Papa Francesco, un uomo di parola

In occasione dell’anniversario della morte di Papa Francesco, Sky sta trasmettendo il documentario Un uomo di parola di Wim Wenders, uscito nel 2018 e presentato lo stesso anno al Festival di Cannes.

La pellicola è molto più di un documentario: è un incontro. Un dialogo diretto, quasi intimo, con Papa Francesco, che qui non viene raccontato attraverso filtri o interpretazioni, ma si espone in prima persona, con una semplicità disarmante.

Wenders sceglie una strada essenziale, quasi invisibile. Rinuncia agli effetti, lascia spazio alle parole e allo sguardo. Ed è proprio questa sobrietà a rendere il film così potente: non c’è bisogno di costruire un personaggio, perché la forza del racconto sta tutta nella coerenza tra ciò che viene detto e ciò che si percepisce.

Il Papa parla di ambiente, disuguaglianze, pace, responsabilità individuale. Temi enormi, affrontati con un linguaggio accessibile, mai retorico. C’è un senso di urgenza, ma anche di fiducia: l’idea che il cambiamento sia ancora possibile, a partire dai gesti più semplici.

Un uomo di parola colpisce proprio per questo: per la capacità di essere diretto senza essere semplicistico, profondo senza essere distante. Non chiede adesione, ma attenzione. Non impone, ma invita.

È un film che resta, non tanto per ciò che mostra, ma per ciò che lascia. Una sensazione rara: quella di aver ascoltato qualcuno che crede davvero in ciò che dice.

Father Mother Sister Brother

Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch (in programmazione su Sky in questi giorni) è una delusione che pesa soprattutto per le aspettative. Il regista, solitamente capace di trasformare silenzi e marginalità in poesia (bellissimo il suo Coffee and Cigarettes del 2003), qui sembra girare a vuoto, intrappolato in una forma che non riesce più a sostenere.

La struttura episodica appare fragile, più un collage di idee che un racconto vero. I personaggi restano distanti, appena abbozzati, e le loro relazioni non trovano mai profondità né urgenza: ne nasce un senso di freddezza che rende difficile qualsiasi coinvolgimento.

Il ritmo lento, marchio di fabbrica di Jarmusch, perde qui la sua forza evocativa e diventa semplicemente statico. Anche la cura visiva, pur elegante, non basta a compensare un vuoto narrativo evidente.

Più che un’evoluzione, il film sembra una ripetizione stanca del suo cinema: il risultato è un’opera che lascia poco, se non la sensazione di un’occasione sprecata.

Ma come è possibile abbia vinto a Venezia l’anno scorso?

Avvocato Ligas

Ho finito qualche giorno fa la prima stagione (sei episodi in tutto) della serie targata Sky Avvocato Ligas con Luca Argentero. 

Nel panorama delle serie televisive a tema legale, si distingue come un prodotto capace di coniugare tensione narrativa, introspezione dei personaggi e uno sguardo realistico sul mondo della giustizia. Non si tratta solo di una classica serie giudiziaria, ma di un racconto che esplora le sfumature morali, personali e professionali di chi vive quotidianamente il diritto come strumento e responsabilità.

Uno degli elementi più riusciti della serie è senza dubbio il protagonista. Lorenzo Ligas non è un eroe stereotipato, ma un personaggio complesso, fatto di contraddizioni, dubbi e convinzioni profonde: questa caratterizzazione lo rende immediatamente credibile e vicino allo spettatore. La sua evoluzione nel corso degli episodi contribuisce a dare continuità e profondità alla narrazione.

Dal punto di vista della scrittura, la serie si mantiene su un livello alto. I casi legali affrontati non sono mai soltanto espedienti narrativi, ma diventano occasioni per riflettere su temi attuali come l’etica professionale, la giustizia sociale e il confine tra legge e coscienza. I dialoghi sono ben costruiti, spesso incisivi, e riescono a mantenere un buon equilibrio tra tecnicismi legali e accessibilità per il pubblico.

Anche la struttura narrativa merita un commento positivo. Ogni episodio presenta un caso che si sviluppa e si risolve, ma al tempo stesso contribuisce a un arco narrativo più ampio che coinvolge la vita personale e professionale del protagonista. Questo doppio livello rende la visione coinvolgente sia per chi ama le storie autoconclusive sia per chi preferisce seguire trame più articolate nel lungo periodo.

Un altro punto di forza è la capacità della serie di affrontare tematiche complesse senza appesantire la narrazione. Questioni morali e dilemmi etici vengono presentati in modo naturale, stimolando la riflessione dello spettatore senza risultare didascalici o eccessivamente moralisti.

In conclusione, Avvocato Ligas si rivela una serie ben costruita, interessante e capace di mantenere alto l’interesse episodio dopo episodio. È un prodotto consigliato a chi ama le storie legali, ma anche a chi cerca una narrazione che vada oltre il semplice intrattenimento, offrendo spunti di riflessione su giustizia, responsabilità e scelte personali.

Quale sarebbe il mondo reale?

Provate a guardare di seguito, uno dietro l’altro, Studio Aperto alle 12:25, a seguire SKY TG24 0 il TG2 alle 13.00 e subito dopo il TG delle 13.30 su LA7.

Se riuscite ad arrivare alla fine, vi sembrerà di aver visto descritti due mondi differenti, due visioni dissimili.

Se non ci fossero le varie testate su internet (con gli stessi identici problemi, ovvio) per bilanciare il giudizio e avere un quadro più completo della situazione, tutto quanto sembrerebbe altamente alienante.

Com’era la storia del quarto potere? Di tutti, quale sarebbe il mondo reale?