Perfect days

Segnalo una cosa bella per chi, ogni tanto, ha voglia di guardare un film senza inseguire necessariamente colpi di scena, effetti speciali o trame complicatissime.

Nel catalogo gratuito di RaiPlay è arrivato (mea culpa, non so da quando) Perfect Days (2023), il bellissimo film di Wim Wenders.

Il protagonista, Hirayama, pulisce i bagni pubblici di Tokyo. La sua vita sembra ripetersi uguale ogni giorno: il lavoro, la musica ascoltata nelle vecchie cassette, i libri, le fotografie, qualche incontro casuale. Eppure, proprio dentro questa apparente normalità, Hirayama sembra aver trovato un modo tutto suo di stare al mondo.

È un film che non ha fretta: osserva le piccole cose, quelle che normalmente ci passano davanti senza che ce ne accorgiamo e riesce a trasformarle in qualcosa di importante.

Forse è proprio questo il bello di Perfect Days: ricordarci che non tutte le giornate devono necessariamente essere straordinarie per essere belle.

Se non l’avete ancora visto, recuperatelo: potrebbe diventare uno di quei film da riguardare quando avete bisogno di rallentare un po’.

Rai Scuola

Vedo gente che non ha mai visto neppure la pubblicità su Rai Scuola, chiedere a gran voce che il progetto non venga chiuso.

Al netto della giusta e condivisibile battaglia, mi fa molto ridere il rapporto tra oggetto della diatriba e difensori.

L’arte dimenticata di stare zitti

Ogni volta che ascolto Enzo Iacchetti intervenire in diversi programmi di informazione su temi di politica italiana e internazionale con la sicurezza di chi discute al tavolino di un bar, finisco per comprendere la scelta di Francesco De Gregori di non esporsi.

Quando chiunque sente il bisogno di esprimere il proprio punto di vista come se fosse fondamentale e irrinunciabile, forse la decisione più sensata è restare in silenzio.

“Due spicci” di Zerocalcare e la voce dei quarantenni di oggi

L’impatto di Zerocalcare sui quarantenni di oggi (categoria alla quale appartengo anch’io) può forse riassumersi in una sensazione molto semplice: sentirsi finalmente raccontati senza essere giudicati.

Per una generazione cresciuta tra promesse enormi e una realtà spesso più complicata del previsto, Zerocalcare rappresenta uno specchio: non quello deformante della nostalgia facile o dell’epica generazionale, ma uno specchio imperfetto, ironico, talvolta persino crudele, dentro il quale riconoscersi davvero.

I quarantenni di oggi appartengono a una generazione particolare: adolescenti analogici e adulti digitali. Hanno conosciuto i telefoni fissi, il rumore dei modem, le cassette, MTV, i centri sociali, i forum online e l’idea (poi rivelatasi meno certa del previsto) che studiare molto avrebbe garantito stabilità e sicurezza. Poi sono arrivati la precarietà, le crisi economiche, i cambiamenti sociali rapidissimi e una trasformazione continua delle relazioni umane.

In questo passaggio spesso confuso, Zerocalcare è riuscito a raccontare proprio ciò che molti sentivano senza riuscire a nominarlo: il senso di inadeguatezza, la fatica emotiva, le amicizie che resistono al tempo, il rapporto ambiguo con il passato, la paura di diventare adulti senza sentirsi mai davvero tali.

La sua forza non è mai stata quella di offrire risposte o soluzioni. Anzi. Zerocalcare piace ai quarantenni proprio perché non fa il guru, non pontifica, non semplifica ma racconta l’ansia senza trasformarla in moda, la malinconia senza indulgere nella retorica, l’impegno politico senza ridurlo a slogan.

E soprattutto racconta una fragilità maschile rimasta per anni invisibile o caricaturale: uomini pieni di dubbi, emotivamente impacciati, incapaci di dire certe cose ma profondamente attraversati dalle emozioni. Figure lontanissime dall’idea di mascolinità granitica con cui molti quarantenni sono cresciuti.

C’è poi un elemento fondamentale: la memoria condivisa. Le citazioni pop, i riferimenti culturali e le ossessioni generazionali non sono mai un semplice esercizio nostalgico, ma strumenti per costruire un linguaggio comune. Chi legge i fumetti o guarda le serie di Zerocalcare spesso non prova soltanto la sensazione di capire ciò che sta vedendo: prova soprattutto quella, più rara, di sentirsi capito.

Forse il vero impatto di Zerocalcare sui quarantenni sta proprio nell’aver dato dignità narrativa a una generazione spesso raccontata male: troppo giovane per sentirsi davvero adulta, troppo adulta per considerarsi ancora giovane, sospesa tra aspettative disattese e una continua ricerca di senso.

In un’epoca in cui tutti sembrano voler apparire sicuri, risolti, performanti, Zerocalcare continua ostinatamente a ricordare una verità semplice: si può essere pieni di dubbi e andare avanti lo stesso.

Ed è forse proprio questo il cuore di Due spicci, la nuova serie uscita su Netflix in questi giorni. Non cerca di stupire con grandi effetti o moralismi, ma racconta quel territorio emotivo che molti conoscono bene: le amicizie che cambiano, le paure che restano, il tempo che passa, il senso di inadeguatezza, la difficoltà di comprendere sé stessi e gli altri.

Zerocalcare non racconta una generazione: racconta il modo in cui si sopravvive al tempo che passa senza diventare qualcun altro e se ci riconosciamo nelle sue storie, non è perché siano perfette, ma perché somigliano alle nostre crepe. Quelle che non spariscono, ma imparano a restare illuminate abbastanza da non farci più paura.

I lacci dell’ignoranza

Negli ultimi giorni mi sono ritrovato a pensare alla mia ignoranza: a quanto sia inevitabilmente limitato ciò che conosco rispetto all’enorme quantità di cose che ignoro.

Rendersi conto di non sapere abbastanza è, in fondo, una risorsa preziosa. È ciò che spinge a leggere, approfondire, studiare davvero. Non per accumulare nozioni in modo sterile, ma per comprendere un po’ meglio il mondo, avanzando lentamente attraverso dubbi e nuove consapevolezze, sapendo che ogni scoperta apre inevitabilmente altre zone d’ombra.

C’è però una distinzione importante da fare: esiste l’ignorante discreto, quello che evita di parlare di ciò che non conosce (e talvolta tace persino su ciò che conosce) ed esiste quello rumoroso, che sente il bisogno di esibire le proprie convinzioni su tutto, trasformando il non sapere in spettacolo pubblico.

Forse ci farebbe bene recuperare il valore del silenzio, oggi diventato quasi una rarità. Viviamo immersi in un flusso continuo di parole, opinioni, esposizione costante di sé. I social hanno amplificato un bisogno già esistente: esserci, mostrarsi, essere ascoltati.

L’impressione è che l’essere umano contemporaneo viva in una tensione continua verso il pubblico. Parla, scrive, si mette in scena (sì, ok, in qualche misura lo sto facendo anch’io) perché desidera attenzione, riconoscimento, approvazione. Talvolta perfino al prezzo di rendere evidente, senza alcun imbarazzo, la superficialità delle proprie conoscenze.

Forse il primo passo utile sarebbe proprio questo: riconoscere serenamente quanto siamo ignoranti. Tutti, in misura diversa.

La maleducazione in TV

La maleducazione in TV non è più un incidente: è diventata un formato.

C’è stato un tempo in cui la televisione italiana si reggeva su una specie di galateo implicito. Anche quando si litigava (e si litigava eccome) c’era comunque una soglia, un limite non scritto. Oggi quella soglia è saltata (vedi quello che è successo qualche giorno fa a Quarto Grado).

E non per caso: è saltata perché l’indignazione funziona, perché alza lo share, perché crea clip da rilanciare sui social.

Il punto non è solo che si alza la voce. Il punto è che si è trasformato il conflitto in intrattenimento puro. Interrompere, sovrastare, deridere l’interlocutore: non sono più scivoloni, ma strumenti narrativi. Il dibattito diventa spettacolo, e lo spettacolo ha bisogno di tensione continua. Anche artificiale.

Il risultato è una TV in cui la maleducazione non è un’eccezione, ma una grammatica. Chi resta calmo sembra debole, chi argomenta senza interrompere rischia di sparire, chi prova a spiegare viene travolto da chi urla meglio.

E qui c’è un paradosso interessante: più si alza il livello di aggressività, più si abbassa quello del contenuto. Perché la discussione non serve più a capire, ma a vincere. Non importa convincere, importa sopraffare.

Questa dinamica non nasce solo negli studi televisivi. È un riflesso del nostro ecosistema comunicativo più ampio: talk show, social network, commenti online. Tutto premia la reazione immediata, la battuta feroce, l’indignazione istantanea. La pazienza, invece, è diventata quasi sospetta.

Eppure la TV avrebbe ancora un ruolo prezioso: rallentare, dare tempo, permettere alle idee di essere spiegate. Invece spesso accelera, semplifica, esaspera. E così anche il dibattito pubblico perde profondità.

Forse la vera questione non è chiedersi perché in TV si urla così tanto, ma perché abbiamo iniziato a considerarlo normale. Perché abbiamo accettato che la maleducazione sia una forma di spettacolo legittima, persino divertente.

In fondo, spegnere il volume è facile. Più difficile è riaccendere un linguaggio civile dentro lo spazio pubblico.

Cara televisione

Cara televisione di Aldo Grasso è uno di quei libri che, più che parlare della televisione, la osservano mentre si trasforma sotto i nostri occhi.

Grasso non si limita a celebrare o demolire il mezzo: lo attraversa. Racconta la TV come specchio collettivo, come abitudine quotidiana, ma anche come linguaggio che cambia, si adatta, si impoverisce e a volte sorprende.

Il suo sguardo è sempre preciso, mai indulgente, ma nemmeno nostalgico in modo sterile: c’è piuttosto una forma di attenzione critica che oggi è sempre più difficile trovare.

La forza del libro sta proprio in questo equilibrio: da una parte l’esperienza di uno dei più importanti osservatori della televisione italiana, dall’altra la capacità di non ridurre tutto a un giudizio definitivo. La TV non viene trattata come un reperto del passato, ma come un organismo vivo, contraddittorio, che continua a influenzare gusti, linguaggi e immaginario collettivo.

Cara televisione è una lettura che funziona anche per chi pensa di non guardare più la TV. Perché, in realtà, parla di molto altro: di come raccontiamo il mondo, di cosa scegliamo di vedere e di cosa ci scorre addosso senza che ce ne accorgiamo.

Ed è proprio qui che il libro colpisce: nel farci capire che la televisione, anche quando la critichiamo, continua a dirci qualcosa su di noi.

Il tennis senza Sinner farà la fine dello sci senza Tomba?

Il tennis italiano sta vivendo un momento irripetibile. Si parla di ranking ATP al bar, si organizzano serate per vedere una semifinale in Australia o la finale a Roma. Perfino chi fino a ieri ignorava la differenza tra terra rossa ed erba oggi segue partite di quattro ore. Ma c’è una domanda che forse andrebbe posta adesso, nel pieno dell’entusiasmo: cosa resterà del tennis senza Jannik Sinner?

La storia dello sport italiano invita alla cautela. Per capire il rischio basta tornare indietro di qualche decennio e pensare ad Alberto Tomba. Negli anni Ottanta e Novanta lo sci alpino era un fenomeno popolare. La domenica mattina milioni di italiani seguivano slalom e giganti come se fossero finali dei Mondiali. Tomba non era solo un campione: era un personaggio capace di trasformare uno sport tecnico in uno spettacolo per tutti. Poi si è ritirato e lo sci, lentamente, è tornato a essere una passione per appassionati, con meno centralità e meno attenzione collettiva.

Il tennis rischia di vivere qualcosa di simile. Oggi il boom ha un volto preciso: Jannik Sinner. È lui che trascina ascolti (ieri pomeriggio TV8 con la finale degli Internazionali d’Italia ha registrato 2.894.000 spettatori – 23.2% di share – dalle 16:57 alle 19:41), genera discussioni, porta persone nuove davanti alla TV. Ma tifare un campione non significa necessariamente amare uno sport. È una differenza enorme. Molti seguono Sinner più del tennis: seguono la sua storia, le rivalità, la possibilità di assistere a qualcosa di storico.

Quando un fuoriclasse esce di scena (per età, infortuni o semplicemente perché il tempo passa) si scopre se è rimasta una cultura sportiva oppure solo un entusiasmo momentaneo.

Certo, rispetto ai tempi di Tomba ci sono differenze importanti: il tennis italiano oggi ha più praticanti, più circoli e una generazione competitiva, da Lorenzo Musetti a Matteo Berrettini, passando per Luciano Darderi e Jasmine Paolini. Ma la sfida vera non è vincere altri tornei: è fare in modo che il pubblico resti anche dopo Sinner.

Perché se l’amore dura solo finché c’è il fenomeno, il rischio è che il tennis italiano faccia la fine dello sci dopo Alberto Tomba: dal centro del racconto al silenzio, quasi senza accorgersene.

Un ragionevole dubbio

Da diversi giorni siamo sommersi dalle notizie sui nuovi sviluppi del caso Garlasco.

Le ipotesi si moltiplicano, gli elementi scientifici da analizzare sono tantissimi e i riferimenti temporali da ricostruire rendono tutto ancora più complesso.

In mezzo a questo caos mediatico e giudiziario, però, continua a tornarmi in mente una sola domanda: quando, durante un’indagine o un processo, esiste il ragionevole dubbio che le prove non siano sufficienti per condannare una persona, quale rischio è preferibile correre? Quello di mandare in carcere un possibile innocente oppure quello di lasciare libero un possibile colpevole?

Ranucci VS Nordio

La diatriba tra Sigfrido Ranucci e Carlo Nordio è l’ennesimo episodio di un confronto che in Italia torna ciclicamente: quello tra informazione e potere.

Da una parte c’è il lavoro giornalistico, con la sua vocazione a indagare, mettere in discussione, portare alla luce ciò che resta opaco. Dall’altra c’è l’istituzione, che rivendica limiti, responsabilità e, spesso, il rischio di semplificazioni o forzature nel racconto mediatico.

Il punto interessante, più che lo scontro in sé, è il terreno su cui avviene: non è solo una questione personale o politica, ma culturale. Riguarda il ruolo dell’informazione oggi: quanto può spingersi, come deve farlo, e quale rapporto deve mantenere con chi esercita il potere.

Il rischio, come spesso accade, è che il dibattito si polarizzi. Da un lato chi difende a priori il giornalismo, dall’altro chi lo accusa di spettacolarizzazione. In mezzo, però, resta una domanda più complessa: come si costruisce un’informazione credibile, capace di essere critica senza perdere rigore?

Di tutto quello che ho letto in questi giorni, il punto di vista che più mi rispecchia è quello di Massimo Mantellini, che sul suo Substack ha scritto

A me quello di Sigfrido Ranucci non pare un errore ma un metodo di lavoro. Spari una cazzata che faccia molta eco e poi provi a costruirci intorno un po’ di prove. Se non ci riesci chiedi vagamente scusa. Il contrario del giornalismo.

Riflettendoci un po’ su, in questi ultimi anni il modo di fare giornalismo di Report spesso viene preso (soprattutto da una parte ben definita di elettorato) come esempio di ottimo servizio pubblico: si basa su inchieste approfondite e su una forte vocazione a portare alla luce ciò che resta nascosto. Punta su documenti, testimonianze e ricostruzioni dettagliate, ma viene spesso criticato per il tono assertivo e per il rischio di semplificare temi complessi. Più che giornalismo, clamore mediatico.

Non sempre mi sono trovato d’accordo con alcune inchieste e spesso non ne ho condiviso i metodi.

Un po’ come avviene per Le iene, la sensazione è che si cerchi prima il caso e successivamente le prove per dare forza all’interrogativo.

Come scrive Mantellini, esattamente il contrario del giornalismo.