Su Eni e la verde scontata

La pantomima in corso di ENI e compagnia sul prezzo dei carburanti mi ricorda quella volta che, controllando (visto che sono un coglione) per la prima volta i costi delle assicurazioni auto, chiamai il mio assicuratore facendogli presente che in giro c’erano polizze con la mia medesima copertura che costavano la metà di quanto pagavo con lui. Lui serafico mi rispose: non c’è problema, ti faccio anch’io lo stesso prezzo.

Massimo Mantellini su Substack

La fragilità dei libri

I libri sono oggetti fragili: si piegano, si macchiano, si rovinano, ingialliscono. Basta poco: una caduta, l’umidità, il tempo. Eppure continuano a sopravvivere a chi li legge.

C’è qualcosa di paradossale in questa fragilità: dentro un oggetto così vulnerabile possono restare idee potentissime, emozioni, vite intere. Un libro può attraversare decenni passando di mano in mano, conservando sottolineature, appunti, pieghe agli angoli. Segni minuscoli che raccontano non solo il testo, ma anche chi lo ha abitato.

Poi, ci sono volumi che si rovinano con più facilità rispetto ad altri, come scrive Massimo Mantellini sul suo blog

Sto leggendo questo romanzo che è stato qualche anno fa un grande successo editoriale. Sono a pagina 80 e non ho idea se mi piacerà oppure no. Ne scrivo perché una delle ragioni per cui l’ho comprato è che è un libro di Sellerio di oltre mille pagine. Mi piacciono i libri di Sellerio, mi sono sempre piaciuti in generale e mi piacciono ancora di più quando sono spessi. In particolare mi piacciono perché la copertina blu, la bellissima esile copertina blu in cartoncino dei libri grossi di Sellerio, mentre li leggi, un po’ alla volta, si rovina. Si rovina comunque, anche se tu sei cauto e i libri che leggi sei abituato a trattarli bene. Sembrano fatti apposta per rovinarsi i libri di Sellerio, per mostrarti il tempo che hai dedicato a leggerli. Spesso ho pensato (probabilmente sbagliandomi di molto) che una simile fragilità sia intenzionale, che quei bordi che si increspano e che da blu, un po’ alla volta, diventano bianchi, siano una scelta. In ogni caso quel libro cambierà sotto le tue mani, ogni volta che lo sfogli e tutte le volte che lo appoggi, e così facendo diventerà parte di te. Che è poi quello che i buoni libri fanno di solito ma in una maniera di solito differente.

I libri non danno mai l’impressione di essere invincibili: chiedono attenzione, cura, presenza. E in un mondo sempre più immateriale, continuano a ricordarci che la cultura ha anche un corpo: carta, copertina, pagine che si consumano.

La loro forza, in fondo, sta proprio lì: nell’essere fragili e resistenti allo stesso tempo.

Ranucci VS Nordio

La diatriba tra Sigfrido Ranucci e Carlo Nordio è l’ennesimo episodio di un confronto che in Italia torna ciclicamente: quello tra informazione e potere.

Da una parte c’è il lavoro giornalistico, con la sua vocazione a indagare, mettere in discussione, portare alla luce ciò che resta opaco. Dall’altra c’è l’istituzione, che rivendica limiti, responsabilità e, spesso, il rischio di semplificazioni o forzature nel racconto mediatico.

Il punto interessante, più che lo scontro in sé, è il terreno su cui avviene: non è solo una questione personale o politica, ma culturale. Riguarda il ruolo dell’informazione oggi: quanto può spingersi, come deve farlo, e quale rapporto deve mantenere con chi esercita il potere.

Il rischio, come spesso accade, è che il dibattito si polarizzi. Da un lato chi difende a priori il giornalismo, dall’altro chi lo accusa di spettacolarizzazione. In mezzo, però, resta una domanda più complessa: come si costruisce un’informazione credibile, capace di essere critica senza perdere rigore?

Di tutto quello che ho letto in questi giorni, il punto di vista che più mi rispecchia è quello di Massimo Mantellini, che sul suo Substack ha scritto

A me quello di Sigfrido Ranucci non pare un errore ma un metodo di lavoro. Spari una cazzata che faccia molta eco e poi provi a costruirci intorno un po’ di prove. Se non ci riesci chiedi vagamente scusa. Il contrario del giornalismo.

Riflettendoci un po’ su, in questi ultimi anni il modo di fare giornalismo di Report spesso viene preso (soprattutto da una parte ben definita di elettorato) come esempio di ottimo servizio pubblico: si basa su inchieste approfondite e su una forte vocazione a portare alla luce ciò che resta nascosto. Punta su documenti, testimonianze e ricostruzioni dettagliate, ma viene spesso criticato per il tono assertivo e per il rischio di semplificare temi complessi. Più che giornalismo, clamore mediatico.

Non sempre mi sono trovato d’accordo con alcune inchieste e spesso non ne ho condiviso i metodi.

Un po’ come avviene per Le iene, la sensazione è che si cerchi prima il caso e successivamente le prove per dare forza all’interrogativo.

Come scrive Mantellini, esattamente il contrario del giornalismo.