Ma quando avete cominciato a dire outfit invece che abbigliamento?
E cringe invece che imbarazzante?
E brand invece che marca?
E call invece che chiamata?
E chill invece che rilassante?
E vibes invece che sensazioni?
Capisco che le piattaforme come TikTok, Instagram e X (prima Twitter) favoriscano l’emergere di un linguaggio rapido e virale, ma se esiste una parola italiana, perché dobbiamo prendere in prestito termini da altre lingue?
Ho un’età per la quale Facebook ha rappresentato il primo vero strumento di interazione sul web. Prima c’erano MSN e Windows Live Spaces, ma il salto di qualità è avvenuto con il social di Zuckerberg.
Da qualche anno, però è chiaro abbia un problema anagrafico: per le nuove generazioni è il social dei genitori, se non dei nonni: così la proprietà ha deciso di pagare i creator per postare sulla piattaforma. Se hai più di 100 mila follower su TikTok, YouTube oppure Instagram, Meta ti offre 1.000 dollari al mese per pubblicare reel sul social snobbato dai giovani. Diventano 3.000 per chi supera il milione di seguaci. Il programma si chiama Creator Fast Track: prevede un fisso garantito (ma solo per tre mesi) che dipende dal peso che l’autore ha sulle piattaforme della concorrenza. Questi compensi si sommano ai normali ricavi pubblicitari, agendo come un bonus per chi decide di tradire la concorrenza o, più semplicemente, di diversificare i propri post o reel.
Per Facebook si tratta di un tentativo di colmare un ritardo storico. Pur avendo oltre 3 miliardi di utenti, la piattaforma ha faticato negli anni ad affermarsi come destinazione primaria per i creator, che hanno privilegiato soprattutto TikTok e YouTube.
Quello di Facebook, solo qualche anno fa, sembrava un dominio impossibile da scalfire: in poco tempo, sembra essere tutto cambiato.
Forse non ci rendiamo conto quanto vada veloce il mondo della tecnologia: ciclicamente nascono nuove piattaforme che spostano milioni di utenti.
E noi a correre da una parte e dall’altra alla ricerca di nuovi contenuti.
All’inizio, fu MSN. Poi arrivò Spaces. Quelli un po’ più smanettoni avevano un blog su Splinder. Dopo qualche anno, chi era bravo bravo aprì un proprio spazio su WordPress. Mentre succedeva tutto questo, arrivarono i social: prima Facebook, poi a ruota Instagram, Twitter (ora X), Threads, TikTok. Ora pare vada per la maggiore Substack.
Tutti questi luoghi virtuali hanno sempre avuto un minimo comune denominatore: erano (e sono) tutti in affitto.
Utilizzare il proprio dominio per organizzare e strutturare i propri pensieri non è sicuramente una scelta facile. Richiede tempo, risorse e pazienza. Difficilmente qui si diventa virali ed è sicuramente più complesso essere visibili.
Per questo, continuare a essere presenti in rete con un blog nel 2026 è anacronistico.
C’è però il rovescio della medaglia: si è più liberi. Qui non sono in affitto, questa è casa mia.