Al voto, al voto!

Sinceramente sono rimasto stupito nel leggere sul Foglio di oggi (quotidiano che sicuramente non rema a favore del centrosinistra) l’invito del direttore Claudio Cerasa al Governo Meloni di andare verso elezioni anticipate

Arrivati a questo punto della storia, forse, è inutile prendersi in giro: prendere tempo significa solo perdere tempo. E piuttosto che cercare un modo complicato, spericolato e precario per rimettere insieme i cocci di un vaso che si è rotto, ed essendo difficile crearne uno nuovo di zecca, tanto vale guardare in faccia la realtà, rendersi conto che i Delmastro, le Santanchè, le Bartolozzi sono la punta dell’iceberg di un problema più grande, capire che il risultato del referendum è la spia di un terreno che si sta sgretolando, prendere atto che il voto del 22 e 23 marzo è stato un voto di sfiducia anche nei confronti del governo ed evitare dunque di trasformare i mesi che ci separano dalle elezioni, sulla carta si voterà a settembre 2027, in una lenta agonia, non solo per il governo ma anche per l’Italia.

La politicizzazione del referendum

Le conseguenze della vittoria del No all’ultimo referendum credo stiano travalicando i confini del quesito in sé.

Come già avvenuto in passato – vedi la chiamata del 2016 e le conseguenti dimissioni di Renzi da Presidente del Consiglio – probabilmente perdiamo occasioni di evoluzione (o involuzione, a seconda dei casi) perché i partiti si arrogano la vittoria o la perdita dei referendum per dare segnali politici.

Probabilmente se ci concentrassimo sul merito e non sulla diatriba politica, avremmo un paese migliore. O quantomeno diverso.