Badate bene: non sono tra quelli che pensano che “non si può più dire niente”, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato “politicamente corretto”. Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?
Capita spesso, quando sta per uscire un nuovo libro, di imbattersi nelle prime recensioni sui giornali o sui siti di informazione.
Durante la mia rassegna stampa di questa mattina ho notato che sia la Repubblica sia il Foglio scrivevano di Regime Change, il libro scritto da due giornalisti del New York Times (Maggie Haberman e Jonathan Swan) che raccoglie una quantità di episodi utili a capire meglio cosa passa per la testa di Trump, anche nei rapporti con gli alleati.
Fin qui nulla di strano.
C’è però un dettaglio curioso. Nell’articolo de il Foglio il libro viene presentato come una pubblicazione di prossima uscita.
Chi ha ragione, dunque? Marco Bardazzi, che specifica chiaramente come finora siano state pubblicate soltanto alcune anticipazioni del volume, oppure Massimo Basile, che ne parla come di un libro già uscito?
Nell’epoca dell’apparire, una cosa del genere non so se mi fa più sorridere o mette tristezza.
Quando imposti i rapporti internazionali così, questo è il minimo che può capitarti.
Scambiare i complimenti per lealtà e l’affinità politica per una garanzia di affidabilità è un errore che in politica internazionale si paga caro: Giorgia Meloni sembra aver creduto che il rapporto personale con un leader dall’ego ingombrante fosse un punto di forza. In realtà, quando si entra nel suo gioco, si finisce inevitabilmente per recitare una parte nel suo spettacolo.
E a pagare il prezzo di questa illusione è l’intero Paese.
Mi chiedo: al di là di ogni considerazione, tra chi condanna il suo modo di pensare e chi invece rivendica la libertà di espressione, quanti conoscono davvero il significato e la storia del sionismo?
Il sionismo è un movimento politico e nazionale nato alla fine del XIX secolo con l’obiettivo di garantire al popolo ebraico una patria nella terra storicamente associata alle sue origini. La sua formulazione moderna è legata soprattutto a Theodor Herzl, che riteneva necessario creare uno Stato ebraico come risposta alle persecuzioni e all’antisemitismo diffusi in Europa.
Nel corso del tempo il sionismo ha assunto forme e interpretazioni diverse, comprendendo correnti laiche, religiose, socialiste e nazionaliste, spesso anche molto distanti tra loro. Ciò che le accomunava era l’idea che gli ebrei, come altri popoli, avessero diritto all’autodeterminazione nazionale.
Il movimento ebbe un ruolo decisivo nel processo che portò alla nascita dello Stato di Israele nel 1948. Per molti ebrei il sionismo rappresenta ancora oggi il legittimo diritto all’esistenza e alla sicurezza di uno Stato ebraico. Per molti palestinesi e per altri critici, invece, esso è strettamente legato alle conseguenze che la creazione di Israele ebbe sulla popolazione araba palestinese, inclusi gli sfollamenti e le perdite territoriali avvenute durante quel periodo.
Per questo motivo il termine “sionismo” è spesso oggetto di interpretazioni e controversie. A seconda del contesto, può indicare il sostegno all’esistenza di Israele come Stato ebraico, una particolare visione politica oppure un insieme di idee molto più ampio e complesso.
Non ho idea di cosa spinga Crespi a scrivere del film con tanto entusiasmo, ma segno, annoto e con curiosità aspetterò il 2027: pronto a dare ulteriore risalto nel caso in cui la regista italiana dovesse prendere qualche premio.
Avendo superato relativamente da poco i quaranta, mi sento spesso molto coinvolto da tutto quello che scrive Zerocalcare: non credo sia facile gestire con equilibrio autobiografia e racconto collettivo. Le sue storie partono sempre da esperienze personali (ansie, senso di inadeguatezza, memoria) ma riescono a trasformarsi in qualcosa di condiviso, riconoscibile da molti, soprattutto per quella della mia (nostra) generazione.
C’è poi un forte rapporto con la memoria: non come nostalgia, ma come strumento per capire il presente. Le sue storie tornano spesso indietro nel tempo per spiegare ciò che accade oggi, costruendo un legame tra esperienza individuale e contesto storico.
In fondo, la forza della sua poetica sta proprio qui: nel riuscire a essere personale senza chiudersi in sé stesso, e politico senza diventare astratto.
Ci siamo convinti di non essere invecchiati. Nel senso che abbiamo passato il tempo a pia’ per culo quelli più vecchi di noi, i boomer, la Generazione X, e ci siamo trovati adesso con dei ragazzini che giustamente sono adulti pur avendo vent anni meno di noi, e che ci considerano dei vecchi, mentre noi non abbiamo ancora percepito che, effettivamente, per loro siamo dei vecchi.
Penso abbia centrato il punto ancora una volta: forse, più semplicemente, non ci siamo resi conto del tempo che passava.
C’è stato un tempo in cui le notizie avevano un ritmo umano: arrivavano una volta al giorno, stampate su carta, con il peso delle scelte editoriali e il tempo necessario per essere verificate. Oggi, invece, l’informazione corre senza sosta: aggiornata di continuo, frammentata, spesso consumata in pochi secondi.
I giornali cartacei sembrano lenti, quasi fuori tempo. Ma forse è proprio questa la loro forza. In un flusso continuo di notizie, la carta impone una pausa: seleziona, ordina, gerarchizza. Non rincorre tutto, prova a dare un senso.
Ed è qui che può ridefinire il proprio ruolo: meno cronaca (ormai dominata dal tempo reale) e più approfondimento. Studio, contesto, spiegazioni. Non arrivare per primi, ma arrivare meglio.
La velocità ha un vantaggio evidente: ci tiene sempre aggiornati, ma ha anche un costo. Più si accelera, più aumenta il rischio di superficialità, di errori, di informazioni che si inseguono senza mai sedimentarsi.
Il giornale di carta non può competere sul tempo: ma può ancora competere sullo sguardo e sull’approfondimento.
In un’epoca in cui tutto scorre forse è proprio ciò di cui abbiamo più bisogno, purché accettiamo che il cartaceo non può più dettare i tempi dell’informazione ma quelli dell’analisi e della ricerca.
Rimango spesso affascinato dai titoli dei giornali (on line e cartacei): cercare di condensare in poche parole il senso di un articolo, un saggio o un’intervista è un’arte. Certo, poi ci sono anche quei titoli che mi fanno sorridere: quelli, ad esempio che mettono insieme concetti totalmente slegati l’uno dall’altro, per catturare il click dell’utente. Che poi, nel caso sotto, l’intervista è pure interessante, ma come fai a mettere insieme in dodici parole il ricordo di un’amica, il lavoro e un’intenzione di voto?