L’obsolescenza silenziosa dei Kindle

C’è una linea sottile tra innovazione e abbandono, e la scelta di Amazon di non aggiornare più i Kindle usciti prima del 2013 (parliamo comunque di 13 anni, eh) sembra muoversi proprio su quel confine.

Parliamo di dispositivi che, nella maggior parte dei casi, funzionano ancora benissimo: nati per leggere e basta (io ho un Paperwhite che consiglio), lo fanno ancora oggi senza problemi. Eppure diventano improvvisamente vecchi non per limiti reali, ma perché esclusi dagli aggiornamenti e, nel tempo, da parti dell’ecosistema.

Certo, mantenere in vita tecnologie datate ha un costo e il progresso non si può fermare. Ma qui emerge qualcosa di più profondo: nel mondo digitale, non è più chi possiede un oggetto a deciderne la durata, bensì chi ne controlla i servizi.

È una forma di obsolescenza silenziosa. Non si rompe nulla, ma tutto si restringe: così un dispositivo ancora valido viene accompagnato lentamente verso l’uscita.

Forse il punto non è opporsi al cambiamento, ma chiedersi quanto velocemente siamo disposti ad accettarlo. Perché se anche un lettore di libri diventa temporaneo, allora la domanda resta: quanto durano davvero le cose che compriamo?

E lo Stato che fa?

Tutte le volte che qualcuno perde la vita sul luogo di lavoro (vedi quello che è successo oggi a Palermo) e leggo le varie reazioni con parole di circostanza di politici e affini, mi viene in mente quella canzone di De André che a un certo punto faceva

Prima pagina, venti notizie
Ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
Si costerna, s’indigna, s’impegna
Poi getta la spugna con gran dignità

1093 morti nel 2025, 71 nei primi due mesi del 2026 (dato più alto della media dell’Unione Europea): non sono incidenti, sono fallimenti di un sistema che continua a voltarsi dall’altra parte. Sistema che ritiene la sicurezza sia un inutile costo.

Il lavoro dovrebbe essere dignità, non rischio. Dovrebbe costruire futuro, non interromperlo. Continuare a raccontarla come una fatalità è il modo più comodo per non cambiare nulla.

Ed è proprio questo che non possiamo più permetterci.

L’ennesimo fallimento del calcio italiano

Atalanta, Inter, Juventus e Napoli che non hanno superato gli ottavi di Champions League, stasera le sconfitte di Bologna e Fiorentina in Europa e Conference League che precludono pesantemente il passaggio del turno: le notti europee, per le squadre italiane, stanno diventando sempre più un esercizio di nostalgia. Queste sconfitte in coppa non sono solo episodi sfortunati, ma il riflesso di un sistema che fatica a tenere il passo con il calcio che cambia.

Mentre in altri paesi si investe su infrastrutture, giovani e idee, in Italia si resta spesso aggrappati al passato: stadi vecchi, progettualità fragili, allenatori costretti a fare miracoli più che a costruire. Il risultato? Squadre che partono con entusiasmo e si spengono quando il livello si alza davvero.

Non è solo una questione tecnica: è mentale, culturale. Si gioca per non perdere, quando in Europa bisogna avere il coraggio di vincere. E quel coraggio, oggi, sembra merce rara.

Eppure il talento non manca. I giovani ci sono, le piazze pure, la passione non si discute. Serve però una visione diversa: meno alibi, più programmazione. Perché le sconfitte fanno male, ma possono anche essere un punto di partenza. 

A patto di voler davvero cambiare.