Ranucci VS Nordio

La diatriba tra Sigfrido Ranucci e Carlo Nordio è l’ennesimo episodio di un confronto che in Italia torna ciclicamente: quello tra informazione e potere.

Da una parte c’è il lavoro giornalistico, con la sua vocazione a indagare, mettere in discussione, portare alla luce ciò che resta opaco. Dall’altra c’è l’istituzione, che rivendica limiti, responsabilità e, spesso, il rischio di semplificazioni o forzature nel racconto mediatico.

Il punto interessante, più che lo scontro in sé, è il terreno su cui avviene: non è solo una questione personale o politica, ma culturale. Riguarda il ruolo dell’informazione oggi: quanto può spingersi, come deve farlo, e quale rapporto deve mantenere con chi esercita il potere.

Il rischio, come spesso accade, è che il dibattito si polarizzi. Da un lato chi difende a priori il giornalismo, dall’altro chi lo accusa di spettacolarizzazione. In mezzo, però, resta una domanda più complessa: come si costruisce un’informazione credibile, capace di essere critica senza perdere rigore?

Di tutto quello che ho letto in questi giorni, il punto di vista che più mi rispecchia è quello di Massimo Mantellini, che sul suo Substack ha scritto

A me quello di Sigfrido Ranucci non pare un errore ma un metodo di lavoro. Spari una cazzata che faccia molta eco e poi provi a costruirci intorno un po’ di prove. Se non ci riesci chiedi vagamente scusa. Il contrario del giornalismo.

Riflettendoci un po’ su, in questi ultimi anni il modo di fare giornalismo di Report spesso viene preso (soprattutto da una parte ben definita di elettorato) come esempio di ottimo servizio pubblico: si basa su inchieste approfondite e su una forte vocazione a portare alla luce ciò che resta nascosto. Punta su documenti, testimonianze e ricostruzioni dettagliate, ma viene spesso criticato per il tono assertivo e per il rischio di semplificare temi complessi. Più che giornalismo, clamore mediatico.

Non sempre mi sono trovato d’accordo con alcune inchieste e spesso non ne ho condiviso i metodi.

Un po’ come avviene per Le iene, la sensazione è che si cerchi prima il caso e successivamente le prove per dare forza all’interrogativo.

Come scrive Mantellini, esattamente il contrario del giornalismo.

Sulla grazia a Nicole Minetti

Il caso della grazia a Nicole Minetti riporta al centro una parola che in Italia pesa molto più di quanto sembri: clemenza.

La grazia, infatti, non cancella il reato, ma interviene sulla pena, riducendola o estinguendola. È una decisione eccezionale, nelle mani del Presidente della Repubblica, e proprio per questo ogni volta che viene concessa diventa inevitabilmente un fatto pubblico, politico, simbolico. 

Nel caso Minetti, la questione non è solo giuridica: è soprattutto percettiva. Perché ogni atto di grazia porta con sé una domanda implicita: si tratta di un gesto di umanità o di un privilegio? E questa domanda pesa ancora di più quando riguarda figure già esposte mediaticamente.

C’è poi un altro elemento: il rapporto tra giustizia, politica e opinione pubblica. La grazia nasce per correggere rigidità del sistema, per intervenire in situazioni particolari, umane prima ancora che legali. Ma nel momento in cui entra nel dibattito pubblico, rischia di essere letta come un’eccezione ingiusta rispetto a chi non ha la stessa visibilità o le stesse possibilità (e nel caso specifico è abbastanza chiaro che qualcosa non torni)

Il punto, forse, non è stabilire se una grazia sia giusta o sbagliata in assoluto: è capire quanto siamo disposti ad accettare l’idea che la giustizia non sia solo applicazione automatica delle regole, ma anche valutazione, contesto, discrezionalità.

E proprio lì nasce il disagio: nel confine sottile tra diritto e percezione: dove ogni decisione legittima può diventare, agli occhi di qualcuno, un’ingiustizia.