Primo Maggio

Il Primo Maggio è una di quelle date che sembrano scontate, ma non lo sono affatto: ogni anno torna con il suo carico di significato, e ogni anno costringe a fare i conti con cosa sia diventato davvero il lavoro.

Nato come giornata di rivendicazione, il Primo Maggio parla ancora di diritti, ma in un contesto profondamente cambiato: oggi il lavoro è spesso precario, frammentato, meno riconoscibile. Non è più solo fabbrica o ufficio: è consegna, piattaforma, algoritmo. Cambia forma, ma non sempre migliora.

C’è poi una distanza sempre più evidente tra chi ha tutele e chi no. Tra chi può permettersi di scegliere e chi deve accettare. E in mezzo, una sensazione diffusa di instabilità che riguarda intere generazioni.

Celebrare il Primo Maggio, allora, non è solo guardare al passato: è chiedersi che valore diamo oggi al lavoro. Se è ancora uno strumento di dignità o se, troppo spesso, è diventato qualcosa da inseguire a qualsiasi costo.

Non è una festa (forse un po’ anacronistica) che si esaurisce in un giorno: è una domanda aperta, che resta anche quando finiscono le celebrazioni.

E lo Stato che fa?

Tutte le volte che qualcuno perde la vita sul luogo di lavoro (vedi quello che è successo oggi a Palermo) e leggo le varie reazioni con parole di circostanza di politici e affini, mi viene in mente quella canzone di De André che a un certo punto faceva

Prima pagina, venti notizie
Ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
Si costerna, s’indigna, s’impegna
Poi getta la spugna con gran dignità

1093 morti nel 2025, 71 nei primi due mesi del 2026 (dato più alto della media dell’Unione Europea): non sono incidenti, sono fallimenti di un sistema che continua a voltarsi dall’altra parte. Sistema che ritiene la sicurezza sia un inutile costo.

Il lavoro dovrebbe essere dignità, non rischio. Dovrebbe costruire futuro, non interromperlo. Continuare a raccontarla come una fatalità è il modo più comodo per non cambiare nulla.

Ed è proprio questo che non possiamo più permetterci.