Max, Mischa e l’Offensiva del Tet è un romanzo che richiede tempo (anche perché lungo oltre 1200 pagine), attenzione e una certa disponibilità a lasciarsi portare altrove. Johan Harstad non punta alla trama serrata o al colpo di scena: costruisce invece un grande spazio narrativo, fatto di città, opere d’arte, canzoni, amicizie e ricordi che continuano a riemergere.
Max Hansen, artista norvegese trapiantato negli Stati Uniti, è il centro di questa storia-mondo. Attorno a lui si muovono Mischa e Owen, ma anche una costellazione di figure, incontri e assenze che finiscono per comporre il ritratto di una generazione. Le relazioni sono imperfette, spesso dolorose, ma raccontate con una sincerità che evita ogni sentimentalismo facile.
L’Offensiva del Tet, richiamata nel titolo, non è un semplice sfondo storico. La guerra del Vietnam si insinua nella vita dei personaggi attraverso la memoria, il trauma e le conseguenze che il passato lascia nel presente. Harstad riesce a tenere insieme la dimensione privata e quella collettiva, senza mai trasformare la Storia in decorazione.
È un romanzo vasto, a tratti digressivo, ma proprio qui sta la sua forza. Le deviazioni, i dettagli e le lunghe parentesi non rallentano soltanto il racconto: gli danno respiro, spessore e una particolare intensità emotiva. Si ha la sensazione di accompagnare questi personaggi per anni, di vederli cambiare, perdersi e ritrovarsi.
Max, Mischa e l’Offensiva del Tet è una lettura per chi ama i libri-mondo, quelli capaci di creare un legame duraturo con il lettore. Ambizioso, malinconico e pieno di vita, è un romanzo che resta addosso ben oltre l’ultima pagina.
Per anni Faraj è stato raccontato come uno scafista, condannato a trent’anni per la tragedia del Ferragosto 2015, in cui morirono decine di migranti soffocati nella stiva di un barcone. Lui, però, ha sempre sostenuto di essere soltanto un passeggero: un ragazzo libico partito per sfuggire alla guerra e inseguire un futuro diverso.
La Corte d’appello di Messina ha ordinato la revisione del processo, una possibilità estrema e straordinaria prevista dal codice di procedura penale italiano per correggere un errore giudiziario. La Corte ha anche accolto l’istanza della difesa di sospensione dell’esecuzione della pena, concedendo quindi la liberazione di Faraj.
Perché casi come questo ricordano una cosa semplice e difficile insieme: uno Stato di diritto si misura soprattutto quando è disposto a rimettere in discussione le proprie certezze.
I libri sono oggetti fragili: si piegano, si macchiano, si rovinano, ingialliscono. Basta poco: una caduta, l’umidità, il tempo. Eppure continuano a sopravvivere a chi li legge.
C’è qualcosa di paradossale in questa fragilità: dentro un oggetto così vulnerabile possono restare idee potentissime, emozioni, vite intere. Un libro può attraversare decenni passando di mano in mano, conservando sottolineature, appunti, pieghe agli angoli. Segni minuscoli che raccontano non solo il testo, ma anche chi lo ha abitato.
Sto leggendo questo romanzo che è stato qualche anno fa un grande successo editoriale. Sono a pagina 80 e non ho idea se mi piacerà oppure no. Ne scrivo perché una delle ragioni per cui l’ho comprato è che è un libro di Sellerio di oltre mille pagine. Mi piacciono i libri di Sellerio, mi sono sempre piaciuti in generale e mi piacciono ancora di più quando sono spessi. In particolare mi piacciono perché la copertina blu, la bellissima esile copertina blu in cartoncino dei libri grossi di Sellerio, mentre li leggi, un po’ alla volta, si rovina. Si rovina comunque, anche se tu sei cauto e i libri che leggi sei abituato a trattarli bene. Sembrano fatti apposta per rovinarsi i libri di Sellerio, per mostrarti il tempo che hai dedicato a leggerli. Spesso ho pensato (probabilmente sbagliandomi di molto) che una simile fragilità sia intenzionale, che quei bordi che si increspano e che da blu, un po’ alla volta, diventano bianchi, siano una scelta. In ogni caso quel libro cambierà sotto le tue mani, ogni volta che lo sfogli e tutte le volte che lo appoggi, e così facendo diventerà parte di te. Che è poi quello che i buoni libri fanno di solito ma in una maniera di solito differente.
I libri non danno mai l’impressione di essere invincibili: chiedono attenzione, cura, presenza. E in un mondo sempre più immateriale, continuano a ricordarci che la cultura ha anche un corpo: carta, copertina, pagine che si consumano.
La loro forza, in fondo, sta proprio lì: nell’essere fragili e resistenti allo stesso tempo.
Perché ero ragazzo di Alaa Faraj è un libro che colpisce per la sua capacità di tenere insieme memoria personale e storia collettiva senza mai risultare retorico: è un racconto che nasce da un’esperienza concreta (il viaggio di un ventenne dalla Libia all’Italia), ma riesce ad allargarsi fino a diventare universale.
La forza del testo sta nella sua voce: limpida, essenziale, capace di dire molto anche quando sembra trattenersi. Non c’è bisogno di forzare l’emozione, perché arriva da sola, pagina dopo pagina. Faraj costruisce un percorso che è insieme formazione, perdita e consapevolezza, restituendo al lettore il senso di un tempo che cambia e di un’identità che si costruisce dentro quel cambiamento.
C’è anche un equilibrio raro tra durezza e delicatezza: i momenti più difficili non vengono mai spettacolarizzati, ma raccontati con una misura che li rende ancora più incisivi. È proprio questa sobrietà a rendere il libro così potente.
Perché ero ragazzo (edito da Sellerio) è una lettura che non lascia indifferenti. Non solo per ciò che racconta, ma per come lo fa: con una voce autentica, capace di trasformare un’esperienza individuale in qualcosa che parla a tutti.
Nell’agosto del 2015 la Libia è un paese devastato dalla guerra civile, l’Italia dista 500 chilometri, circa un’ora di volo, Alaa ha appena 20 anni. È uno studente di ingegneria, una promessa del calcio libico, alle spalle una famiglia pronta a sostenerlo nel suo sogno: raggiungere l’Italia, un nuovo inizio, la speranza concreta di un futuro felice. Ottenere un visto, però, è impossibile, i canali umanitari non esistono, l’unica strada è salire a bordo di un barcone con due amici, anche loro calciatori. Durante quella maledetta traversata 49 persone muoiono soffocate dentro la stiva. I giornali parlano di «strage di ferragosto». Accusato di essere uno degli scafisti, Alaa afferma da anni la sua innocenza. Ha accettato il ruolo del detenuto, non accetterà mai quello del criminale. Ha scritto questo libro in prigione, in un italiano appreso dentro le celle, in una lingua naturalmente delicata, ironica, piena di stupore. Lo ha scritto lettera dopo lettera, inviandole ad Alessandra Sciurba, conosciuta in carcere durante un laboratorio, da anni la voce e il volto della battaglia di Alaa per la verità. “Perché ero ragazzo” è il racconto di un viaggio fatto di speranze e pericoli, l’indecenza delle morti per mare, l’arresto, la condanna, i primi 10 anni di carcere. Alaa Faraj ripercorre la sua storia con uno sguardo sbigottito e una paradossale fiducia nello Stato: le indagini forse frettolose, sulla base di poche testimonianze di persone sotto shock, la vita dietro le sbarre, la voglia di studiare, la felicità di certi incontri, la necessità di resistere, la paura e la frustrazione sempre in agguato. La sua battaglia per la libertà è diventata la battaglia di scrittori e artisti, attivisti come don Ciotti, giornalisti d’inchiesta, programmi Rai, Le Iene, quotidiani nazionali, un’attenzione che non accenna a scemare. Sono più di 3.000 le persone arrestate negli ultimi dieci anni in Italia come «scafisti» – nella sentenza dei giudici «l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane» – ma è noto che i trafficanti, quelli veri, rimangono a casa senza rischiare, spesso agendo in continuità con le autorità del loro paese, e non solo.