Vedo gente che non ha mai visto neppure la pubblicità su Rai Scuola, chiedere a gran voce che il progetto non venga chiuso.
Al netto della giusta e condivisibile battaglia, mi fa molto ridere il rapporto tra oggetto della diatriba e difensori.
Blog di Giacomo Planeta
Vedo gente che non ha mai visto neppure la pubblicità su Rai Scuola, chiedere a gran voce che il progetto non venga chiuso.
Al netto della giusta e condivisibile battaglia, mi fa molto ridere il rapporto tra oggetto della diatriba e difensori.
La cosiddetta scuola dei cantautori genovesi non è mai stata una scuola nel senso formale del termine. Nessuna cattedra, nessun programma, nessun manifesto: eppure, attorno a Genova, tra gli anni ’60 e ’70, nasce un modo di scrivere canzoni che cambia profondamente la musica italiana.
Protagonisti come Fabrizio De André, Gino Paoli, Luigi Tenco e Umberto Bindi condividono un approccio che mette al centro il testo: la canzone non è più solo melodia o intrattenimento, ma diventa racconto, poesia, sguardo sul mondo.
C’è una caratteristica comune: l’attenzione per i margini. Personaggi scomodi, fragili, spesso esclusi. La città stessa, con la sua luce particolare e il suo rapporto con il mare, sembra influenzare uno sguardo più introspettivo, meno celebrativo rispetto ad altre tradizioni musicali italiane.
Un altro elemento distintivo è la lingua: essenziale, mai ridondante, capace di dire molto con poco. Le parole non cercano di impressionare, ma di colpire con precisione emotiva. È una scrittura che rinuncia all’enfasi per guadagnare intensità.
Più che una scuola, quella genovese è una sensibilità condivisa: l’idea che una canzone possa essere uno spazio narrativo complesso, capace di parlare di solitudine, amore, politica e quotidianità senza perdere immediatezza.
A distanza di decenni, quella lezione resta attuale. Non tanto per lo stile musicale, quanto per l’atteggiamento: l’idea che scrivere canzoni significhi prima di tutto osservare il mondo con attenzione e restituirlo con sincerità.
Stasera alle 20:35 Rai Storia trasmetterà una puntata speciale di Passato e presente (con Paolo Mieli) su tutto questo: in caso, recuperatela su Rai Play. Ne vale veramente la pena.

Tutte le volte che un caso di cronaca finisce per avere risalto nazionale, non c’è occasione che il politico di turno finisca per caldeggiare nuove norme per evitare che possa succedere nuovamente.
A seguito dell’opinione a caldo, difficilmente qualcosa viene realmente fatto (o quantomeno non in tempi brevi): a onor del vero, per il caso specifico, l’attuale maggioranza ha depositato un disegno di legge per arginare alcuni fenomeni di violenza, ma ancora non è stato approvato.
La violenza fisica e verbale verso gli insegnanti – e non solo – è un’emergenza già da qualche anno: possibile che nel concreto, a parte gli slogan, non venga fatto nulla? Possibile che per avere un’accelerata parlamentare si debba aspettare sempre la tragedia?
Tredici anni, terza media, con un coltello. Una maglia con su scritto Vendetta e nello zaino una pistola scacciacani. Ogni giorno che passa ho la sensazione che l’asticella della violenza si sposti sempre più in alto.