Apple affida Siri a Google

Al WWDC, Apple ha confermato che la componente cloud di Siri si basa ora su una versione personalizzata di Google Gemini, un modello da 1,2 trilioni di parametri che, secondo le indiscrezioni, costerebbe circa un miliardo di dollari all’anno in licenze.

È una scelta che fa discutere, soprattutto perché Apple ha sempre costruito la propria immagine sull’idea di controllare internamente hardware, software e servizi, oltre che sulla tutela della privacy: eppure oggi una parte fondamentale della sua strategia sull’intelligenza artificiale dipende da Google, che è anche uno dei suoi principali concorrenti.

La cosa interessante è che molte delle funzionalità più avanzate di Siri mostrate al WWDC 2024 (come la capacità di comprendere il contesto personale dell’utente, interpretare ciò che appare sullo schermo e svolgere azioni tra diverse app) non sono mai arrivate sul mercato nei tempi annunciati: dopo mesi di rinvii e persino il ritiro di alcune campagne pubblicitarie, Apple sembra aver scelto di affidarsi all’infrastruttura di Google per portare avanti questi progetti.

Il tutto arriva dopo un accordo da 250 milioni di dollari (!) raggiunto a maggio in relazione alla promozione di funzionalità di Siri che non erano ancora disponibili, e durante quello che potrebbe essere ricordato come l’ultimo keynote di Tim Cook prima delle dimissioni previste per il primo settembre.

In altre parole, Apple non ha realmente chiuso il gap nell’intelligenza artificiale con una tecnologia sviluppata interamente in casa: per il momento, ha deciso di colmarlo appoggiandosi a Google.

Magnifica humanitas

Magnifica humanitas è il titolo della prima enciclica di Leone XIV. L’annuncio è arrivato oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede, che ha precisato anche il contenuto del documento: un testo dedicato alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale.

La pubblicazione è prevista per il 25 maggio, mentre la firma del Pontefice risale al 15 maggio, data che coincide con il 135° anniversario della promulgazione della Rerum novarum di Leone XIII, richiamo simbolico che lega idealmente le due encicliche.

Un’enciclica papale non è soltanto un documento rivolto ai cattolici: è, prima di tutto, un gesto culturale e morale che si inserisce nel dibattito pubblico globale.

Quando un pontefice scrive un’enciclica, non parla solo alla propria comunità religiosa, ma tenta di offrire una chiave di lettura del presente. Temi come la giustizia sociale, la pace, l’ambiente, il lavoro o la dignità umana vengono affrontati con uno sguardo che non è politico in senso stretto, ma nemmeno neutrale: è uno sguardo che prova a tenere insieme etica, storia e responsabilità collettiva.

Il valore di un’enciclica sta anche nella sua capacità di rallentare il ritmo del discorso pubblico. In un’epoca dominata da opinioni rapide e reazioni istantanee, questi testi chiedono tempo: tempo per leggere, per comprendere, per discutere. Non offrono slogan, ma argomentazioni; non cercano consenso immediato, ma riflessione.

Un altro elemento importante è la sua dimensione universale: pur nascendo all’interno della tradizione della Chiesa cattolica, l’enciclica spesso si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà. È un invito a uscire dai confini identitari e a ragionare su problemi condivisi. In questo senso, ha spesso avuto un impatto che va oltre il mondo religioso, entrando nel dibattito politico, economico e culturale.

L’enciclica è anche un atto di memoria e di visione. Legge il presente alla luce di valori antichi, ma prova a immaginare il futuro: non pretende di avere risposte definitive, ma apre domande che restano aperte nel tempo.

Nel caso specifico, Magnifica humanitas è ancora più importante: è la prima enciclica di Leone XIV. All’interno di un pontificato, è una bussola: definisce lo sguardo sul mondo e le priorità del pontificato. Non è solo un testo, ma un indirizzo morale e culturale che segna l’inizio di un cammino e invita tutti al dialogo e alla riflessione.

Veltroni intervista l’AI

Ho letto con curiosità l’intervista di Walter Veltroni a Claude, una delle più avanzate applicazioni di intelligenza artificiale.

Non è il primo a legare il mondo del giornalismo con quello delle nuove tecnologie (in Italia, Il Foglio fa uscire settimanalmente un inserto con articoli scritti esclusivamente dall’AI): a questo giro però l’esperimento non mi sembra particolarmente riuscito.

C’è una cerchia di intellettuali (spesso di sinistra) che sembra parlare soprattutto a se stessa: produce contenuti che si credono brillanti, spesso scollegati dalla realtà, e li offre a un pubblico sempre più ristretto e autoreferenziale. Il problema non è l’ironia o la sperimentazione, ma la distanza: il rischio è restare chiusi in una bolla che scambia l’autocompiacimento per analisi.

L’AI e la rivoluzione già in corso

C’è un post di Roberto Laghi sul sito di Wu Ming che secondo me vale davvero la pena leggere, soprattutto per tutte le riflessioni che si stanno facendo di questi tempi sull’intelligenza artificiale (e anche su questo blog).

Dentro ci trovi un po’ di tutto: da come oggi la scrittura rischia di diventare sempre più automatica, fino alla rabbia (sempre più diffusa) verso le AI e quello che stanno cambiando, concretamente, nel nostro modo di vivere e lavorare.

Quale sarà l’effetto su noi esseri umani? Difficile dirlo, oggi, anche se alcuni studi – che però non hanno ancora passato la peer review – sembrano dirci che usare costantemente modelli linguistici per la scrittura riduce le nostre funzionalità cognitive. Certo è, […] che ci servono nuovi strumenti concettuali e interpretativi per cogliere appieno la portata dei cambiamenti in atto.

È uno di quei testi che non si limita a dire le AI sono buone o cattive, ma prova a guardare le cose più da vicino, senza semplificazioni: proprio per questo lascia parecchi spunti interessanti su cui fermarsi a pensare.

(poi, per chi volesse ulteriormente approfondire, consiglio anche di leggere Scritture digitali. Dai social media all’IA e all’editing genetico dello stesso autore)

AI come ansia

AI come ansia di Sonia Montegiove è un libro lucido e sorprendentemente accessibile: in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale è ovunque (spesso raccontata con toni apocalittici o, al contrario, ingenuamente entusiasti) l’autrice riesce a riportare il discorso su un piano umano, concreto.

Montegiove non nega le preoccupazioni, anzi le affronta di petto: il lavoro che cambia, la privacy che si assottiglia, il senso di inadeguatezza davanti a tecnologie sempre più veloci. Ma lo fa senza cedere al panico, accompagnando il lettore in una riflessione critica e consapevole. Il merito più grande del libro è proprio questo: trasformare l’ansia in comprensione.

Lo stile è chiaro, diretto, mai accademico, capace di parlare sia a chi mastica tecnologia sia a chi ne è intimorito: gli esempi concreti aiutano a orientarsi, mentre le domande che il libro solleva restano addosso anche dopo l’ultima pagina.

AI come ansia non è solo un saggio sull’intelligenza artificiale, ma uno strumento per leggere il presente senza farsi travolgere: un invito a rallentare, capire e soprattutto non avere paura di porsi le domande giuste.

Tutto corretto dall’AI, niente pensato

C’è una scorciatoia sempre più usata nell’informazione: far scrivere articoli all’intelligenza artificiale: veloce, economica, instancabile. Ma a che prezzo?

Un testo generato può essere corretto, scorrevole, persino convincente. Eppure manca qualcosa: uno sguardo. Il giornalismo non è solo mettere insieme informazioni, è scegliere cosa raccontare e come farlo. È responsabilità, esperienza, sensibilità.

Il rischio è un’informazione sempre più uniforme, fatta di articoli che si somigliano, senza voce e senza attrito. Se tutti usano gli stessi strumenti, il risultato è un racconto piatto, prevedibile, facilmente sostituibile.

C’è poi un nodo cruciale: chi risponde di ciò che viene scritto? Quando la firma è umana, la responsabilità è chiara. Quando scrive una macchina, lo è molto meno.

Esiste però una via intermedia: usare l’AI come supporto e non come sostituto. Un testo può essere generato e poi rivisto, corretto, arricchito da una persona. È lì che torna il valore umano: nella scelta delle parole, nel taglio, nelle sfumature (certo, bisogna stare un po’ attenti per evitare quello che è successo la scorsa settimana nell’edizione cartacea de La Sicilia)

Non è una guerra alla tecnologia. Ma se automatizziamo la scrittura, rischiamo di automatizzare anche il pensiero. E a quel punto, più che informare, ci limiteremo a riempire spazi.

Perché l’AI racconta il calcio?

Complici la mia voglia di leggerezza e il non volere innervosirmi per una partita di pallone, ieri sera in TV non ho visto Italia – Irlanda del Nord.

Intorno alle 22:00 però ho preso lo smartphone per sbirciare il risultato: bene, stavano 1-0. Sull’applicazione che utilizzo per restare aggiornato sulle partite di calcio, immediatamente sotto il tabellino ho visto una voce alla quale però non avevo fatto mai caso, Riepilogo AI, dove cliccando è apparso questo

L’Italia conduce 1-0 e sembra controllare il match nelle fasi finali. Tonali ha segnato il primo goal con un tiro potente, e continua ad essere ovunque; da allora, Kean ha impegnato un gol difficile con una A saved, e Esposito è entrato per allungare il vantaggio. Negli ultimi 15 minuti, l’Italia ha prevalso nel possesso, al 65%, con più angoli (3-1) e tiri in porta (1-1), ma nessuna delle due squadre ha creato grandi occasioni (×G 0.00). Durante tutto il match, la superiorità degli azzurri emerge: possesso 63-37%, tiri in porta 6-0, angoli 9-2. La squadra favorita pre-match sta rispettando il copione, ma c’è ancora tempo per la «Northern Ireland» di fare una domanda.

Ora, un paio di riflessioni: davvero vogliamo demandare all’AI il racconto calcistico (peraltro con errori evidenti)? Secondo poi, è possibile mai preferire una puntata di Pechino Express a una partita (importante) della Nazionale?

Giornalismo e IA

Tra le mille storie laterali riguardanti l’intelligenza artificiale e il modo di fare giornalismo, ce n’è una che penso valga la pena essere raccontata.

Nei giorni scorsi si è parlato e scritto tanto di un giornalista romano arrestato per pedofilia: in tutte le redazioni è partita la caccia per sapere nome e cognome, fino a quando qualcuno ha pensato bene di chiedere alle varie piattaforme di intelligenza artificiale. È così arrivato il nome e cognome del presunto colpevole. Ma sbagliato. Con una doppia violazione, perché oltre a non segnalare che erano necessarie particolari accortezze per tutelare con l’anonimato i minori, l’Intelligenza artificiale ha anche diffuso notizie false e lesive della reputazione delle persone chiamate ingiustamente in causa. 

Gemini, intelligenza artificiale di Google, ha indicato il nome di una persona deceduta. 

ChatGpt ha fornito il nome di un giornalista vivente, con le stesse iniziali dell’arrestato ma di età diversa. 

Il più corretto è stato Grok che si è rifiutato di dare informazioni sottolineando che i minori vengono prima di qualsiasi curiosità o scoop. 

Solo dopo alcune ore Gemini e ChatGpt hanno corretto le loro risposte e smesso di dare informazioni, limitandosi a fornire link sull’arresto.

Il problema dell’accuratezza delle fonti riguarda da anni il nostro sistema giornalistico: è questo il nuovo modello di fare informazione?