“Due spicci” di Zerocalcare e la voce dei quarantenni di oggi

L’impatto di Zerocalcare sui quarantenni di oggi (categoria alla quale appartengo anch’io) può forse riassumersi in una sensazione molto semplice: sentirsi finalmente raccontati senza essere giudicati.

Per una generazione cresciuta tra promesse enormi e una realtà spesso più complicata del previsto, Zerocalcare rappresenta uno specchio: non quello deformante della nostalgia facile o dell’epica generazionale, ma uno specchio imperfetto, ironico, talvolta persino crudele, dentro il quale riconoscersi davvero.

I quarantenni di oggi appartengono a una generazione particolare: adolescenti analogici e adulti digitali. Hanno conosciuto i telefoni fissi, il rumore dei modem, le cassette, MTV, i centri sociali, i forum online e l’idea (poi rivelatasi meno certa del previsto) che studiare molto avrebbe garantito stabilità e sicurezza. Poi sono arrivati la precarietà, le crisi economiche, i cambiamenti sociali rapidissimi e una trasformazione continua delle relazioni umane.

In questo passaggio spesso confuso, Zerocalcare è riuscito a raccontare proprio ciò che molti sentivano senza riuscire a nominarlo: il senso di inadeguatezza, la fatica emotiva, le amicizie che resistono al tempo, il rapporto ambiguo con il passato, la paura di diventare adulti senza sentirsi mai davvero tali.

La sua forza non è mai stata quella di offrire risposte o soluzioni. Anzi. Zerocalcare piace ai quarantenni proprio perché non fa il guru, non pontifica, non semplifica ma racconta l’ansia senza trasformarla in moda, la malinconia senza indulgere nella retorica, l’impegno politico senza ridurlo a slogan.

E soprattutto racconta una fragilità maschile rimasta per anni invisibile o caricaturale: uomini pieni di dubbi, emotivamente impacciati, incapaci di dire certe cose ma profondamente attraversati dalle emozioni. Figure lontanissime dall’idea di mascolinità granitica con cui molti quarantenni sono cresciuti.

C’è poi un elemento fondamentale: la memoria condivisa. Le citazioni pop, i riferimenti culturali e le ossessioni generazionali non sono mai un semplice esercizio nostalgico, ma strumenti per costruire un linguaggio comune. Chi legge i fumetti o guarda le serie di Zerocalcare spesso non prova soltanto la sensazione di capire ciò che sta vedendo: prova soprattutto quella, più rara, di sentirsi capito.

Forse il vero impatto di Zerocalcare sui quarantenni sta proprio nell’aver dato dignità narrativa a una generazione spesso raccontata male: troppo giovane per sentirsi davvero adulta, troppo adulta per considerarsi ancora giovane, sospesa tra aspettative disattese e una continua ricerca di senso.

In un’epoca in cui tutti sembrano voler apparire sicuri, risolti, performanti, Zerocalcare continua ostinatamente a ricordare una verità semplice: si può essere pieni di dubbi e andare avanti lo stesso.

Ed è forse proprio questo il cuore di Due spicci, la nuova serie uscita su Netflix in questi giorni. Non cerca di stupire con grandi effetti o moralismi, ma racconta quel territorio emotivo che molti conoscono bene: le amicizie che cambiano, le paure che restano, il tempo che passa, il senso di inadeguatezza, la difficoltà di comprendere sé stessi e gli altri.

Zerocalcare non racconta una generazione: racconta il modo in cui si sopravvive al tempo che passa senza diventare qualcun altro e se ci riconosciamo nelle sue storie, non è perché siano perfette, ma perché somigliano alle nostre crepe. Quelle che non spariscono, ma imparano a restare illuminate abbastanza da non farci più paura.

La grazia

Uno dei film candidati ai David di Donatello di quest’anno (la cui premiazione è prevista domani sera), è La Grazia di Paolo Sorrentino, che personalmente ho trovato molto bello (ma sono di parte: adoro il cinema del regista campano).

È uno di quei film che non cercano di spiegarsi subito: preferiscono restare sospesi, lasciare spazio, chiedere allo spettatore di entrare piano.

Sorrentino, dopo È stata la mano di Dio e Parthenope, torna a un cinema profondamente visivo, dove ogni inquadratura sembra costruita per dire qualcosa anche senza parole. Ma questa volta c’è una leggerezza diversa, meno barocca, più trattenuta: non rinuncia alla sua estetica, ma la usa con maggiore misura.

Il cuore del film sta tutto nel titolo: la grazia come qualcosa di fragile, intermittente, che appare e scompare: non è un concetto religioso in senso stretto, ma una condizione, un momento in cui tutto sembra trovare un equilibrio, anche solo per un attimo.

I personaggi si muovono dentro questa tensione continua tra vuoto e ricerca: non sono mai completamente definiti, e proprio per questo risultano più veri. C’è una malinconia diffusa, ma mai pesante, attraversata da momenti di ironia sottile (tipica, a dire il vero, del cinema di Sorrentino).

La grazia è un film che non si impone, ma resta. Non cerca il consenso immediato, ma costruisce un’esperienza che continua anche dopo la visione. E forse è proprio questo il suo merito più grande: lasciare qualcosa che non si esaurisce nei titoli di coda.

(per chi lo volesse recuperare, sarà in programmazione su Netflix dal 13 maggio)

Il tempo che passa per Zerocalcare

Avendo superato relativamente da poco i quaranta, mi sento spesso molto coinvolto da tutto quello che scrive Zerocalcare: non credo sia facile gestire con equilibrio autobiografia e racconto collettivo. Le sue storie partono sempre da esperienze personali (ansie, senso di inadeguatezza, memoria) ma riescono a trasformarsi in qualcosa di condiviso, riconoscibile da molti, soprattutto per quella della mia (nostra) generazione.

Al centro c’è una lingua immediata, piena di riferimenti pop, ironia e autoironia. Ma sotto questa superficie accessibile si muove una riflessione più profonda, spesso dolorosa. Zerocalcare usa il fumetto per parlare di precarietà, identità, responsabilità politica, senza mai perdere il contatto con l’esperienza quotidiana. Il conflitto interiore viene spesso rappresentato attraverso personaggi simbolici che danno voce ai suoi dubbi e alle sue paure. Questo rende visibile ciò che normalmente resta implicito: il dialogo continuo tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

C’è poi un forte rapporto con la memoria: non come nostalgia, ma come strumento per capire il presente. Le sue storie tornano spesso indietro nel tempo per spiegare ciò che accade oggi, costruendo un legame tra esperienza individuale e contesto storico.

In fondo, la forza della sua poetica sta proprio qui: nel riuscire a essere personale senza chiudersi in sé stesso, e politico senza diventare astratto.

Ho letto sul Venerdì di questa settimana una sua intervista in vista dell’uscita (il 27 maggio 2026) di Due spicci su Netflix e c’è stato un passaggio che mi ha colpito parecchio

Ci siamo convinti di non essere invecchiati. Nel senso che abbiamo passato il tempo a pia’ per culo quelli più vecchi di noi, i boomer, la Generazione X, e ci siamo trovati adesso con dei ragazzini che giustamente sono adulti pur avendo vent anni meno di noi, e che ci considerano dei vecchi, mentre noi non abbiamo ancora percepito che, effettivamente, per loro siamo dei vecchi.

Penso abbia centrato il punto ancora una volta: forse, più semplicemente, non ci siamo resi conto del tempo che passava.

Jay Kelly

Complice il periodo pasquale, ho recuperato su Netflix Jay Kelly di Noah Baumbach, con George Clooney.

La critica si è abbastanza divisa: c’è chi lo ha apprezzato, chi lo ha definito melenso, chi una commedia riuscita a metà, chi troppo lineare.

Jay Kelly è una di quelle pellicole che non ha bisogno di strafare per colpire. Niente effetti speciali invasivi o colpi di scena costruiti a tavolino: qui si gioca tutto sull’atmosfera, sui personaggi e su una storia che cresce piano, ma in modo costante.

Il vero cuore del film è il protagonista: Jay Kelly è un personaggio imperfetto, realistico, a tratti persino spigoloso. Ed è proprio questo a renderlo interessante. Non è il classico eroe da cinema: sbaglia, tentenna, si mette in discussione. Ma proprio in queste crepe si inserisce l’empatia dello spettatore.

E poi c’è quel qualcosa in più difficile da definire. Forse è la sincerità del racconto, forse la sensazione che la storia non stia cercando di impressionarti, ma semplicemente di raccontarti qualcosa di vero. In un’epoca di film rumorosi, questa scelta diventa quasi rivoluzionaria.

A me è piaciuto. E tanto.