Delitto in cornice

Con Delitto in cornice, Giancarlo De Cataldo dimostra ancora una volta la sua capacità di costruire storie che vanno oltre il semplice meccanismo investigativo: il romanzo è certamente un giallo, ma è anche un viaggio dentro le fragilità umane, le passioni e le contraddizioni che si nascondono dietro le apparenze.

L’intreccio è solido e coinvolgente. De Cataldo accompagna il lettore tra misteri, sospetti e colpi di scena senza mai perdere il controllo della narrazione. La tensione cresce pagina dopo pagina, ma ciò che colpisce davvero è la cura con cui vengono tratteggiati i personaggi: nessuno è soltanto ciò che sembra essere: ognuno porta con sé una storia, un dolore, un desiderio inconfessato.

L’ambientazione legata al mondo dell’arte aggiunge fascino e originalità al racconto: i quadri, le cornici e ciò che rappresentano diventano parte integrante della vicenda, quasi fossero personaggi silenziosi che osservano gli eventi e custodiscono segreti.

La scrittura di De Cataldo resta uno dei punti di forza del libro: elegante ma accessibile, ricca di dettagli senza risultare mai pesante. L’autore riesce a mantenere il ritmo del giallo e allo stesso tempo, regalare riflessioni che rimangono nella mente anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.

Delitto in cornice è una lettura che soddisfa sia gli amanti del mistero sia chi cerca nei romanzi qualcosa di più di una semplice indagine: un libro capace di intrattenere, emozionare e ricordare che dietro ogni enigma si nasconde sempre una storia profondamente umana.

Il mondo dell’arte contemporanea romano è sconvolto dall’inquietante morte di una sua controversa protagonista. L’ambiente, si sa, è popolato da soggetti celebri e imprevedibili, pane per i denti di Manrico Spinori, abituato a risolvere situazioni intricate. Tra personaggi eccentrici, critici vanesi e collezionisti capricciosi, l’imperturbabile Pm melomane dovrà far luce su un mistero che sfida tanto la sua razionalità quanto il suo gusto estetico.

Verena Rex, provocatoria artista esperta in scarificazione, viene rinvenuta senza vita nel capannone dove filmava le sue performance. Causa del decesso: un taglio alla giugulare. Nessuno sa niente, nessuno ha visto niente; computer e cellulare della vittima sono spariti. È stato un incidente o Verena ha inscenato un suicidio «artistico»? Mentre sul mercato le quotazioni delle sue opere salgono vertiginosamente, un secondo delitto complica la vicenda. Ma, per fortuna, ad aiutare Manrico Spinori nelle indagini c’è una formidabile squadra: formata solo da donne.

Il contino avvertiva, in quella storia, una nota falsa, una dissonanza vaga che non era ancora riuscito a individuare. E quanto all’orizzonte musicale, silenzio assoluto. In piú di un’occasione l’opera era venuta in suo soccorso, suggerendogli una soluzione che, per quanto improbabile, si era poi rivelata quella giusta. Ma stavolta…

Acqua sporca

Leggendo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda (candidato al prossimo Premio Strega, dove il mio preferito rimane I convitati di pietra di Michele Mari), la cosa che ho apprezzato maggiormente è il modo in cui rimette al centro un tema che nel romanzo italiano contemporaneo sembra comparire sempre meno: la questione di classe. Questo romanzo riesce a raccontare con grande lucidità cosa accade quando persone appartenenti a mondi sociali differenti finiscono per incontrarsi o scontrarsi. E da quegli attriti emergono risentimento, vergogna, incomprensioni, crudeltà, senso di inferiorità o superiorità, insieme a forme molto ambigue di affetto, colpa, paternalismo, rabbia e desiderio di riconoscimento.

Dentro questo intreccio già complesso si inserisce poi il tema dell’identità: cosa significa attraversare culture, paesi e classi sociali diverse, cosa resta di noi durante quel passaggio e quanto sia difficile sentirsi davvero arrivati da qualche parte.

Acqua sporca è anche un libro estremamente attuale. In un momento storico in cui il dibattito sull’identità e sull’inclusione è sempre più centrale, la Uyangoda offre uno sguardo prezioso e necessario, capace di creare dialogo invece che divisione: leggerlo significa confrontarsi con prospettive spesso ignorate, ma raccontate con una sensibilità che rende impossibile restare indifferenti.

Quello che colpisce maggiormente è forse l’equilibrio tra profondità e accessibilità: il libro fa riflettere, ma riesce anche a coinvolgere emotivamente pagina dopo pagina. È una lettura che arricchisce, apre domande e continua a risuonare anche dopo aver chiuso il libro.

Dopo trent’anni trascorsi in Italia, Neela ha deciso di tornare in Sri Lanka. Come l’attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull’isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa. Pavitra, la sorella più piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l’ha costretta a dare in pegno l’unica ricchezza che possedeva. Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica». Una storia famigliare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa.

La cura

La cura di Concita De Gregorio è uno di quei libri che non cercano di stupire, ma di restare. E ci riesce, con una semplicità solo apparente.

Al centro c’è una parola abusata (per l’appunto cura) che qui torna ad avere peso, non come concetto astratto, ma come gesto concreto, quotidiano, quasi necessario. Prendersi cura degli altri diventa un modo per restare in piedi, per attraversare il dolore senza esserne travolti. 

La scrittura è intima, ma mai chiusa. Concita De Gregorio riesce a tenere insieme fragilità e lucidità, senza cadere nella retorica. Parla di dolore, di malattia, di assenza, ma lo fa con una leggerezza che non è superficialità: è equilibrio.

Quello che colpisce è il tono: non c’è mai compiacimento, mai l’urgenza di spiegare tutto. Il libro lascia spazio, respira, si muove per immagini e sensazioni più che per tesi. Ed è proprio lì che arriva.

La cura è una lettura breve (176 pagine per Einaudi – Stile Libero), ma intensa. Non dà risposte definitive, ma cambia leggermente il modo in cui guardi le cose. E in un momento in cui tutto sembra accelerare, riesce a fare una cosa rara: ti costringe a rallentare.

Toccante e lieve, intimo e pieno di umanità, questo libro racconta come prendersi cura degli altri sia l’unico modo per prendersi cura di sé. Perché anche nella fragilità e nei guasti la vita non smette di incantarci, di rivelarci nuovi mondi. «Alla fine di una lunghissima disciplina di terapia e rigore qualcosa devo aver capito meglio. Forse, azzardo: siccome il dolore arriva da solo e comunque arriva sempre, non ne serve altro. Al contrario. Serve bellezza, per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio». Un giorno d’agosto una donna si prepara a stare via per un po’. Lascia una lettera di istruzioni ai figli, perché anche in sua assenza possano trovare le cose che non trovano mai. Per esempio i doposci. Non è la stagione dello sci, ma chissà quando lei potrà tornare. Questa è la sua storia. Non è il diario di una malattia, ma la testimonianza esatta che nessuno si salva da solo. A risuonare in queste pagine sono le voci degli altri. La voce di Angelina, che ha il piglio di una capobanda e tratta le altre pazienti con tenerezza. La voce del Professore, cresciuto in un paesino dell’Aspromonte e diventato un luminare, che non dimentica le sue origini. La voce di un infermiere che impiantandoti un port endovenoso ti chiede quale sia la tua canzone preferita, e te la canta. In questa sinfonia di voci ci sono risate e stupore, sopracciglia tatuate e purè di carote, sigarette fumate di nascosto e pennarelli che disegnano sul corpo, madri che si preoccupano dei piedi freddi e uomini che conoscono la «logistica dell’amore». Ci sono l’intelligenza e la sensibilità di una scrittrice che ribalta ogni stereotipo, sulla malattia come sulla cura, e che è troppo curiosa delle persone per non raccontarle, perché sa che solo attraverso le storie altrui scopriamo la nostra.

25 aprile

Il 25 aprile non è solo una data sul calendario: è una memoria collettiva che attraversa il presente. È il giorno in cui l’Italia ricorda la fine dell’occupazione nazifascista e la riconquista della libertà.

Ma ricordare non significa solo guardare indietro, significa interrogare il presente. La Resistenza non è stata un gesto astratto: è stata fatta di scelte concrete (bellissimo questo libro su Leone Ginzburg che successivamente fonderà la casa editrice Einaudi), spesso difficili, di persone comuni che hanno deciso da che parte stare.

Oggi il senso di questa giornata resta attuale proprio nella parola libertà. Una libertà che non è mai definitiva, ma che va difesa, compresa, rinnovata. Non è solo un fatto storico, è un esercizio continuo di responsabilità civile.

Il 25 aprile è anche un invito a non dare per scontati i diritti, a riconoscere il valore della democrazia e del confronto: è una memoria che non appartiene al passato, ma che continua a chiedere attenzione nel presente.

Ricordarlo non è retorica: è un modo per capire meglio chi siamo oggi.

Una cosa spirituale

Seguo Vasco Brondi da una ventina di anni, da quando era frontman de Le luci della centrale elettrica, gruppo indie rock fondato alla fine degli anni duemila.

I suoi testi hanno una forza rara: sembrano semplici, ma aprono mondi. Con parole quotidiane costruisce immagini intense, tra realtà e visione. Non cerca l’effetto e proprio per questo lo raggiunge. Le sue canzoni e i suoi libri non danno risposte, ma tengono vive le domande: in un panorama spesso rumoroso, la sua scrittura resta sottile, coerente e profondamente riconoscibile.

In questi giorni è uscito per Einaudi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, in cui si muove in una zona rara: quella in cui la riflessione diventa esperienza. Non è un saggio nel senso classico, né un racconto lineare: è piuttosto un flusso di pensieri, immagini e intuizioni che chiedono al lettore di rallentare.

Il cuore del libro sta proprio lì: nel valore del non fare niente. In un tempo ossessionato dalla produttività, Brondi ribalta la prospettiva e restituisce dignità all’attesa, al silenzio, alla sospensione. Non come fuga, ma come forma di presenza più profonda.

La scrittura è coerente con questo sguardo: essenziale, evocativa, capace di aprire spazi più che di riempirli. Non cerca risposte definitive, ma invita a stare dentro le domande. E in questo invito c’è qualcosa di liberatorio.

Una cosa spirituale è un libro che non si consuma in fretta: si attraversa, si lascia sedimentare, si riprende. E ogni volta restituisce qualcosa di diverso. Non offre soluzioni, ma cambia leggermente il modo in cui guardiamo le cose.

Ed è forse questo il suo merito più grande: ricordarci che, a volte, fermarsi non è perdere tempo. È iniziare a vedere davvero.

Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò

Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò di Francesco Piccolo è un libro breve ma densissimo, che usa il tramonto artistico di Totò per raccontare qualcosa di più grande: il rapporto tra comicità, fragilità e fine.

Non è una biografia classica, ma una riflessione intima. Totò, negli ultimi anni, perde brillantezza fisica ma guadagna profondità: la sua maschera si incrina e lascia intravedere l’uomo. Ed è proprio lì che la sua arte diventa ancora più potente.

Lo sguardo di Piccolo non è mai retorico: sullo sfondo c’è anche l’incontro con Pier Paolo Pasolini, simbolo di un dialogo inatteso tra mondi lontani.

Un libro che si legge in fretta (è di sole 128 pagine) ma resta a lungo: perché parla di cosa rimane quando il sipario si chiude.

Totò non assomigliava a nessun altro. Era così noto, amato, ammirato da guadagnarsi addirittura tre funerali. Visse però con un rammarico: aver sprecato la sua carriera recitando in decine di film inutili. Del resto, sebbene fosse riconosciuto da tutti come un simbolo del cinema italiano, la critica lo aveva sempre snobbato… Ma cosa si nascondeva dietro quel volto unico, perfetto per far ridere e insieme per commuovere? Solo Francesco Piccolo poteva dare forma a un racconto sugli ultimi anni di Totò capace di racchiudere le malinconie e le delusioni, i gesti d’amore e i fallimenti, la tragicità e l’estro creativo del grande comico napoletano. “Cosa sono le nuvole” è lo specchio di un personaggio umanissimo, che per un’intera esistenza ha costruito a sua insaputa la propria immortalità. È stato uno degli attori più amati del cinema italiano. A teatro era così acclamato che il pubblico non lo faceva neppure recitare: appena apriva bocca scrosciavano applausi a non finire. Quando calava il sipario, però, lasciava in camerino quell’irresistibile maschera comica e tornava a essere Antonio De Curtis. «Ehi, signor principe, è inutile che si dia tante arie e snobbi il povero Totò, – diceva alla propria immagine allo specchio. – Si ricordi che è Totò che dà da mangiare al principe, e non viceversa». Negli ultimi anni divenne quasi cieco. Eppure, quando sul set battevano il ciak, avveniva il miracolo. Tolti gli occhiali scuri, si muoveva tra i mobili di scena senza sfiorarli, scavalcava i cavi elettrici, orientandosi come se ci vedesse ancora. Ormai i film di maggior successo commerciale, quelli con Peppino, erano alle spalle. Ma poi incontrò Pasolini, che l’avrebbe scelto per il suo ultimo ruolo da protagonista in “Uccellacci e uccellini”: una consacrazione tardiva per un attore che temeva di aver recitato in pellicole che nessuno avrebbe ricordato. Tenendo insieme le testimonianze degli amici e dei colleghi di Totò, narrandone la vita privata, i capricci e le bontà, l’ambizione e lo sconforto, Francesco Piccolo scandaglia gli ultimi anni del principe della risata. E riesce a distillare l’essenza di un personaggio in cui hanno convissuto anime e indoli quasi inconciliabili, miserie e nobiltà – come accade a tutte le leggende.