Curaçao

Il Curaçao con i suoi 180.000 abitanti ha una squadra di calcio che quest’anno gioca i Mondiali.

L’Italia con i suoi circa 59 milioni di eroi, santi, poeti, artisti, navigatori, colonizzatori e trasmigratori, no.

Leão, il talento mai diventato guida

Mi chiedo: ma è normale che un giocatore con un contratto fino al 2028 (altri due anni, eh?), dica questo?

Personalmente penso di avere già dato tutto quello che avevo nel Milan. È stato un club che mi ha aiutato molto a crescere, che mi ha appoggiato nei momenti difficili e fortunatamente sono anche riuscito a scrivere il mio nome nella storia rossonera. […] Penso che tutti ovviamente abbiano dei sogni, delle ambizioni, delle sfide da voler affrontare. Io ambisco ad avere una nuova sfida in un nuovo campionato. E se questo dovesse accadere, sarei molto contento. Anche perché ho realizzato di aver fatto un buon lavoro al Milan. […] Adesso la cosa più importante per me è il Mondiale. Voglio fare un buon Mondiale, riuscire ad aiutare la mia Nazionale. E poi quando arriverà il momento, studierò le migliori opzioni per il futuro della mia carriera, per continuare a competere ai massimi livelli nel calcio europeo.

Rafael Leão è il simbolo perfetto di un talento sprecato a metà: ha tecnica, velocità, colpi da fuoriclasse, eppure troppo spesso nel Milan ha giocato come se la partita non lo riguardasse davvero. Un’azione straordinaria ogni tanto non può cancellare novanta minuti di superficialità e atteggiamenti svogliati. Nel calcio dei grandi, il talento senza carattere diventa solo un’illusione ripetuta. Il problema di Leão non è che sia scarso (non lo credo affatto e sono certo che ovunque andrà farà benissimo): è che da anni ci raccontano un campione che nei momenti decisivi continua a non presentarsi davvero.

Il fatto che non si renda conto che la pessima stagione del Milan sia anche colpa sua, non depone a suo favore. Certo, non esistono più i Maldini, i Totti o gli Zanetti (è il business, bellezza!), ma un po’ più di rispetto verso la maglia rossonera e sana autocritica non avrebbe guastato. 

Disastro Milan

Ci sono annate storte e poi ci sono stagioni che lasciano addosso una sensazione peggiore: quella dello smarrimento. Il Milan di oggi sembra appartenere più alla seconda categoria. Perché perdere può capitare, sbagliare mercato pure, ma ciò che preoccupa davvero i tifosi rossoneri è la sensazione di un progetto che abbia smarrito direzione, idee e perfino carattere.

Il problema non è soltanto la mancata qualificazione alla prossima Champions League o il risultato dell’ultima partita con il Cagliari: il vero disastro del Milan sta nella percezione di una squadra che sembra incapace di riconoscersi. Per lunghi tratti della stagione si è vista una formazione fragile mentalmente, poco continua, spesso confusa tatticamente e incapace di reagire nei momenti decisivi. Una squadra che alterna lampi di talento a blackout inspiegabili.

Eppure le aspettative erano alte. Dopo anni di ricostruzione, il Milan sembrava aver trovato una strada: un’identità giovane, sostenibile, persino vincente. Lo scudetto aveva dato l’illusione di un ciclo pronto a consolidarsi. Invece qualcosa si è incrinato. Forse nella gestione tecnica, forse nelle scelte societarie, forse nella convinzione che bastasse poco per restare competitivi ai massimi livelli. Forse tutto quanto insieme.

Anche il mercato è finito inevitabilmente sul banco degli imputati. Troppi innesti che non hanno inciso davvero, troppe scommesse senza certezze, poca leadership nei momenti complicati. In certe partite il Milan è apparso una squadra senza guida emotiva, senza quella cattiveria agonistica che storicamente appartiene al DNA rossonero.

I grandi club attraversano momenti difficili: il rischio è normalizzare la mediocrità. Accettare che il Milan possa galleggiare senza ambizioni reali, vivendo di ricordi e di speranze rinviate all’anno successivo.

Cosa fare? Da tifoso, mi aspetterei una rivoluzione profonda basata su una programmazione seria (complimenti al Como).

Quale migliore momento di questo?

Il tennis senza Sinner farà la fine dello sci senza Tomba?

Il tennis italiano sta vivendo un momento irripetibile. Si parla di ranking ATP al bar, si organizzano serate per vedere una semifinale in Australia o la finale a Roma. Perfino chi fino a ieri ignorava la differenza tra terra rossa ed erba oggi segue partite di quattro ore. Ma c’è una domanda che forse andrebbe posta adesso, nel pieno dell’entusiasmo: cosa resterà del tennis senza Jannik Sinner?

La storia dello sport italiano invita alla cautela. Per capire il rischio basta tornare indietro di qualche decennio e pensare ad Alberto Tomba. Negli anni Ottanta e Novanta lo sci alpino era un fenomeno popolare. La domenica mattina milioni di italiani seguivano slalom e giganti come se fossero finali dei Mondiali. Tomba non era solo un campione: era un personaggio capace di trasformare uno sport tecnico in uno spettacolo per tutti. Poi si è ritirato e lo sci, lentamente, è tornato a essere una passione per appassionati, con meno centralità e meno attenzione collettiva.

Il tennis rischia di vivere qualcosa di simile. Oggi il boom ha un volto preciso: Jannik Sinner. È lui che trascina ascolti (ieri pomeriggio TV8 con la finale degli Internazionali d’Italia ha registrato 2.894.000 spettatori – 23.2% di share – dalle 16:57 alle 19:41), genera discussioni, porta persone nuove davanti alla TV. Ma tifare un campione non significa necessariamente amare uno sport. È una differenza enorme. Molti seguono Sinner più del tennis: seguono la sua storia, le rivalità, la possibilità di assistere a qualcosa di storico.

Quando un fuoriclasse esce di scena (per età, infortuni o semplicemente perché il tempo passa) si scopre se è rimasta una cultura sportiva oppure solo un entusiasmo momentaneo.

Certo, rispetto ai tempi di Tomba ci sono differenze importanti: il tennis italiano oggi ha più praticanti, più circoli e una generazione competitiva, da Lorenzo Musetti a Matteo Berrettini, passando per Luciano Darderi e Jasmine Paolini. Ma la sfida vera non è vincere altri tornei: è fare in modo che il pubblico resti anche dopo Sinner.

Perché se l’amore dura solo finché c’è il fenomeno, il rischio è che il tennis italiano faccia la fine dello sci dopo Alberto Tomba: dal centro del racconto al silenzio, quasi senza accorgersene.

Il sorpasso silenzioso del tennis sul calcio

Per anni il calcio è stato molto più di uno sport: una lingua comune, un rito domenicale, una religione civile: poi qualcosa si è incrinato. Non all’improvviso, ma lentamente. Mentre il pallone diventava sempre più caro, spezzettato tra abbonamenti, polemiche arbitrali, presidenti folkloristici e campionati spesso prevedibili, il tennis ha iniziato a fare capolino nelle abitudini degli italiani.

Prima in punta di piedi, poi con prepotenza.

Il merito è certamente dei risultati: da Jannik Sinner a Lorenzo Musetti, da Luciano Darderi alla coppia Bolelli – Vavassori, passando per un movimento finalmente competitivo, il tennis italiano ha smesso di essere l’eterna promessa per diventare protagonista.

Basti vedere i numeri: gli Internazionali di Roma quest’anno hanno raccolto oltre 400.000 presenze paganti. 22 anni fa erano 58.127, nel 2006 circa 77.000, 12 anni fa 175.697, nel 2023 298.537.

Sarebbe però troppo riduttivo spiegare tutto solo con le vittorie.

Il tennis oggi piace perché racconta storie più semplici da seguire: un atleta, il suo talento, la sua testa, i suoi limiti. Nessun alibi, poche scuse, niente è colpa del mister o del mercato. Se perdi, perdi. Se vinci, te lo sei preso punto dopo punto. In un’epoca in cui molti italiani sembrano stanchi del rumore di fondo, questa chiarezza affascina.

Anche il modo di guardarlo è cambiato: il tennis si consuma meglio sui social, nei video brevi, nei momenti iconici. Una partita può diventare epica senza bisogno di appartenere a una tifoseria storica.

Il calcio resta enorme, naturalmente, ma non è più solo in salotto. E forse questa è la vera notizia: gli italiani non hanno smesso di amare lo sport, hanno semplicemente cambiato il modo di emozionarsi.

Allora, ragioniere, che fa? Batti?

L’Inter vince la Coppa Italia e i fuochi d’artificio sparati all’Olimpico annebbiano la partita tra Darderi e Jodar agli Internazionali di Roma.

Siamo un paese meraviglioso.

Il Giro d’Italia in Bulgaria

C’è un evidente paradosso nel fare partire il Giro d’Italia dalla Bulgaria considerando sia una corsa nata per raccontare il Paese, le sue strade, i suoi paesaggi.

In realtà non è una novità assoluta: il Giro ha già avuto Grand Départ all’estero in diverse edizioni, per ragioni sportive, economiche e di visibilità globale. Ma ogni volta la sensazione è la stessa: un piccolo spostamento simbolico, che apre una discussione più grande su cosa rappresenti oggi il ciclismo.

Da un lato c’è l’apertura internazionale, la necessità di rendere l’evento più globale, più competitivo sul piano mediatico. Dall’altro, però, resta l’identità storica della corsa: il legame con l’Italia, con le sue salite iconiche, le sue città, la sua geografia emotiva oltre che sportiva.

Vedere il Giro partire o svolgersi lontano dalle sue strade solleva una domanda semplice ma inevitabile: quanto può cambiare un evento senza perdere ciò che lo rende riconoscibile?

Forse la risposta sta proprio nell’equilibrio: il Giro d’Italia può anche attraversare altri paesi, ma continua a essere, nel nome e nell’immaginario, una narrazione dell’Italia. E ogni volta che si sposta, in fondo, ci ricorda proprio questo: che l’identità di una corsa non sta solo nel luogo, ma nel modo in cui viene raccontata.

Pellegrino contro Sinner

La sfida tra Andrea Pellegrino e Jannik Sinner, più che una rivalità reale è un confronto che nasce soprattutto dall’immaginario del tennis italiano di oggi: quello di una generazione che sta cercando spazio accanto a un fenomeno già affermato a livello mondiale.

Sinner rappresenta ormai un punto fermo: continuità, risultati, presenza stabile ai vertici del circuito. Il suo tennis è essenziale, costruito su ritmo e solidità, con una crescita che lo ha portato rapidamente nell’élite internazionale.

Pellegrino, invece, incarna un percorso diverso: quello di un giocatore che ha dovuto costruire la propria carriera tra qualificazioni, tornei minori e occasioni da conquistare passo dopo passo. Un tennis meno mediatico, ma non meno significativo nel raccontare la profondità del movimento italiano.

Mettere i due nomi nello stesso titolo significa, in realtà, osservare due livelli diversi dello stesso ecosistema: da una parte il vertice assoluto, dall’altra la fatica quotidiana di chi prova a risalire la classifica.

Non c’è una vera sfida diretta, ma c’è un confronto implicito tra percorsi. E questo rende il discorso interessante: perché racconta un tennis italiano che non è fatto solo di un campione, ma anche di una base che continua a provare a emergere.

Alex Zanardi

Scrivere qualcosa su Alex Zanardi significa toccare qualcosa che va oltre lo sport. È una di quelle storie che non si limitano a essere raccontate: restano, si sedimentano, cambiano il modo in cui guardi le cose.

Perché Zanardi non è stato solo un campione. È stato, ed è, un’idea ostinata di possibilità. Dopo l’incidente del 2001, quando la sua vita sembrava essersi spezzata, ha fatto qualcosa di raro: non ha solo ricominciato, ha riscritto il senso stesso di andare avanti. Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per restare fedele a sé stesso.

E poi c’è quel sorriso, che torna sempre quando si parla di lui: non come immagine costruita, ma come modo di stare al mondo. Una leggerezza che non nega il dolore, ma lo attraversa.

Negli anni abbiamo imparato a riconoscerlo così: non come simbolo perfetto, ma come presenza vera. Qualcuno che, senza grandi proclami, ha insegnato che la fragilità non è la fine di qualcosa, ma può essere l’inizio di una forma diversa di forza.

Forse è questo che rende la sua storia così potente: non ci chiede di essere come lui. Ci chiede solo di non arrenderci troppo in fretta.

Il vero fallimento di Gravina

Non ritengo di aver fallito. Se legato a piccoli episodi, certo, ho fallito, ma se vogliamo parlare dell’attività in tutte le sue forme e nei progetti realizzati, la nostra federazione è tra le più apprezzate in Europa.

Ascoltando le parole di Gabriele Gravina a Otto e mezzo, è chiaro quanto alcuni dirigenti (in tutti i campi) non abbiano percezione del proprio ruolo e delle responsabilità che ne derivano.

Il bilancio della presidenza di Gravina alla FIGC è diventato col tempo sempre più difficile da difendere: non per un singolo episodio, ma per una somma di segnali che raccontano un sistema in affanno.

Il dato più evidente è sportivo: risultati deludenti, qualificazioni mancate o complicate, un movimento che fatica a competere ai massimi livelli. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Il problema è più profondo e riguarda la capacità di visione.

Negli anni, la sensazione è stata quella di una gestione che ha rincorso le emergenze invece di anticiparle. Riforme annunciate, spesso incomplete e un calcio che continua a mostrare fragilità strutturali: stadi vecchi, settori giovanili non valorizzati abbastanza, un sistema economico instabile.

C’è poi il tema della credibilità: la guida di una federazione richiede autorevolezza e capacità di tenere insieme interessi diversi. E invece il clima attorno alla FIGC è apparso spesso frammentato, segnato da tensioni e polemiche.

Il punto non è negare le difficoltà oggettive del calcio italiano, ma chiedersi quanto siano state affrontate davvero: guidare significa scegliere una direzione, non limitarsi a gestire il presente.

Alla fine, il giudizio su una presidenza si misura nel tempo: oggi la sensazione diffusa è che il tempo sia passato senza lasciare un segno chiaro. Ed è forse questa la critica più pesante: non tanto gli errori, quanto l’assenza di un vero cambiamento e la conseguente percezione di non avere alcuna colpa del fallimento.