Francesco Guccini

Ma se Guccini piaceva così tanto e a molti, com’è che abbiamo la Meloni Presidente del Consiglio e La Russa Presidente del Senato?

Preferenze

Qualche anno fa la sinistra sosteneva con decisione il ritorno al voto di preferenza. La prima legge elettorale che introdusse le liste bloccate venne ribattezzata “Porcellum”, anche perché era stata varata dal centrodestra. All’epoca si affermava che Berlusconi volesse portare in Parlamento soltanto persone a lui vicine e che, con le liste bloccate, venissero eletti amici e fedelissimi dei leader politici, candidati che con il sistema delle preferenze difficilmente avrebbero ottenuto il consenso degli elettori. Si sosteneva inoltre che solo le preferenze potessero garantire un autentico legame tra gli eletti e il territorio, criticando la pratica di candidare persone in collegi considerati sicuri, dove risultavano elette grazie alle liste bloccate.

Oggi, però, poiché la proposta di reintrodurre le preferenze arriva da Giorgia Meloni, quella stessa soluzione viene respinta e giudicata negativamente.

Da questo punto di vista, il cambio di posizione appare evidente e, comunque la si interpreti, la giornata di oggi rappresenta un passo indietro per la democrazia.

Una foto

Nell’epoca dell’apparire, una cosa del genere non so se mi fa più sorridere o mette tristezza.

Quando imposti i rapporti internazionali così, questo è il minimo che può capitarti.

Scambiare i complimenti per lealtà e l’affinità politica per una garanzia di affidabilità è un errore che in politica internazionale si paga caro: Giorgia Meloni sembra aver creduto che il rapporto personale con un leader dall’ego ingombrante fosse un punto di forza. In realtà, quando si entra nel suo gioco, si finisce inevitabilmente per recitare una parte nel suo spettacolo.

E a pagare il prezzo di questa illusione è l’intero Paese.

Il rapporto tra Meloni e Trump

Il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump per mesi è stato un esercizio di equilibrio evidente: da un lato Meloni si è accreditata come leader affidabile in Europa e nella NATO, dall’altro ha mantenuto un canale aperto con il trumpismo.

Una scelta pragmatica, che alla lunga si è trasformata in ambiguità: il punto non è dialogare con Trump (cosa legittima e in alcuni casi necessaria) ma farlo senza incrinare la propria credibilità internazionale. E qui la linea si fa sottile.

In Europa, ogni apertura verso Trump genera diffidenza: negli Stati Uniti, invece, la Meloni appare più attendista che autorevole. Tenere insieme due mondi così distanti è possibile solo fino a un certo punto.

In questo contesto, le recenti parole di Trump non mi sorprendono, mi sorprende molto più la reazione della Meloni.

L’impressione è che tra Meloni e Trump ci sia sintonia politica, ma più simbolica che utile e reale.

Quale Futuro (Nazionale) per il Governo?

Venerdì sera pare che la Meloni abbia chiesto a Tajani e Salvini di aspettare i primi sondaggi post referendum per capire verso quale direzione tira il vento.

Sebbene un calo di Fratelli d’Italia fosse da considerarsi fisiologico, non credo che alla Premier faccia piacere vedere la simulazione Ipsos Doxa delle intenzioni di voto apparsa oggi sul Corriere.

Se Vannacci dovesse arrivare veramente al 3% con il suo Futuro Nazionale diventerebbe l’ago della bilancia per potere avere la maggioranza in Parlamento in un’ipotetica nuova legislatura.

Rischiare e andare al voto? Forse ci penserei un attimino…

Al voto, al voto!

Sinceramente sono rimasto stupito nel leggere sul Foglio di oggi (quotidiano che sicuramente non rema a favore del centrosinistra) l’invito del direttore Claudio Cerasa al Governo Meloni di andare verso elezioni anticipate

Arrivati a questo punto della storia, forse, è inutile prendersi in giro: prendere tempo significa solo perdere tempo. E piuttosto che cercare un modo complicato, spericolato e precario per rimettere insieme i cocci di un vaso che si è rotto, ed essendo difficile crearne uno nuovo di zecca, tanto vale guardare in faccia la realtà, rendersi conto che i Delmastro, le Santanchè, le Bartolozzi sono la punta dell’iceberg di un problema più grande, capire che il risultato del referendum è la spia di un terreno che si sta sgretolando, prendere atto che il voto del 22 e 23 marzo è stato un voto di sfiducia anche nei confronti del governo ed evitare dunque di trasformare i mesi che ci separano dalle elezioni, sulla carta si voterà a settembre 2027, in una lenta agonia, non solo per il governo ma anche per l’Italia.

Il costo del carburante in Italia

Da oggi 19 marzo e fino al 7 aprile verrà tagliato il costo dei carburanti alla pompa di circa 25 centesimi. La misura principale del provvedimento è la riduzione delle accise, una delle componenti che formano il prezzo dal benzinaio. Di conseguenza diminuisce anche l’Iva, che si calcola sull’intero prezzo al distributore, comprensivo quindi delle stesse accise.

Ma al netto di tutto questo, qual è il costo del carburante in Italia?

– 0,993 €/litro, il gasolio
– 0,818 €/litro, la benzina
– 0,439 €/litro, il GPL

Il resto sono tutte imposte.

Fonte: Ministero dell'Ambiente
Fonte: Ministero dell’Ambiente

Ne consegue che fanno molto gettito e reggono buona parte delle spese del paese. Spese che i vari Ministeri sono costretti a tagliare:

Fonte: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2026/03/18/64/sg/pdf

Quando sentiamo ciclicamente proposte sull’eliminazione o comunque sul taglio delle accise, pensiamo veramente che qualche governo vi possa rinunciare a cuor leggero?

Su Fedez, Meloni e la comunicazione a sinistra

Sommessamente mi permetto di fare due conti: Giorgia Meloni va da Fedez a PulpPodcast (310.000 iscritti al canale YouTube e oltre un milione di visualizzazioni per le puntate più popolari). Fedez ha oltre tredici milioni di follower solo su Instagram che a naso non coincidono con quelli di un qualsiasi leader politico italiano. Elly Schlein e Giuseppe Conte, invitati, declinano l’invito. 

Sembra proprio che l’opposizione non riesca più a stare al passo coi tempi. Il mondo è cambiato, la comunicazione anche: chi continua a fare la morale nei salottini televisivi è rimasto indietro ai primi governi Berlusconi. Oggi più che mai la politica deve parlare dove ci sono le persone, cosa che faceva benissimo la sinistra mezzo secolo fa.

Poi cosa è successo?

Mai dire mai

Leggo con stupore della decisione della proprietà de Il fatto quotidiano di aderire al decreto del governo Meloni che nel dicembre scorso, prevedeva un contributo straordinario all’editoria per la stampa dei giornali cartacei nella misura di dieci centesimi per ogni copia venduta.

Non credo sia eticamente sbagliato (i fondi esistono proprio per far fronte a periodi difficili come questo e quindi – anche – per scongiurare licenziamenti), ma sicuramente risulta stridere con quanto scritto fino ad ora, più volte, all’interno delle proprie pagine (il contributo si riferisce alla diffusione nel 2023, e corrisponde a 721mila euro netti).

Il Fatto Quotidiano non ha mai ricevuto, né sta ricevendo, né riceverà un euro di finanziamento pubblico. 

Il dogma sventolato continuamente dalla propria direzione è venuto meno.