio questa la loro forza. In un flusso continuo di notizie, la carta impone una pausa: seleziona, ordina, gerarchizza. Non rincorre tutto, prova a dare un senso.

Ed è qui che può ridefinire il proprio ruolo: meno cronaca (ormai dominata dal tempo reale) e più approfondimento. Studio, contesto, spiegazioni. Non arrivare per primi, ma arrivare meglio.

Oggi mi è capitato di leggere il Giornale di Sicilia cartaceo, il quale titolava

Il tempo di prendere il mio iPad e Repubblica riportava questo

La velocità ha un vantaggio evidente: ci tiene sempre aggiornati, ma ha anche un costo. Più si accelera, più aumenta il rischio di superficialità, di errori, di informazioni che si inseguono senza mai sedimentarsi.

Il giornale di carta non può competere sul tempo: ma può ancora competere sullo sguardo e sull’approfondimento.

In un’epoca in cui tutto scorre forse è proprio ciò di cui abbiamo più bisogno, purché accettiamo che il cartaceo non può più dettare i tempi dell’informazione ma quelli dell’analisi e della ricerca.

Tutto corretto dall’AI, niente pensato

C’è una scorciatoia sempre più usata nell’informazione: far scrivere articoli all’intelligenza artificiale: veloce, economica, instancabile. Ma a che prezzo?

Un testo generato può essere corretto, scorrevole, persino convincente. Eppure manca qualcosa: uno sguardo. Il giornalismo non è solo mettere insieme informazioni, è scegliere cosa raccontare e come farlo. È responsabilità, esperienza, sensibilità.

Il rischio è un’informazione sempre più uniforme, fatta di articoli che si somigliano, senza voce e senza attrito. Se tutti usano gli stessi strumenti, il risultato è un racconto piatto, prevedibile, facilmente sostituibile.

C’è poi un nodo cruciale: chi risponde di ciò che viene scritto? Quando la firma è umana, la responsabilità è chiara. Quando scrive una macchina, lo è molto meno.

Esiste però una via intermedia: usare l’AI come supporto e non come sostituto. Un testo può essere generato e poi rivisto, corretto, arricchito da una persona. È lì che torna il valore umano: nella scelta delle parole, nel taglio, nelle sfumature (certo, bisogna stare un po’ attenti per evitare quello che è successo la scorsa settimana nell’edizione cartacea de La Sicilia)

Non è una guerra alla tecnologia. Ma se automatizziamo la scrittura, rischiamo di automatizzare anche il pensiero. E a quel punto, più che informare, ci limiteremo a riempire spazi.

Le dieci parole tradite

Ci sono libri che non si limitano a raccontare, ma invitano a fermarsi e riflettere. Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento di Venanzio Postiglione (uscito oggi) è uno di questi.

Con uno stile chiaro e coinvolgente, l’autore analizza dieci parole fondamentali del nostro vivere civile, mostrando come nel tempo abbiano perso forza, precisione e profondità. Termini come democrazia o talento vengono spesso usati in modo superficiale, fino a svuotarsi del loro significato originario. Postiglione, però, non si limita alla critica: il suo è un invito a recuperare il valore autentico del linguaggio.

Il libro colpisce per equilibrio e lucidità. Ogni capitolo è uno specchio del presente, in cui il lettore si riconosce tra abitudini linguistiche distratte e semplificazioni quotidiane. Ma proprio da questa consapevolezza nasce una possibilità: quella di restituire peso alle parole e, con esse, alle idee che rappresentano.

In un’epoca dominata dalla velocità, questo saggio ci ricorda quanto sia importante rallentare e pensare, perché le parole non sono solo strumenti, ma fondamenta della nostra civiltà.

Un libro attuale, accessibile e necessario, capace di lasciare un segno e di farci usare il linguaggio (e quindi il pensiero) con maggiore attenzione.

Quale sarebbe il mondo reale?

Provate a guardare di seguito, uno dietro l’altro, Studio Aperto alle 12:25, a seguire SKY TG24 0 il TG2 alle 13.00 e subito dopo il TG delle 13.30 su LA7.

Se riuscite ad arrivare alla fine, vi sembrerà di aver visto descritti due mondi differenti, due visioni dissimili.

Se non ci fossero le varie testate su internet (con gli stessi identici problemi, ovvio) per bilanciare il giudizio e avere un quadro più completo della situazione, tutto quanto sembrerebbe altamente alienante.

Com’era la storia del quarto potere? Di tutti, quale sarebbe il mondo reale?

Al voto, al voto!

Sinceramente sono rimasto stupito nel leggere sul Foglio di oggi (quotidiano che sicuramente non rema a favore del centrosinistra) l’invito del direttore Claudio Cerasa al Governo Meloni di andare verso elezioni anticipate

Arrivati a questo punto della storia, forse, è inutile prendersi in giro: prendere tempo significa solo perdere tempo. E piuttosto che cercare un modo complicato, spericolato e precario per rimettere insieme i cocci di un vaso che si è rotto, ed essendo difficile crearne uno nuovo di zecca, tanto vale guardare in faccia la realtà, rendersi conto che i Delmastro, le Santanchè, le Bartolozzi sono la punta dell’iceberg di un problema più grande, capire che il risultato del referendum è la spia di un terreno che si sta sgretolando, prendere atto che il voto del 22 e 23 marzo è stato un voto di sfiducia anche nei confronti del governo ed evitare dunque di trasformare i mesi che ci separano dalle elezioni, sulla carta si voterà a settembre 2027, in una lenta agonia, non solo per il governo ma anche per l’Italia.

Giornalismo e IA

Tra le mille storie laterali riguardanti l’intelligenza artificiale e il modo di fare giornalismo, ce n’è una che penso valga la pena essere raccontata.

Nei giorni scorsi si è parlato e scritto tanto di un giornalista romano arrestato per pedofilia: in tutte le redazioni è partita la caccia per sapere nome e cognome, fino a quando qualcuno ha pensato bene di chiedere alle varie piattaforme di intelligenza artificiale. È così arrivato il nome e cognome del presunto colpevole. Ma sbagliato. Con una doppia violazione, perché oltre a non segnalare che erano necessarie particolari accortezze per tutelare con l’anonimato i minori, l’Intelligenza artificiale ha anche diffuso notizie false e lesive della reputazione delle persone chiamate ingiustamente in causa. 

Gemini, intelligenza artificiale di Google, ha indicato il nome di una persona deceduta. 

ChatGpt ha fornito il nome di un giornalista vivente, con le stesse iniziali dell’arrestato ma di età diversa. 

Il più corretto è stato Grok che si è rifiutato di dare informazioni sottolineando che i minori vengono prima di qualsiasi curiosità o scoop. 

Solo dopo alcune ore Gemini e ChatGpt hanno corretto le loro risposte e smesso di dare informazioni, limitandosi a fornire link sull’arresto.

Il problema dell’accuratezza delle fonti riguarda da anni il nostro sistema giornalistico: è questo il nuovo modello di fare informazione?

L’identità e il marchio

Il Fatto quotidiano ha inciso nella propria testata lo slogan-manifesto “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Serve un rebranding per due ragioni. La prima è di tipo legale: Seif è una società quotata e mantenere il vecchio logo veicolerebbe false informazioni al mercato. La seconda è sostanziale: senza una modifica grafica, il Fatto si ritroverebbe a essere il primo giornale al mondo con la fake news anche nella testata.

Via il Foglio

Mai dire mai

Leggo con stupore della decisione della proprietà de Il fatto quotidiano di aderire al decreto del governo Meloni che nel dicembre scorso, prevedeva un contributo straordinario all’editoria per la stampa dei giornali cartacei nella misura di dieci centesimi per ogni copia venduta.

Non credo sia eticamente sbagliato (i fondi esistono proprio per far fronte a periodi difficili come questo e quindi – anche – per scongiurare licenziamenti), ma sicuramente risulta stridere con quanto scritto fino ad ora, più volte, all’interno delle proprie pagine (il contributo si riferisce alla diffusione nel 2023, e corrisponde a 721mila euro netti).

Il Fatto Quotidiano non ha mai ricevuto, né sta ricevendo, né riceverà un euro di finanziamento pubblico. 

Il dogma sventolato continuamente dalla propria direzione è venuto meno.

La recensione identica di Baricco e Lucarelli

Ma come è possibile che sia Carlo Lucarelli che Alessandro Baricco recensiscano lo stesso libro (Una rabbia semplice di Davide Longo) su La Repubblica e Corriere della Sera utilizzando esattamente le stesse parole?