La grazia

Uno dei film candidati ai David di Donatello di quest’anno (la cui premiazione è prevista domani sera), è La Grazia di Paolo Sorrentino, che personalmente ho trovato molto bello (ma sono di parte: adoro il cinema del regista campano).

È uno di quei film che non cercano di spiegarsi subito: preferiscono restare sospesi, lasciare spazio, chiedere allo spettatore di entrare piano.

Sorrentino, dopo È stata la mano di Dio e Parthenope, torna a un cinema profondamente visivo, dove ogni inquadratura sembra costruita per dire qualcosa anche senza parole. Ma questa volta c’è una leggerezza diversa, meno barocca, più trattenuta: non rinuncia alla sua estetica, ma la usa con maggiore misura.

Il cuore del film sta tutto nel titolo: la grazia come qualcosa di fragile, intermittente, che appare e scompare: non è un concetto religioso in senso stretto, ma una condizione, un momento in cui tutto sembra trovare un equilibrio, anche solo per un attimo.

I personaggi si muovono dentro questa tensione continua tra vuoto e ricerca: non sono mai completamente definiti, e proprio per questo risultano più veri. C’è una malinconia diffusa, ma mai pesante, attraversata da momenti di ironia sottile (tipica, a dire il vero, del cinema di Sorrentino).

La grazia è un film che non si impone, ma resta. Non cerca il consenso immediato, ma costruisce un’esperienza che continua anche dopo la visione. E forse è proprio questo il suo merito più grande: lasciare qualcosa che non si esaurisce nei titoli di coda.

(per chi lo volesse recuperare, sarà in programmazione su Netflix dal 13 maggio)

Niccolò Fabi e il senso di responsabilità

Il Concerto del Primo Maggio è da anni una fotografia in tempo reale di ciò che sta succedendo nella musica italiana. Ogni edizione mescola generi, linguaggi, pubblici diversi. Non sempre con equilibrio, ma quasi sempre con una direzione chiara: intercettare ciò che si muove adesso. Sul palco convivono nomi consolidati e artisti emergenti, creando un contrasto che spesso racconta più di tante classifiche.

È qui che il concertone diventa un termometro: non misura solo il successo, ma le tendenze. Si capisce cosa sta crescendo, cosa sta cambiando, quali suoni stanno diventando centrali. L’urban che si trasforma, il pop che si ibrida, l’indie che si reinventa: tutto passa da lì, in forma magari imperfetta, ma visibile.

Certo, non è uno spazio neutro: ci sono scelte editoriali, equilibri televisivi, momenti più costruiti. Ma proprio per questo resta interessante: perché prova a tenere insieme musica, racconto e pubblico.

Alla fine, il Concertone non dice cosa sarà la musica italiana, ma spesso anticipa cosa potrebbe diventare. Durante quello di quest’anno mi hanno molto colpito le parole di Niccolò Fabi (sì, ok, sono di parte: è uno dei miei cantautori preferiti)

Voglio dedicare questa canzone a una categoria molto particolare di lavoratori: agli artisti, ai musicisti, ai lavoratori dello spettacolo. Praticamente a tutti noi che siamo qui davanti a voi, per ricordarci del senso di responsabilità che abbiamo quando scegliamo di scrivere o cantare delle cose. Le parole che usiamo possono essere detonatori di individualismo, approssimazione, violenza, così come amplificatori di sensibilità, di attenzione all’altro e di pace. E credo che mai come in questo momento storico la pace vada raccontata e vada praticata.

C’è una sensazione diffusa nella musica italiana (e non solo): il linguaggio si è fatto più duro, più esplicito, spesso volutamente volgare. Non è una novità, ma oggi sembra diventato quasi uno standard. Le canzoni riflettono ciò che accade fuori. Il punto è capire se raccontano o se amplificano: quando la provocazione diventa formula, resta solo il rumore. E forse la vera sfida è tornare a dare peso alle parole.

In questo contesto, le parole delicate di Niccolò Fabi sembrano molto più rivoluzionarie di certe frasi urlate.

Il cast debole di Sanremo 2026

Ricordo ancora, uscito il cast di Sanremo 2026, parecchi articoli in cui si criticavano le scelte della direzione artistica.

A due mesi dalla fine del Festival, è certificato che l’ultima edizione ha perso oltre 300 milioni di streaming rispetto agli anni precedenti.

L’unico a non avere capito per tempo di avere tra le mani interpreti più deboli, è stato Carlo Conti.

Il tempo che passa per Zerocalcare

Avendo superato relativamente da poco i quaranta, mi sento spesso molto coinvolto da tutto quello che scrive Zerocalcare: non credo sia facile gestire con equilibrio autobiografia e racconto collettivo. Le sue storie partono sempre da esperienze personali (ansie, senso di inadeguatezza, memoria) ma riescono a trasformarsi in qualcosa di condiviso, riconoscibile da molti, soprattutto per quella della mia (nostra) generazione.

Al centro c’è una lingua immediata, piena di riferimenti pop, ironia e autoironia. Ma sotto questa superficie accessibile si muove una riflessione più profonda, spesso dolorosa. Zerocalcare usa il fumetto per parlare di precarietà, identità, responsabilità politica, senza mai perdere il contatto con l’esperienza quotidiana. Il conflitto interiore viene spesso rappresentato attraverso personaggi simbolici che danno voce ai suoi dubbi e alle sue paure. Questo rende visibile ciò che normalmente resta implicito: il dialogo continuo tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

C’è poi un forte rapporto con la memoria: non come nostalgia, ma come strumento per capire il presente. Le sue storie tornano spesso indietro nel tempo per spiegare ciò che accade oggi, costruendo un legame tra esperienza individuale e contesto storico.

In fondo, la forza della sua poetica sta proprio qui: nel riuscire a essere personale senza chiudersi in sé stesso, e politico senza diventare astratto.

Ho letto sul Venerdì di questa settimana una sua intervista in vista dell’uscita (il 27 maggio 2026) di Due spicci su Netflix e c’è stato un passaggio che mi ha colpito parecchio

Ci siamo convinti di non essere invecchiati. Nel senso che abbiamo passato il tempo a pia’ per culo quelli più vecchi di noi, i boomer, la Generazione X, e ci siamo trovati adesso con dei ragazzini che giustamente sono adulti pur avendo vent anni meno di noi, e che ci considerano dei vecchi, mentre noi non abbiamo ancora percepito che, effettivamente, per loro siamo dei vecchi.

Penso abbia centrato il punto ancora una volta: forse, più semplicemente, non ci siamo resi conto del tempo che passava.

La scuola dei cantautori genovesi

La cosiddetta scuola dei cantautori genovesi non è mai stata una scuola nel senso formale del termine. Nessuna cattedra, nessun programma, nessun manifesto: eppure, attorno a Genova, tra gli anni ’60 e ’70, nasce un modo di scrivere canzoni che cambia profondamente la musica italiana.

Protagonisti come Fabrizio De André, Gino Paoli, Luigi Tenco e Umberto Bindi condividono un approccio che mette al centro il testo: la canzone non è più solo melodia o intrattenimento, ma diventa racconto, poesia, sguardo sul mondo.

C’è una caratteristica comune: l’attenzione per i margini. Personaggi scomodi, fragili, spesso esclusi. La città stessa, con la sua luce particolare e il suo rapporto con il mare, sembra influenzare uno sguardo più introspettivo, meno celebrativo rispetto ad altre tradizioni musicali italiane.

Un altro elemento distintivo è la lingua: essenziale, mai ridondante, capace di dire molto con poco. Le parole non cercano di impressionare, ma di colpire con precisione emotiva. È una scrittura che rinuncia all’enfasi per guadagnare intensità.

Più che una scuola, quella genovese è una sensibilità condivisa: l’idea che una canzone possa essere uno spazio narrativo complesso, capace di parlare di solitudine, amore, politica e quotidianità senza perdere immediatezza.

A distanza di decenni, quella lezione resta attuale. Non tanto per lo stile musicale, quanto per l’atteggiamento: l’idea che scrivere canzoni significhi prima di tutto osservare il mondo con attenzione e restituirlo con sincerità.

Stasera alle 20:35 Rai Storia trasmetterà una puntata speciale di Passato e presente (con Paolo Mieli) su tutto questo: in caso, recuperatela su Rai Play. Ne vale veramente la pena.

LOL non ci fa più ridere?

Ho visto le prime puntate della sesta stagione di LOL – Chi ride è fuori su Amazon Prime. Negli anni passati ho letto opinioni feroci sul programma da parte di importanti critici televisivi che scrivevano

Le caratteristiche principali del programma sono due. La prima è che non fa ridere, neanche volendo; anzi, rende patetico il comico che vuol far ridere a tutti i costi. La seconda è che i partecipanti, che di fatto lavorano un pomeriggio, più gli obblighi promozionali, ricevono compensi da favola. Non tutti uguali (anche fra i comici esiste una scala di merito), ma pur sempre molto consistenti.

Oggi il format risulta effettivamente un po’ datato: dopo l’effetto novità, il meccanismo tende a ripetersi. Le gag diventano prevedibili, spesso forzate, e il ritmo si inceppa. Non tutti i comici riescono ad adattarsi al formato, e questo crea momenti vuoti, in cui la tensione cala invece di crescere.

C’è poi una sensazione di struttura eccessiva: l’improvvisazione, che dovrebbe essere il cuore del programma, sembra a tratti ingabbiata. Nelle prime stagioni, la percezione era che i comici improvvisassero maggiormente, mentre adesso sembra ci sia una costruzione diversa che parte da un repertorio consolidato. Il risultato è un umorismo disomogeneo, che alterna buoni spunti a lunghi passaggi meno incisivi. Molti scketch, uno dopo l’altro, senza un vero e proprio collante.

LOL resta un’idea forte, ma non sempre riesce a sostenerla. E alla lunga, più che far ridere, rischia di far rimpiangere quello che avrebbe potuto essere.

Papa Francesco, un uomo di parola

In occasione dell’anniversario della morte di Papa Francesco, Sky sta trasmettendo il documentario Un uomo di parola di Wim Wenders, uscito nel 2018 e presentato lo stesso anno al Festival di Cannes.

La pellicola è molto più di un documentario: è un incontro. Un dialogo diretto, quasi intimo, con Papa Francesco, che qui non viene raccontato attraverso filtri o interpretazioni, ma si espone in prima persona, con una semplicità disarmante.

Wenders sceglie una strada essenziale, quasi invisibile. Rinuncia agli effetti, lascia spazio alle parole e allo sguardo. Ed è proprio questa sobrietà a rendere il film così potente: non c’è bisogno di costruire un personaggio, perché la forza del racconto sta tutta nella coerenza tra ciò che viene detto e ciò che si percepisce.

Il Papa parla di ambiente, disuguaglianze, pace, responsabilità individuale. Temi enormi, affrontati con un linguaggio accessibile, mai retorico. C’è un senso di urgenza, ma anche di fiducia: l’idea che il cambiamento sia ancora possibile, a partire dai gesti più semplici.

Un uomo di parola colpisce proprio per questo: per la capacità di essere diretto senza essere semplicistico, profondo senza essere distante. Non chiede adesione, ma attenzione. Non impone, ma invita.

È un film che resta, non tanto per ciò che mostra, ma per ciò che lascia. Una sensazione rara: quella di aver ascoltato qualcuno che crede davvero in ciò che dice.

Father Mother Sister Brother

Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch (in programmazione su Sky in questi giorni) è una delusione che pesa soprattutto per le aspettative. Il regista, solitamente capace di trasformare silenzi e marginalità in poesia (bellissimo il suo Coffee and Cigarettes del 2003), qui sembra girare a vuoto, intrappolato in una forma che non riesce più a sostenere.

La struttura episodica appare fragile, più un collage di idee che un racconto vero. I personaggi restano distanti, appena abbozzati, e le loro relazioni non trovano mai profondità né urgenza: ne nasce un senso di freddezza che rende difficile qualsiasi coinvolgimento.

Il ritmo lento, marchio di fabbrica di Jarmusch, perde qui la sua forza evocativa e diventa semplicemente statico. Anche la cura visiva, pur elegante, non basta a compensare un vuoto narrativo evidente.

Più che un’evoluzione, il film sembra una ripetizione stanca del suo cinema: il risultato è un’opera che lascia poco, se non la sensazione di un’occasione sprecata.

Ma come è possibile abbia vinto a Venezia l’anno scorso?

Amici di Maria De Filippi spiegato semplice

Se dovessimo spiegare l’Italia contemporanea a un alieno, una puntata di Amici di Maria De Filippi sarebbe più utile di molti manuali. Dentro quel programma si concentra una nostra ossessione: il talento come racconto, più che come dato.

A guidare il rito c’è Maria De Filippi, figura ormai centrale più come mediatrice narrativa che come semplice conduttrice: il suo ruolo è tenere insieme disciplina e conflitto, emozione e controllo, dentro una macchina televisiva perfettamente oliata.

Amici è una scuola solo in superficie: in realtà è un laboratorio di identità pubbliche. Gli allievi imparano rapidamente che non basta essere bravi: bisogna essere raccontabili. Ogni talento deve diventare una storia, meglio se di fatica, fragilità e riscatto. È la logica del presente: non cosa sai fare, ma chi sei mentre lo fai.

I professori diventano figure di scontro continuo, quasi personaggi di un teatro stabile, mentre gli allievi oscillano tra disciplina e performance emotiva. Ogni esibizione è insieme esame e episodio di una serie, in cui lo spettatore si affeziona più alla narrazione che alla tecnica.

Il cuore del programma è l’emozione: le lacrime valgono quanto una nota riuscita, spesso di più. Qui si riflette una trasformazione culturale evidente: la vulnerabilità è diventata parte integrante della performance. Non basta eccellere, bisogna sentire in modo visibile e televisivo.

Il voto sembra democratico, ma si muove dentro una struttura narrativa già orientata: è una forma di partecipazione emotiva, più che decisionale.

In fondo Amici funziona perché è uno specchio: mostra una società in cui il talento esiste solo se racconta il bisogno collettivo di trasformare ogni percorso in una storia che possa essere vista, condivisa e ricordata.

Avvocato Ligas

Ho finito qualche giorno fa la prima stagione (sei episodi in tutto) della serie targata Sky Avvocato Ligas con Luca Argentero. 

Nel panorama delle serie televisive a tema legale, si distingue come un prodotto capace di coniugare tensione narrativa, introspezione dei personaggi e uno sguardo realistico sul mondo della giustizia. Non si tratta solo di una classica serie giudiziaria, ma di un racconto che esplora le sfumature morali, personali e professionali di chi vive quotidianamente il diritto come strumento e responsabilità.

Uno degli elementi più riusciti della serie è senza dubbio il protagonista. Lorenzo Ligas non è un eroe stereotipato, ma un personaggio complesso, fatto di contraddizioni, dubbi e convinzioni profonde: questa caratterizzazione lo rende immediatamente credibile e vicino allo spettatore. La sua evoluzione nel corso degli episodi contribuisce a dare continuità e profondità alla narrazione.

Dal punto di vista della scrittura, la serie si mantiene su un livello alto. I casi legali affrontati non sono mai soltanto espedienti narrativi, ma diventano occasioni per riflettere su temi attuali come l’etica professionale, la giustizia sociale e il confine tra legge e coscienza. I dialoghi sono ben costruiti, spesso incisivi, e riescono a mantenere un buon equilibrio tra tecnicismi legali e accessibilità per il pubblico.

Anche la struttura narrativa merita un commento positivo. Ogni episodio presenta un caso che si sviluppa e si risolve, ma al tempo stesso contribuisce a un arco narrativo più ampio che coinvolge la vita personale e professionale del protagonista. Questo doppio livello rende la visione coinvolgente sia per chi ama le storie autoconclusive sia per chi preferisce seguire trame più articolate nel lungo periodo.

Un altro punto di forza è la capacità della serie di affrontare tematiche complesse senza appesantire la narrazione. Questioni morali e dilemmi etici vengono presentati in modo naturale, stimolando la riflessione dello spettatore senza risultare didascalici o eccessivamente moralisti.

In conclusione, Avvocato Ligas si rivela una serie ben costruita, interessante e capace di mantenere alto l’interesse episodio dopo episodio. È un prodotto consigliato a chi ama le storie legali, ma anche a chi cerca una narrazione che vada oltre il semplice intrattenimento, offrendo spunti di riflessione su giustizia, responsabilità e scelte personali.