In occasione dell’anniversario della morte di Papa Francesco, Sky sta trasmettendo il documentario Un uomo di parola di Wim Wenders, uscito nel 2018 e presentato lo stesso anno al Festival di Cannes.
La pellicola è molto più di un documentario: è un incontro. Un dialogo diretto, quasi intimo, con Papa Francesco, che qui non viene raccontato attraverso filtri o interpretazioni, ma si espone in prima persona, con una semplicità disarmante.
Wenders sceglie una strada essenziale, quasi invisibile. Rinuncia agli effetti, lascia spazio alle parole e allo sguardo. Ed è proprio questa sobrietà a rendere il film così potente: non c’è bisogno di costruire un personaggio, perché la forza del racconto sta tutta nella coerenza tra ciò che viene detto e ciò che si percepisce.
Il Papa parla di ambiente, disuguaglianze, pace, responsabilità individuale. Temi enormi, affrontati con un linguaggio accessibile, mai retorico. C’è un senso di urgenza, ma anche di fiducia: l’idea che il cambiamento sia ancora possibile, a partire dai gesti più semplici.
Un uomo di parola colpisce proprio per questo: per la capacità di essere diretto senza essere semplicistico, profondo senza essere distante. Non chiede adesione, ma attenzione. Non impone, ma invita.
È un film che resta, non tanto per ciò che mostra, ma per ciò che lascia. Una sensazione rara: quella di aver ascoltato qualcuno che crede davvero in ciò che dice.

