Alex Zanardi

Scrivere qualcosa su Alex Zanardi significa toccare qualcosa che va oltre lo sport. È una di quelle storie che non si limitano a essere raccontate: restano, si sedimentano, cambiano il modo in cui guardi le cose.

Perché Zanardi non è stato solo un campione. È stato, ed è, un’idea ostinata di possibilità. Dopo l’incidente del 2001, quando la sua vita sembrava essersi spezzata, ha fatto qualcosa di raro: non ha solo ricominciato, ha riscritto il senso stesso di andare avanti. Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per restare fedele a sé stesso.

E poi c’è quel sorriso, che torna sempre quando si parla di lui: non come immagine costruita, ma come modo di stare al mondo. Una leggerezza che non nega il dolore, ma lo attraversa.

Negli anni abbiamo imparato a riconoscerlo così: non come simbolo perfetto, ma come presenza vera. Qualcuno che, senza grandi proclami, ha insegnato che la fragilità non è la fine di qualcosa, ma può essere l’inizio di una forma diversa di forza.

Forse è questo che rende la sua storia così potente: non ci chiede di essere come lui. Ci chiede solo di non arrenderci troppo in fretta.

Il vero fallimento di Gravina

Non ritengo di aver fallito. Se legato a piccoli episodi, certo, ho fallito, ma se vogliamo parlare dell’attività in tutte le sue forme e nei progetti realizzati, la nostra federazione è tra le più apprezzate in Europa.

Ascoltando le parole di Gabriele Gravina a Otto e mezzo, è chiaro quanto alcuni dirigenti (in tutti i campi) non abbiano percezione del proprio ruolo e delle responsabilità che ne derivano.

Il bilancio della presidenza di Gravina alla FIGC è diventato col tempo sempre più difficile da difendere: non per un singolo episodio, ma per una somma di segnali che raccontano un sistema in affanno.

Il dato più evidente è sportivo: risultati deludenti, qualificazioni mancate o complicate, un movimento che fatica a competere ai massimi livelli. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Il problema è più profondo e riguarda la capacità di visione.

Negli anni, la sensazione è stata quella di una gestione che ha rincorso le emergenze invece di anticiparle. Riforme annunciate, spesso incomplete e un calcio che continua a mostrare fragilità strutturali: stadi vecchi, settori giovanili non valorizzati abbastanza, un sistema economico instabile.

C’è poi il tema della credibilità: la guida di una federazione richiede autorevolezza e capacità di tenere insieme interessi diversi. E invece il clima attorno alla FIGC è apparso spesso frammentato, segnato da tensioni e polemiche.

Il punto non è negare le difficoltà oggettive del calcio italiano, ma chiedersi quanto siano state affrontate davvero: guidare significa scegliere una direzione, non limitarsi a gestire il presente.

Alla fine, il giudizio su una presidenza si misura nel tempo: oggi la sensazione diffusa è che il tempo sia passato senza lasciare un segno chiaro. Ed è forse questa la critica più pesante: non tanto gli errori, quanto l’assenza di un vero cambiamento e la conseguente percezione di non avere alcuna colpa del fallimento.

Rocchi e la fiducia verso il sistema calcio italiano

Ci sono storie che colpiscono non solo per quello che raccontano, ma per dove vanno a toccare. L’indagine della Procura di Milano su Gianluca Rocchi, responsabile delle designazioni arbitrali in Serie A e B, è una di queste: riporta subito alla mente Calciopoli e rimette sul tavolo un dubbio mai davvero risolto, cioè quanto il sistema sia davvero neutrale.

Rocchi è indagato per concorso in frode sportiva e sarà ascoltato il 30 aprile. Le accuse riguardano tre episodi: due legati a partite dell’Inter, dove avrebbe scelto arbitri considerati più affidabili o graditi, come Colombo per Bologna-Inter e Doveri in una semifinale di Coppa Italia, con designazioni gestite in modo poco trasparente. Il terzo caso riguarda Udinese-Parma, dove il VAR Paterna avrebbe spinto Maresca a rivedere un’azione e concedere un rigore che inizialmente non sembrava esserci.

L’inchiesta parte da una vecchia denuncia poi archiviata a livello sportivo, ma ora riaperta sul piano penale, e guarda all’intera stagione 2024/25, ipotizzando pressioni anche sul VAR. Ed è qui che la faccenda si allarga: non è più solo una questione di singoli episodi, ma di come funziona tutto il sistema.

Rocchi respinge tutto e dice di essere tranquillo, convinto di aver sempre lavorato correttamente. Ma intanto il problema è già un altro: la fiducia. Quando finisce sotto indagine chi decide gli arbitri, non si parla più di errori in campo, ma del rischio che l’equilibrio delle partite possa essere stato condizionato a monte.

E così il calcio italiano si ritrova di nuovo nel solito punto scomodo: quello in cui la tecnologia, che dovrebbe rassicurare, finisce per alimentare i sospetti. Il VAR doveva ridurre gli errori, ma se entra in un’inchiesta del genere il discorso cambia completamente.

Non è una condanna, è chiaro, però basta e avanza per riaprire una crepa che non si è mai chiusa davvero. La domanda, alla fine, è sempre quella: quanto può reggere la credibilità di un sistema se, ogni volta che sembra aver trovato un equilibrio, torna fuori il dubbio che non sia così solido e trasparente?

Italia ai Mondiali senza campo: il paradosso del ripescaggio

L’idea di ripescare l’Italia per i prossimi mondiali, non è solo discutibile: è proprio scollegata dalla realtà. Il calcio, per quanto imperfetto, si regge ancora su un principio base: le regole devono valere per tutti. Se cominci a modificarle per opportunità politica, non è più sport: diventa un gioco di potere, fatto di scorciatoie e convenienze.

Pensare di escludere una nazionale per motivi politici e sfruttare la cosa per far rientrare l’Italia è un errore doppio. Prima di tutto perché mescola piani diversi: le dinamiche geopolitiche non possono trasformarsi in criteri per assegnare posti a un Mondiale. E poi perché ignora un tratto abbastanza evidente: agli italiani non piacciono i favori che sanno di umiliazione. Non conta solo esserci, conta arrivarci con dignità.

Non a caso la reazione è stata compatta e immediata: meglio restarne fuori che partecipare così. Un ripescaggio di questo tipo non sarebbe un’occasione, ma un’ombra difficile da cancellare. Altro che consenso facile: è il modo più veloce per ottenere il contrario.

C’è anche un discorso più ampio: l’idea che tutto sia trattabile, piegabile, sistemabile all’occorrenza. Magari è una logica che circola in certi ambienti, ma si incrina appena incontra qualcosa che ancora conserva un minimo di etica condivisa, come lo sport nell’immaginario collettivo.

Alla fine è una questione di credibilità. Vincere o partecipare ha senso solo se puoi dire di averlo fatto per merito: tutto il resto non entusiasma nessuno, semmai mette a disagio.

L’ennesimo fallimento del calcio italiano

Atalanta, Inter, Juventus e Napoli che non hanno superato gli ottavi di Champions League, stasera le sconfitte di Bologna e Fiorentina in Europa e Conference League che precludono pesantemente il passaggio del turno: le notti europee, per le squadre italiane, stanno diventando sempre più un esercizio di nostalgia. Queste sconfitte in coppa non sono solo episodi sfortunati, ma il riflesso di un sistema che fatica a tenere il passo con il calcio che cambia.

Mentre in altri paesi si investe su infrastrutture, giovani e idee, in Italia si resta spesso aggrappati al passato: stadi vecchi, progettualità fragili, allenatori costretti a fare miracoli più che a costruire. Il risultato? Squadre che partono con entusiasmo e si spengono quando il livello si alza davvero.

Non è solo una questione tecnica: è mentale, culturale. Si gioca per non perdere, quando in Europa bisogna avere il coraggio di vincere. E quel coraggio, oggi, sembra merce rara.

Eppure il talento non manca. I giovani ci sono, le piazze pure, la passione non si discute. Serve però una visione diversa: meno alibi, più programmazione. Perché le sconfitte fanno male, ma possono anche essere un punto di partenza. 

A patto di voler davvero cambiare.

Medvedev e il tempo galantuomo

Nel tennis, sport fatto di eleganza, rispetto e nervi saldi, ci sono momenti che stonano: è quello che è accaduto durante una partita tra Daniil Medvedev e Jannik Sinner alle Finali ATP del 2021, quando il tennista russo (in vantaggio), sbadigliando, si è reso protagonista di un gesto poco sportivo che non è passato inosservato.

Medvedev non è nuovo a comportamenti sopra le righe. Il suo talento è indiscutibile, ma spesso si accompagna a reazioni impulsive che rischiano di offuscarlo: in questo caso, il gesto ha dato l’impressione di una mancanza di rispetto, verso l’avversario e verso il pubblico.

Dall’altra parte della rete, Sinner ha fatto ciò che ormai lo contraddistingue: ha lasciato parlare il campo (battendolo poi allo US Open nel 2024). Nessuna reazione scomposta, solo concentrazione e lucidità. Un contrasto netto, che ha reso ancora più evidente la differenza di atteggiamento tra i due.

Oggi il russo ha perso durante il torneo di Monte Carlo 6-0 6-0 contro Matteo Berrettini: chi ricorda come me la partita contro Sinner, non può che avere provato un po’ di compiacimento.

I gesti, anche quelli fugaci, raccontano molto più di un punteggio e quando si scivola in comportamenti poco corretti, si rischia di perdere qualcosa che va oltre il match.

Lo sport spesso non dimentica: ha bisogno di talento, certo, ma anche di rispetto. Sempre.

Il reale valore di questa Nazionale

Vent’anni fa ai rigori si vinceva la finale dei Mondiali. E si piangeva.

Oggi ai rigori si perde la partita per andarci. E ci si vergogna.

Che poi, a essere onesti, se la Nazionale italiana viene eliminata dalla Bosnia (al sessantacinquesimo posto del ranking FIFA), possiamo serenamente accettare sia oggettivamente poco competitiva?

Poco da esultare

Ho recuperato un po’ di commenti sulla prestazione di ieri della nostra Nazionale.

Quello più benevolo mi sembra di Fabrizio Roncone che sul Corriere scriveva durante la partita

Stanno giocando tutti una partita penosa. Consentendo agli irlandesi di fare quella che avevano progettato. Difendono con una linea a cinque molto stretta, su cui accorciano i tre centrocampisti. Sempre durissimi su ogni contrasto. La notizia è che, quando ripartono, non soltanto cercano di giocare palla a terra. Ma arrivano, con inaudita facilità, nella nostra area. Mortificante, davvero.

In più ho visto il video che in queste ore spopola in rete in cui Federico Dimarco e alcuni compagni sono stati ripresi mentre esultavano alla notizia del risultato tra Galles e Bosnia: comprensibile (il Galles corre il doppio della Bosnia), ma poco sportivo e rispettoso (certo, pure la RAI…).

Così, a occhio, questa Nazionale non sta attirando molte simpatie…

Perché l’AI racconta il calcio?

Complici la mia voglia di leggerezza e il non volere innervosirmi per una partita di pallone, ieri sera in TV non ho visto Italia – Irlanda del Nord.

Intorno alle 22:00 però ho preso lo smartphone per sbirciare il risultato: bene, stavano 1-0. Sull’applicazione che utilizzo per restare aggiornato sulle partite di calcio, immediatamente sotto il tabellino ho visto una voce alla quale però non avevo fatto mai caso, Riepilogo AI, dove cliccando è apparso questo

L’Italia conduce 1-0 e sembra controllare il match nelle fasi finali. Tonali ha segnato il primo goal con un tiro potente, e continua ad essere ovunque; da allora, Kean ha impegnato un gol difficile con una A saved, e Esposito è entrato per allungare il vantaggio. Negli ultimi 15 minuti, l’Italia ha prevalso nel possesso, al 65%, con più angoli (3-1) e tiri in porta (1-1), ma nessuna delle due squadre ha creato grandi occasioni (×G 0.00). Durante tutto il match, la superiorità degli azzurri emerge: possesso 63-37%, tiri in porta 6-0, angoli 9-2. La squadra favorita pre-match sta rispettando il copione, ma c’è ancora tempo per la «Northern Ireland» di fare una domanda.

Ora, un paio di riflessioni: davvero vogliamo demandare all’AI il racconto calcistico (peraltro con errori evidenti)? Secondo poi, è possibile mai preferire una puntata di Pechino Express a una partita (importante) della Nazionale?

Argento straordinario a 84 anni