Donnyland

Certe proposte nascono come provocazioni, ma finiscono per dire qualcosa di più profondo. L’idea, circolata qualche giorno fa tra alcuni ucraini, di ribattezzare il Donbass Donnyland rientra proprio in questa categoria: un gesto ironico, quasi surreale, dentro una realtà che di surreale ha ben poco.

Il riferimento è evidente e punta a Donald Trump e alle sue posizioni ambigue sulla guerra in Ucraina. Trasformare un territorio devastato dal conflitto in un nome da parco a tema è una forma di sarcasmo che colpisce, perché mette in luce una distanza: quella tra chi vive la guerra e chi la commenta da lontano.

Ma dietro l’ironia c’è anche un meccanismo antico: rinominare i luoghi è sempre stato un atto politico. Qui, però, il ribaltamento è evidente: non è il potere che impone un nome, ma chi resiste che lo usa per denunciare, per smascherare, per non restare in silenzio.

Donnyland non è una proposta reale, nessuno pensa davvero di cambiare il nome del Donbass: è piuttosto una forma di linguaggio, un modo per dire che certe narrazioni (semplificate, distanti, a volte ciniche) non possono essere accettate senza risposta.

In un contesto in cui le parole spesso accompagnano o deformano la realtà, anche una battuta può diventare un atto politico. E forse è proprio questo il punto: ricordare che, anche nell’assurdo, c’è sempre qualcuno che prova a raccontare la verità a modo suo.

La versione di Trump

Dall’altra parte dell’oceano c’è un uomo molto ricco di settantanove anni a cui è stato dato un potere enorme, quasi senza limiti.

Ma il punto non è tanto lui: se fosse solo, il sistema democratico americano lo avrebbe già messo da parte. Il vero nodo sono le molte persone che lo appoggiano. Pensare di indebolire il suo consenso mettendo in luce le sue uscite imbarazzanti o i suoi comportamenti è inutile.

Qualcuno dice: “Guardate, ha pubblicato l’immagine con gli Obama rappresentati come scimmie” sottintendendo che è un razzista.

Qualcun altro rilancia: “Guardate, era nel giro di Epstein e adescava le ragazzine” per far notare la sua scarsa moralità.

Qualcun altro ancora: “Se ne va agli incontri di lotta, mentre Vance negozia con l’Iran” per sottolineare l’assenza di sensibilità politica.

Poi, non discutiamo neppure di quello che ha detto oggi su Leone XIV.

Non serve. I suoi sostenitori lo acclamano proprio perché è razzista, amorale e politicamente poco interessato a quello che non lo riguarda direttamente.

E sono tanti perché al mondo ci sono tanti che la pensano come Trump: tanti che al suo posto, direbbero e farebbero esattamente quello che dice e fa lui.

Leggendo in rete, guardando la TV o anche semplicemente sentendo conversazioni al bar, siamo poi così sicuri che la visione trumpiana sia così circoscritta?