Ranucci VS Nordio

La diatriba tra Sigfrido Ranucci e Carlo Nordio è l’ennesimo episodio di un confronto che in Italia torna ciclicamente: quello tra informazione e potere.

Da una parte c’è il lavoro giornalistico, con la sua vocazione a indagare, mettere in discussione, portare alla luce ciò che resta opaco. Dall’altra c’è l’istituzione, che rivendica limiti, responsabilità e, spesso, il rischio di semplificazioni o forzature nel racconto mediatico.

Il punto interessante, più che lo scontro in sé, è il terreno su cui avviene: non è solo una questione personale o politica, ma culturale. Riguarda il ruolo dell’informazione oggi: quanto può spingersi, come deve farlo, e quale rapporto deve mantenere con chi esercita il potere.

Il rischio, come spesso accade, è che il dibattito si polarizzi. Da un lato chi difende a priori il giornalismo, dall’altro chi lo accusa di spettacolarizzazione. In mezzo, però, resta una domanda più complessa: come si costruisce un’informazione credibile, capace di essere critica senza perdere rigore?

Di tutto quello che ho letto in questi giorni, il punto di vista che più mi rispecchia è quello di Massimo Mantellini, che sul suo Substack ha scritto

A me quello di Sigfrido Ranucci non pare un errore ma un metodo di lavoro. Spari una cazzata che faccia molta eco e poi provi a costruirci intorno un po’ di prove. Se non ci riesci chiedi vagamente scusa. Il contrario del giornalismo.

Riflettendoci un po’ su, in questi ultimi anni il modo di fare giornalismo di Report spesso viene preso (soprattutto da una parte ben definita di elettorato) come esempio di ottimo servizio pubblico: si basa su inchieste approfondite e su una forte vocazione a portare alla luce ciò che resta nascosto. Punta su documenti, testimonianze e ricostruzioni dettagliate, ma viene spesso criticato per il tono assertivo e per il rischio di semplificare temi complessi. Più che giornalismo, clamore mediatico.

Non sempre mi sono trovato d’accordo con alcune inchieste e spesso non ne ho condiviso i metodi.

Un po’ come avviene per Le iene, la sensazione è che si cerchi prima il caso e successivamente le prove per dare forza all’interrogativo.

Come scrive Mantellini, esattamente il contrario del giornalismo.

Questa è casa mia (l’identità digitale nel 2026)

All’inizio, fu MSN. Poi arrivò Spaces. Quelli un po’ più smanettoni avevano un blog su Splinder. Dopo qualche anno, chi era bravo bravo aprì un proprio spazio su WordPress. Mentre succedeva tutto questo, arrivarono i social: prima Facebook, poi a ruota Instagram, Twitter (ora X), Threads, TikTok. Ora pare vada per la maggiore Substack.

Tutti questi luoghi virtuali hanno sempre avuto un minimo comune denominatore: erano (e sono) tutti in affitto.

Utilizzare il proprio dominio per organizzare e strutturare i propri pensieri non è sicuramente una scelta facile. Richiede tempo, risorse e pazienza. Difficilmente qui si diventa virali ed è sicuramente più complesso essere visibili.

Per questo, continuare a essere presenti in rete con un blog nel 2026 è anacronistico.

C’è però il rovescio della medaglia: si è più liberi. Qui non sono in affitto, questa è casa mia.