Come se ne esce

Viviamo in un mondo che sembra diventato improvvisamente più fragile, imprevedibile e difficile da capire: ogni giorno arrivano notizie che ci preoccupano, e spesso anche solo provare a stare dietro a tutto diventa faticoso.

Sarebbe però un errore pensare che basti aspettare la fine dell’era Trump per tornare alla normalità: Donald Trump, in fondo, è più il sintomo che la causa di una crisi molto più profonda. Una crisi politica, sociale e culturale che non sparirà con un cambio alla Casa Bianca. Se non verrà affrontata, continuerà semplicemente a produrre altri Trump, magari con nomi e facce diverse.

Il vecchio ordine internazionale non sembra più in grado di reggere, mentre quello nuovo è ancora tutto da costruire. E nel frattempo le democrazie fanno fatica a trovare risposte.

Perché una democrazia diventa difficile da difendere quando non riesce più a garantire ciò che promette: lavoro, sicurezza, libertà, servizi, diritti, possibilità di costruirsi un futuro. Quando le persone smettono di fidarsi delle istituzioni, chi vuole demolirle trova terreno fertile. La sfiducia diventa consenso e il malessere si trasforma in voto.

È anche da qui che nasce il caos che gli Stati Uniti sembrano esportare nel resto del mondo: un caos che, prima ancora di essere geopolitico, è interno. E forse per questo non basteranno diplomazia, incontri internazionali e appelli alla moderazione.

La crisi è molto più profonda.

Ma allora come se ne esce? Come si mette davvero la parola fine a questa lunga stagione politica? E soprattutto, chi sta già provando a costruire qualcosa dopo Trump?

È da queste domande che parte Francesco Costa, andando a cercare risposte non nei palazzi del potere, ma tra le persone e nei luoghi in cui l’America sta provando concretamente a cambiare direzione: comunità che affrontano problemi reali, città che cercano nuove strade, territori che provano a ricostruire fiducia, industria e lavoro.

Come se ne esce è un viaggio attraverso un’America diversa, quella che non aspetta che qualcuno risolva i problemi al posto suo e che prova, giorno dopo giorno, a dimostrare che la democrazia può ancora funzionare.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante: la storia raccontata non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Perché mentre continuiamo a discutere delle vecchie regole e di chi le sta distruggendo, c’è già qualcuno che ha cominciato a scriverne di nuove.

Una foto

Nell’epoca dell’apparire, una cosa del genere non so se mi fa più sorridere o mette tristezza.

Quando imposti i rapporti internazionali così, questo è il minimo che può capitarti.

Scambiare i complimenti per lealtà e l’affinità politica per una garanzia di affidabilità è un errore che in politica internazionale si paga caro: Giorgia Meloni sembra aver creduto che il rapporto personale con un leader dall’ego ingombrante fosse un punto di forza. In realtà, quando si entra nel suo gioco, si finisce inevitabilmente per recitare una parte nel suo spettacolo.

E a pagare il prezzo di questa illusione è l’intero Paese.

De Gregori, per le persone facili che non hanno dubbi mai

Sulle recenti parole di Francesco De Gregori e delle conseguenti polemiche ho letto di tutto.

Il punto di vista che più condivido e che mi sembra più equilibrato è quello di Walter Veltroni sul Corriere della Sera

Il nostro tempo ha ormai scandito due messaggi che sono imperativi: semplificare e polarizzare. È una stagione di recinti, non di praterie. Di grida, non di parole. Di certezze apodittiche non di prolifici dubbi.
Non per caso tutto il mondo si va politicamente radicalizzando e i populismi, la sublimazione delle logiche semplificatorie, si affermano ovunque con sprezzo della ragione, come avviene con Trump. Nessuno più della sinistra dovrebbe invece amare il dubbio, la complessità del ragionare, la robustezza culturale di un impegno che nasce dalla ricerca e dalla coscienza della interrelazione delle cose del mondo e delle persone.

Sul Pulitzer ad Hannah Natanson

La giornalista del Washington Post Hannah Natanson è stata perquisita a gennaio dall’FBI, che le ha portato via il suo computer, i suoi telefoni, il suo smartwatch.

Li hanno sequestrati in un’indagine classificata come fuga di notizie: non era lei il bersaglio e non è stata accusata di alcun crimine. Aveva semplicemente più di 1100 fonti governative confidenziali.

Ieri, lei e il suo team hanno vinto il Pulitzer per il Servizio Pubblico. Perché, in mezzo alla pressione e alla paura, ha continuato a raccontare l’impatto umano a seguito delle scelte dell’amministrazione Trump.

Il giornalismo coraggioso non si spegne facilmente: tanto meno quando dà davvero fastidio al potere.

Donnyland

Certe proposte nascono come provocazioni, ma finiscono per dire qualcosa di più profondo. L’idea, circolata qualche giorno fa tra alcuni ucraini, di ribattezzare il Donbass Donnyland rientra proprio in questa categoria: un gesto ironico, quasi surreale, dentro una realtà che di surreale ha ben poco.

Il riferimento è evidente e punta a Donald Trump e alle sue posizioni ambigue sulla guerra in Ucraina. Trasformare un territorio devastato dal conflitto in un nome da parco a tema è una forma di sarcasmo che colpisce, perché mette in luce una distanza: quella tra chi vive la guerra e chi la commenta da lontano.

Ma dietro l’ironia c’è anche un meccanismo antico: rinominare i luoghi è sempre stato un atto politico. Qui, però, il ribaltamento è evidente: non è il potere che impone un nome, ma chi resiste che lo usa per denunciare, per smascherare, per non restare in silenzio.

Donnyland non è una proposta reale, nessuno pensa davvero di cambiare il nome del Donbass: è piuttosto una forma di linguaggio, un modo per dire che certe narrazioni (semplificate, distanti, a volte ciniche) non possono essere accettate senza risposta.

In un contesto in cui le parole spesso accompagnano o deformano la realtà, anche una battuta può diventare un atto politico. E forse è proprio questo il punto: ricordare che, anche nell’assurdo, c’è sempre qualcuno che prova a raccontare la verità a modo suo.

Italia ai Mondiali senza campo: il paradosso del ripescaggio

L’idea di ripescare l’Italia per i prossimi mondiali, non è solo discutibile: è proprio scollegata dalla realtà. Il calcio, per quanto imperfetto, si regge ancora su un principio base: le regole devono valere per tutti. Se cominci a modificarle per opportunità politica, non è più sport: diventa un gioco di potere, fatto di scorciatoie e convenienze.

Pensare di escludere una nazionale per motivi politici e sfruttare la cosa per far rientrare l’Italia è un errore doppio. Prima di tutto perché mescola piani diversi: le dinamiche geopolitiche non possono trasformarsi in criteri per assegnare posti a un Mondiale. E poi perché ignora un tratto abbastanza evidente: agli italiani non piacciono i favori che sanno di umiliazione. Non conta solo esserci, conta arrivarci con dignità.

Non a caso la reazione è stata compatta e immediata: meglio restarne fuori che partecipare così. Un ripescaggio di questo tipo non sarebbe un’occasione, ma un’ombra difficile da cancellare. Altro che consenso facile: è il modo più veloce per ottenere il contrario.

C’è anche un discorso più ampio: l’idea che tutto sia trattabile, piegabile, sistemabile all’occorrenza. Magari è una logica che circola in certi ambienti, ma si incrina appena incontra qualcosa che ancora conserva un minimo di etica condivisa, come lo sport nell’immaginario collettivo.

Alla fine è una questione di credibilità. Vincere o partecipare ha senso solo se puoi dire di averlo fatto per merito: tutto il resto non entusiasma nessuno, semmai mette a disagio.

I giornali cartacei sono fuori tempo?

C’è stato un tempo in cui le notizie avevano un ritmo umano: arrivavano una volta al giorno, stampate su carta, con il peso delle scelte editoriali e il tempo necessario per essere verificate. Oggi, invece, l’informazione corre senza sosta: aggiornata di continuo, frammentata, spesso consumata in pochi secondi.

I giornali cartacei sembrano lenti, quasi fuori tempo. Ma forse è proprio questa la loro forza. In un flusso continuo di notizie, la carta impone una pausa: seleziona, ordina, gerarchizza. Non rincorre tutto, prova a dare un senso.

Ed è qui che può ridefinire il proprio ruolo: meno cronaca (ormai dominata dal tempo reale) e più approfondimento. Studio, contesto, spiegazioni. Non arrivare per primi, ma arrivare meglio.

Oggi mi è capitato di leggere il Giornale di Sicilia cartaceo, il quale titolava

Il tempo di prendere il mio iPad e Repubblica riportava questo

La velocità ha un vantaggio evidente: ci tiene sempre aggiornati, ma ha anche un costo. Più si accelera, più aumenta il rischio di superficialità, di errori, di informazioni che si inseguono senza mai sedimentarsi.

Il giornale di carta non può competere sul tempo: ma può ancora competere sullo sguardo e sull’approfondimento.

In un’epoca in cui tutto scorre forse è proprio ciò di cui abbiamo più bisogno, purché accettiamo che il cartaceo non può più dettare i tempi dell’informazione ma quelli dell’analisi e della ricerca.

Il rapporto tra Meloni e Trump

Il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump per mesi è stato un esercizio di equilibrio evidente: da un lato Meloni si è accreditata come leader affidabile in Europa e nella NATO, dall’altro ha mantenuto un canale aperto con il trumpismo.

Una scelta pragmatica, che alla lunga si è trasformata in ambiguità: il punto non è dialogare con Trump (cosa legittima e in alcuni casi necessaria) ma farlo senza incrinare la propria credibilità internazionale. E qui la linea si fa sottile.

In Europa, ogni apertura verso Trump genera diffidenza: negli Stati Uniti, invece, la Meloni appare più attendista che autorevole. Tenere insieme due mondi così distanti è possibile solo fino a un certo punto.

In questo contesto, le recenti parole di Trump non mi sorprendono, mi sorprende molto più la reazione della Meloni.

L’impressione è che tra Meloni e Trump ci sia sintonia politica, ma più simbolica che utile e reale.

Vance e l’opinione che conta più della competenza

Dopo anni in cui persone totalmente impreparate discutevano alla pari con chi ha dedicato la vita allo studio dei vaccini, oggi ci ritroviamo un ex Marines (ora Vicepresidente degli USA) che invita il Papa a fare attenzione quando parla di teologia.

Il problema non è solo l’assurdità della scena, ma la sua normalità: l’idea che ogni opinione valga quanto una competenza costruita nel tempo. E così, un giorno si mettono in discussione i virologi, il giorno dopo i teologi. Sempre con la stessa sicurezza, sempre con la stessa leggerezza. Poi, certo, tutto questo è ancora più grave se alcune parole vengono pronunciate da Trump o Vance (Presidente e VicePresidente degli Stati Uniti, mica due al bar alla quarta Ceres), ma su questo ho già scritto qui.

Più che un paradosso, è il segno di un’epoca in cui la competenza è diventata sospetta e l’improvvisazione una virtù.

Viviamo in un mondo che sembra girare al contrario (e non nell’accezione vannaccesca).

La versione di Trump

Dall’altra parte dell’oceano c’è un uomo molto ricco di settantanove anni a cui è stato dato un potere enorme, quasi senza limiti.

Ma il punto non è tanto lui: se fosse solo, il sistema democratico americano lo avrebbe già messo da parte. Il vero nodo sono le molte persone che lo appoggiano. Pensare di indebolire il suo consenso mettendo in luce le sue uscite imbarazzanti o i suoi comportamenti è inutile.

Qualcuno dice: “Guardate, ha pubblicato l’immagine con gli Obama rappresentati come scimmie” sottintendendo che è un razzista.

Qualcun altro rilancia: “Guardate, era nel giro di Epstein e adescava le ragazzine” per far notare la sua scarsa moralità.

Qualcun altro ancora: “Se ne va agli incontri di lotta, mentre Vance negozia con l’Iran” per sottolineare l’assenza di sensibilità politica.

Poi, non discutiamo neppure di quello che ha detto oggi su Leone XIV.

Non serve. I suoi sostenitori lo acclamano proprio perché è razzista, amorale e politicamente poco interessato a quello che non lo riguarda direttamente.

E sono tanti perché al mondo ci sono tanti che la pensano come Trump: tanti che al suo posto, direbbero e farebbero esattamente quello che dice e fa lui.

Leggendo in rete, guardando la TV o anche semplicemente sentendo conversazioni al bar, siamo poi così sicuri che la visione trumpiana sia così circoscritta?