LUX

Incuriosito da alcune recensioni positive, in questi giorni ho ascoltato LUX di Rosalía, sebbene sicuramente il suo stile non rientri tra i miei preferiti.

È uno di quei dischi che ti fanno capire subito una cosa: lei non ha alcuna intenzione di rimanere incasellata in un sound ben preciso.

Qui non c’è la classica idea di album pop nel senso più prevedibile del termine. È più un viaggio dentro mondi diversi (canta in quattordici lingue: catalano, spagnolo, arabo, inglese, francese, tedesco, ebraico, italiano, giapponese, latino, mandarino, portoghese, siciliano e ucraino), dove ogni traccia sembra aprire una porta nuova. A volte è più intimo, quasi sussurrato, altre volte diventa enorme, teatrale, pieno di energia.

La cosa più interessante è come Rosalía usi la voce. Non è mai una sola: cambia, si adatta, si spezza, si ricompone. In certi momenti sembra fragile, in altri praticamente domina tutto il pezzo: è come se ogni canzone avesse una sua identità precisa.

Dal punto di vista del suono, LUX è molto curato ma non freddo. Si sente la ricerca, si sente la voglia di sperimentare, però resta sempre qualcosa di emotivo sotto. Non è un disco da sottofondo: ti chiede attenzione, ma in cambio ti restituisce parecchio.

E poi c’è l’aspetto più interessante: non prova a piacere a tutti: non segue la strada più facile, non si appoggia solo su formule già viste. È un lavoro che rischia, e proprio per questo funziona.

In fondo, LUX è questo: un disco che non ti accompagna in modo tranquillo, ma ti sposta un po’ da dove eri. E oggi, nel pop, non è affatto una cosa scontata.

Il tempo che passa per Zerocalcare

Avendo superato relativamente da poco i quaranta, mi sento spesso molto coinvolto da tutto quello che scrive Zerocalcare: non credo sia facile gestire con equilibrio autobiografia e racconto collettivo. Le sue storie partono sempre da esperienze personali (ansie, senso di inadeguatezza, memoria) ma riescono a trasformarsi in qualcosa di condiviso, riconoscibile da molti, soprattutto per quella della mia (nostra) generazione.

Al centro c’è una lingua immediata, piena di riferimenti pop, ironia e autoironia. Ma sotto questa superficie accessibile si muove una riflessione più profonda, spesso dolorosa. Zerocalcare usa il fumetto per parlare di precarietà, identità, responsabilità politica, senza mai perdere il contatto con l’esperienza quotidiana. Il conflitto interiore viene spesso rappresentato attraverso personaggi simbolici che danno voce ai suoi dubbi e alle sue paure. Questo rende visibile ciò che normalmente resta implicito: il dialogo continuo tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

C’è poi un forte rapporto con la memoria: non come nostalgia, ma come strumento per capire il presente. Le sue storie tornano spesso indietro nel tempo per spiegare ciò che accade oggi, costruendo un legame tra esperienza individuale e contesto storico.

In fondo, la forza della sua poetica sta proprio qui: nel riuscire a essere personale senza chiudersi in sé stesso, e politico senza diventare astratto.

Ho letto sul Venerdì di questa settimana una sua intervista in vista dell’uscita (il 27 maggio 2026) di Due spicci su Netflix e c’è stato un passaggio che mi ha colpito parecchio

Ci siamo convinti di non essere invecchiati. Nel senso che abbiamo passato il tempo a pia’ per culo quelli più vecchi di noi, i boomer, la Generazione X, e ci siamo trovati adesso con dei ragazzini che giustamente sono adulti pur avendo vent anni meno di noi, e che ci considerano dei vecchi, mentre noi non abbiamo ancora percepito che, effettivamente, per loro siamo dei vecchi.

Penso abbia centrato il punto ancora una volta: forse, più semplicemente, non ci siamo resi conto del tempo che passava.

Venezi, chi dirige veramente il concerto?

Il licenziamento di Beatrice Venezi è una di quelle notizie che fanno subito discutere, non solo per quello che è successo. Più che altro viene da chiedersi: perché proprio ora?

Negli ultimi anni Venezi è stata molto più di una direttrice d’orchestra: è diventata un personaggio pubblico, con una presenza forte anche fuori dai teatri. E come succede sempre in questi casi, c’è chi la vede come un simbolo positivo e chi invece storce il naso, soprattutto per il suo rapporto (vero o percepito) con la politica.

Ed è qui che la cosa si complica: quando cultura e politica si mescolano, ogni decisione smette di sembrare neutra: anche un licenziamento diventa automaticamente qualcosa da interpretare, da leggere tra le righe.

Poi c’è il solito tema che torna ogni volta: nel mondo culturale italiano contano di più le competenze o le relazioni? Venezi ha costruito una visibilità enorme e questo inevitabilmente porta sia consensi che frizioni. Il problema è che si finisce sempre a fare il tifo: o con lei o contro di lei. Ma così si perde il punto. Forse questa storia non riguarda solo una persona, ma racconta qualcosa di più grande su come funziona davvero il sistema.

E finché le cose restano così un po’ opache, ogni vicenda del genere darà sempre la stessa sensazione: meno una decisione limpida, più un segnale da interpretare.