Il Curaçao con i suoi 180.000 abitanti ha una squadra di calcio che quest’anno gioca i Mondiali.
L’Italia con i suoi circa 59 milioni di eroi, santi, poeti, artisti, navigatori, colonizzatori e trasmigratori, no.
Blog di Giacomo Planeta
Il Curaçao con i suoi 180.000 abitanti ha una squadra di calcio che quest’anno gioca i Mondiali.
L’Italia con i suoi circa 59 milioni di eroi, santi, poeti, artisti, navigatori, colonizzatori e trasmigratori, no.
Ci sono storie che colpiscono non solo per quello che raccontano, ma per dove vanno a toccare. L’indagine della Procura di Milano su Gianluca Rocchi, responsabile delle designazioni arbitrali in Serie A e B, è una di queste: riporta subito alla mente Calciopoli e rimette sul tavolo un dubbio mai davvero risolto, cioè quanto il sistema sia davvero neutrale.
Rocchi è indagato per concorso in frode sportiva e sarà ascoltato il 30 aprile. Le accuse riguardano tre episodi: due legati a partite dell’Inter, dove avrebbe scelto arbitri considerati più affidabili o graditi, come Colombo per Bologna-Inter e Doveri in una semifinale di Coppa Italia, con designazioni gestite in modo poco trasparente. Il terzo caso riguarda Udinese-Parma, dove il VAR Paterna avrebbe spinto Maresca a rivedere un’azione e concedere un rigore che inizialmente non sembrava esserci.
L’inchiesta parte da una vecchia denuncia poi archiviata a livello sportivo, ma ora riaperta sul piano penale, e guarda all’intera stagione 2024/25, ipotizzando pressioni anche sul VAR. Ed è qui che la faccenda si allarga: non è più solo una questione di singoli episodi, ma di come funziona tutto il sistema.
Rocchi respinge tutto e dice di essere tranquillo, convinto di aver sempre lavorato correttamente. Ma intanto il problema è già un altro: la fiducia. Quando finisce sotto indagine chi decide gli arbitri, non si parla più di errori in campo, ma del rischio che l’equilibrio delle partite possa essere stato condizionato a monte.
E così il calcio italiano si ritrova di nuovo nel solito punto scomodo: quello in cui la tecnologia, che dovrebbe rassicurare, finisce per alimentare i sospetti. Il VAR doveva ridurre gli errori, ma se entra in un’inchiesta del genere il discorso cambia completamente.
Non è una condanna, è chiaro, però basta e avanza per riaprire una crepa che non si è mai chiusa davvero. La domanda, alla fine, è sempre quella: quanto può reggere la credibilità di un sistema se, ogni volta che sembra aver trovato un equilibrio, torna fuori il dubbio che non sia così solido e trasparente?

Il 25 aprile non è solo una data sul calendario: è una memoria collettiva che attraversa il presente. È il giorno in cui l’Italia ricorda la fine dell’occupazione nazifascista e la riconquista della libertà.
Ma ricordare non significa solo guardare indietro, significa interrogare il presente. La Resistenza non è stata un gesto astratto: è stata fatta di scelte concrete (bellissimo questo libro su Leone Ginzburg che successivamente fonderà la casa editrice Einaudi), spesso difficili, di persone comuni che hanno deciso da che parte stare.
Oggi il senso di questa giornata resta attuale proprio nella parola libertà. Una libertà che non è mai definitiva, ma che va difesa, compresa, rinnovata. Non è solo un fatto storico, è un esercizio continuo di responsabilità civile.
Il 25 aprile è anche un invito a non dare per scontati i diritti, a riconoscere il valore della democrazia e del confronto: è una memoria che non appartiene al passato, ma che continua a chiedere attenzione nel presente.
Ricordarlo non è retorica: è un modo per capire meglio chi siamo oggi.

L’idea di ripescare l’Italia per i prossimi mondiali, non è solo discutibile: è proprio scollegata dalla realtà. Il calcio, per quanto imperfetto, si regge ancora su un principio base: le regole devono valere per tutti. Se cominci a modificarle per opportunità politica, non è più sport: diventa un gioco di potere, fatto di scorciatoie e convenienze.
Pensare di escludere una nazionale per motivi politici e sfruttare la cosa per far rientrare l’Italia è un errore doppio. Prima di tutto perché mescola piani diversi: le dinamiche geopolitiche non possono trasformarsi in criteri per assegnare posti a un Mondiale. E poi perché ignora un tratto abbastanza evidente: agli italiani non piacciono i favori che sanno di umiliazione. Non conta solo esserci, conta arrivarci con dignità.
Non a caso la reazione è stata compatta e immediata: meglio restarne fuori che partecipare così. Un ripescaggio di questo tipo non sarebbe un’occasione, ma un’ombra difficile da cancellare. Altro che consenso facile: è il modo più veloce per ottenere il contrario.
C’è anche un discorso più ampio: l’idea che tutto sia trattabile, piegabile, sistemabile all’occorrenza. Magari è una logica che circola in certi ambienti, ma si incrina appena incontra qualcosa che ancora conserva un minimo di etica condivisa, come lo sport nell’immaginario collettivo.
Alla fine è una questione di credibilità. Vincere o partecipare ha senso solo se puoi dire di averlo fatto per merito: tutto il resto non entusiasma nessuno, semmai mette a disagio.

Vent’anni fa ai rigori si vinceva la finale dei Mondiali. E si piangeva.
Oggi ai rigori si perde la partita per andarci. E ci si vergogna.
Che poi, a essere onesti, se la Nazionale italiana viene eliminata dalla Bosnia (al sessantacinquesimo posto del ranking FIFA), possiamo serenamente accettare sia oggettivamente poco competitiva?
