Il cast debole di Sanremo 2026

Ricordo ancora, uscito il cast di Sanremo 2026, parecchi articoli in cui si criticavano le scelte della direzione artistica.

A due mesi dalla fine del Festival, è certificato che l’ultima edizione ha perso oltre 300 milioni di streaming rispetto agli anni precedenti.

L’unico a non avere capito per tempo di avere tra le mani interpreti più deboli, è stato Carlo Conti.

L’omicidio Poggi e i tempi della giustizia

Il delitto di Avetrana (Sarah Scazzi), l’omicidio di Yara Gambirasio, la strage di Erba, il delitto di Cogne, il mostro di Firenze, l’omicidio di Elisa Claps e il più recente caso di Giulia Cecchettin: questi crimini hanno segnato la memoria collettiva italiana, spesso seguiti da un’intensa copertura televisiva e giornalistica.

Oltre questi, c’è anche il caso dell’omicidio di Chiara Poggi del quale si parla in questi giorni per via dei recenti sviluppi.

A distanza di ben 19 anni, tra indagini, processi, appelli e sentenze, la vicenda ha attraversato un percorso lungo e complesso, fatto di svolte, ripensamenti e momenti di forte esposizione mediatica: non è solo una questione di esito giudiziario, ma di durata. Perché quando i tempi si allungano così tanto, il rischio è che la giustizia perda una parte della sua forza.

La lentezza non è solo un dato tecnico. Ha conseguenze concrete: per le famiglie coinvolte, per l’opinione pubblica, per la percezione stessa dello Stato. Una giustizia che arriva dopo molti anni rischia di sembrare meno efficace, anche quando è formalmente corretta (che poi, nel caso specifico, si può davvero essere certi che Alberto Stasi sia colpevole?)

Il caso Poggi diventa così emblematico di un sistema che fatica a trovare equilibrio tra garanzie e rapidità: i passaggi processuali sono necessari, le tutele fondamentali. Ma quando il tempo si dilata eccessivamente, si crea una distanza tra verità giudiziaria e percezione comune.

Il punto non è semplificare un sistema complesso, ma interrogarsi su come renderlo più efficiente senza sacrificare i diritti. Perché la giustizia, per essere tale, non deve solo essere giusta: deve anche arrivare in tempo.

Il vero fallimento di Gravina

Non ritengo di aver fallito. Se legato a piccoli episodi, certo, ho fallito, ma se vogliamo parlare dell’attività in tutte le sue forme e nei progetti realizzati, la nostra federazione è tra le più apprezzate in Europa.

Ascoltando le parole di Gabriele Gravina a Otto e mezzo, è chiaro quanto alcuni dirigenti (in tutti i campi) non abbiano percezione del proprio ruolo e delle responsabilità che ne derivano.

Il bilancio della presidenza di Gravina alla FIGC è diventato col tempo sempre più difficile da difendere: non per un singolo episodio, ma per una somma di segnali che raccontano un sistema in affanno.

Il dato più evidente è sportivo: risultati deludenti, qualificazioni mancate o complicate, un movimento che fatica a competere ai massimi livelli. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Il problema è più profondo e riguarda la capacità di visione.

Negli anni, la sensazione è stata quella di una gestione che ha rincorso le emergenze invece di anticiparle. Riforme annunciate, spesso incomplete e un calcio che continua a mostrare fragilità strutturali: stadi vecchi, settori giovanili non valorizzati abbastanza, un sistema economico instabile.

C’è poi il tema della credibilità: la guida di una federazione richiede autorevolezza e capacità di tenere insieme interessi diversi. E invece il clima attorno alla FIGC è apparso spesso frammentato, segnato da tensioni e polemiche.

Il punto non è negare le difficoltà oggettive del calcio italiano, ma chiedersi quanto siano state affrontate davvero: guidare significa scegliere una direzione, non limitarsi a gestire il presente.

Alla fine, il giudizio su una presidenza si misura nel tempo: oggi la sensazione diffusa è che il tempo sia passato senza lasciare un segno chiaro. Ed è forse questa la critica più pesante: non tanto gli errori, quanto l’assenza di un vero cambiamento e la conseguente percezione di non avere alcuna colpa del fallimento.

La musica è finita

Sto leggendo in questi giorni La musica è finita di Gino Castaldo. È un libro che riesce a fare una cosa sempre più rara: raccontare la musica senza ridurla a semplice cronaca o nostalgia.

Castaldo costruisce un percorso che è insieme personale e collettivo, attraversando decenni di canzoni, artisti e cambiamenti culturali. Ma il punto non è solo ricordare: è capire cosa la musica ha significato dentro le trasformazioni della società italiana. La scrittura è appassionata, mai autoreferenziale. Si sente la competenza del critico (scrive da oltre cinquant’anni), ma anche lo sguardo di chi la musica l’ha vissuta, ascoltata, interpretata nel tempo. Non c’è distacco accademico, ma nemmeno eccesso di sentimentalismo: un equilibrio raro.

Uno dei meriti del libro è quello di restituire alla musica il suo ruolo di linguaggio culturale, non solo di intrattenimento: le canzoni diventano tracce di memoria, specchi di epoche diverse, strumenti per leggere cambiamenti sociali e generazionali.

La musica è finita non è un addio, ma una riflessione sul modo in cui la musica continua a trasformarsi. Ed è proprio questo che lo rende un libro interessante: non chiude nulla, ma apre continuamente nuove ascolti possibili.

Sulla grazia a Nicole Minetti

Il caso della grazia a Nicole Minetti riporta al centro una parola che in Italia pesa molto più di quanto sembri: clemenza.

La grazia, infatti, non cancella il reato, ma interviene sulla pena, riducendola o estinguendola. È una decisione eccezionale, nelle mani del Presidente della Repubblica, e proprio per questo ogni volta che viene concessa diventa inevitabilmente un fatto pubblico, politico, simbolico. 

Nel caso Minetti, la questione non è solo giuridica: è soprattutto percettiva. Perché ogni atto di grazia porta con sé una domanda implicita: si tratta di un gesto di umanità o di un privilegio? E questa domanda pesa ancora di più quando riguarda figure già esposte mediaticamente.

C’è poi un altro elemento: il rapporto tra giustizia, politica e opinione pubblica. La grazia nasce per correggere rigidità del sistema, per intervenire in situazioni particolari, umane prima ancora che legali. Ma nel momento in cui entra nel dibattito pubblico, rischia di essere letta come un’eccezione ingiusta rispetto a chi non ha la stessa visibilità o le stesse possibilità (e nel caso specifico è abbastanza chiaro che qualcosa non torni)

Il punto, forse, non è stabilire se una grazia sia giusta o sbagliata in assoluto: è capire quanto siamo disposti ad accettare l’idea che la giustizia non sia solo applicazione automatica delle regole, ma anche valutazione, contesto, discrezionalità.

E proprio lì nasce il disagio: nel confine sottile tra diritto e percezione: dove ogni decisione legittima può diventare, agli occhi di qualcuno, un’ingiustizia.

LUX

Incuriosito da alcune recensioni positive, in questi giorni ho ascoltato LUX di Rosalía, sebbene sicuramente il suo stile non rientri tra i miei preferiti.

È uno di quei dischi che ti fanno capire subito una cosa: lei non ha alcuna intenzione di rimanere incasellata in un sound ben preciso.

Qui non c’è la classica idea di album pop nel senso più prevedibile del termine. È più un viaggio dentro mondi diversi (canta in quattordici lingue: catalano, spagnolo, arabo, inglese, francese, tedesco, ebraico, italiano, giapponese, latino, mandarino, portoghese, siciliano e ucraino), dove ogni traccia sembra aprire una porta nuova. A volte è più intimo, quasi sussurrato, altre volte diventa enorme, teatrale, pieno di energia.

La cosa più interessante è come Rosalía usi la voce. Non è mai una sola: cambia, si adatta, si spezza, si ricompone. In certi momenti sembra fragile, in altri praticamente domina tutto il pezzo: è come se ogni canzone avesse una sua identità precisa.

Dal punto di vista del suono, LUX è molto curato ma non freddo. Si sente la ricerca, si sente la voglia di sperimentare, però resta sempre qualcosa di emotivo sotto. Non è un disco da sottofondo: ti chiede attenzione, ma in cambio ti restituisce parecchio.

E poi c’è l’aspetto più interessante: non prova a piacere a tutti: non segue la strada più facile, non si appoggia solo su formule già viste. È un lavoro che rischia, e proprio per questo funziona.

In fondo, LUX è questo: un disco che non ti accompagna in modo tranquillo, ma ti sposta un po’ da dove eri. E oggi, nel pop, non è affatto una cosa scontata.

Il tempo che passa per Zerocalcare

Avendo superato relativamente da poco i quaranta, mi sento spesso molto coinvolto da tutto quello che scrive Zerocalcare: non credo sia facile gestire con equilibrio autobiografia e racconto collettivo. Le sue storie partono sempre da esperienze personali (ansie, senso di inadeguatezza, memoria) ma riescono a trasformarsi in qualcosa di condiviso, riconoscibile da molti, soprattutto per quella della mia (nostra) generazione.

Al centro c’è una lingua immediata, piena di riferimenti pop, ironia e autoironia. Ma sotto questa superficie accessibile si muove una riflessione più profonda, spesso dolorosa. Zerocalcare usa il fumetto per parlare di precarietà, identità, responsabilità politica, senza mai perdere il contatto con l’esperienza quotidiana. Il conflitto interiore viene spesso rappresentato attraverso personaggi simbolici che danno voce ai suoi dubbi e alle sue paure. Questo rende visibile ciò che normalmente resta implicito: il dialogo continuo tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

C’è poi un forte rapporto con la memoria: non come nostalgia, ma come strumento per capire il presente. Le sue storie tornano spesso indietro nel tempo per spiegare ciò che accade oggi, costruendo un legame tra esperienza individuale e contesto storico.

In fondo, la forza della sua poetica sta proprio qui: nel riuscire a essere personale senza chiudersi in sé stesso, e politico senza diventare astratto.

Ho letto sul Venerdì di questa settimana una sua intervista in vista dell’uscita (il 27 maggio 2026) di Due spicci su Netflix e c’è stato un passaggio che mi ha colpito parecchio

Ci siamo convinti di non essere invecchiati. Nel senso che abbiamo passato il tempo a pia’ per culo quelli più vecchi di noi, i boomer, la Generazione X, e ci siamo trovati adesso con dei ragazzini che giustamente sono adulti pur avendo vent anni meno di noi, e che ci considerano dei vecchi, mentre noi non abbiamo ancora percepito che, effettivamente, per loro siamo dei vecchi.

Penso abbia centrato il punto ancora una volta: forse, più semplicemente, non ci siamo resi conto del tempo che passava.

Venezi, chi dirige veramente il concerto?

Il licenziamento di Beatrice Venezi è una di quelle notizie che fanno subito discutere, non solo per quello che è successo. Più che altro viene da chiedersi: perché proprio ora?

Negli ultimi anni Venezi è stata molto più di una direttrice d’orchestra: è diventata un personaggio pubblico, con una presenza forte anche fuori dai teatri. E come succede sempre in questi casi, c’è chi la vede come un simbolo positivo e chi invece storce il naso, soprattutto per il suo rapporto (vero o percepito) con la politica.

Ed è qui che la cosa si complica: quando cultura e politica si mescolano, ogni decisione smette di sembrare neutra: anche un licenziamento diventa automaticamente qualcosa da interpretare, da leggere tra le righe.

Poi c’è il solito tema che torna ogni volta: nel mondo culturale italiano contano di più le competenze o le relazioni? Venezi ha costruito una visibilità enorme e questo inevitabilmente porta sia consensi che frizioni. Il problema è che si finisce sempre a fare il tifo: o con lei o contro di lei. Ma così si perde il punto. Forse questa storia non riguarda solo una persona, ma racconta qualcosa di più grande su come funziona davvero il sistema.

E finché le cose restano così un po’ opache, ogni vicenda del genere darà sempre la stessa sensazione: meno una decisione limpida, più un segnale da interpretare.