Eco e l’umana sete di prefazioni

Sul Foglio Weekend di questa settimana c’è un interessante articolo su Umberto Eco e su una sua inedita raccolta pubblicata da La nave di Teseo.

Umberto Eco è noto come scrittore di romanzi e saggi di estetica, critica letteraria, semiotica, e filosofia. Sono famose le sue Bustine di Minerva e si ricordano i suoi articoli sui quotidiani. Questa raccolta propone per la prima volta l’Eco scrittore di prefazioni e scritti introduttivi o conclusivi, una intensa produzione che ha accompagnato incessantemente la sua attività culturale e accademica. Questo volume di “scritti liminari” copre un arco temporale che va dal 1956 al 2015, attraversando diversi campi di intervento a cui Eco si è dedicato: prefazioni di ambito letterario, di attualità e costume, sui fumetti e una selezione di testi di carattere filosofico e semiotico. Il volume ci restituisce così tutta l’ampiezza di una personalità fuori dal comune, che attraverso i suoi interventi osserva, e spesso anticipa, i cambiamenti del mondo in questi sessant’anni.

Pensieri notturni

C’è qualcosa nella notte che cambia il modo in cui si scrive. Non saprei dire se renda più lucidi oppure soltanto più sinceri, ma succede spesso: parole che durante il giorno sembrano irraggiungibili, dopo mezzanotte iniziano improvvisamente a trovare il loro posto.

Forse è una questione di silenzio. Di quel tipo di silenzio raro, quasi irreperibile nelle ore diurne. Di notte il mondo rallenta: le notifiche smettono di rincorrerti, il rumore si abbassa, le richieste degli altri si fanno più lontane. Restano una stanza, una luce accesa e il suono irregolare dei propri pensieri.

Scrivere di notte significa anche esporsi meno al giudizio immediato. Durante il giorno si scrive spesso con la sensazione di essere osservati, valutati, interrotti. La notte invece sospende qualcosa: permette di scrivere male, di cancellare, di tentare senza fretta. È un tempo meno performativo, meno esibito.

Di notte affiorano cose che il giorno tende a nascondere: i pensieri irrisolti, le nostalgie, i dubbi, certe malinconie leggere che alla luce del sole sembrano quasi fuori posto. Non è un caso se tante pagine intense, intime, perfino necessarie, siano nate nelle ore in cui il resto del mondo dormiva.

Naturalmente c’è anche il rischio della notte: quello di credere geniale ciò che al mattino apparirà soltanto confuso. Chi scrive lo sa bene. Esistono testi partoriti alle due del mattino che, riletti il giorno dopo, chiedono pietà. Ma fa parte del gioco. La scrittura vive anche di eccessi, di entusiasmi temporanei, di frasi salvate all’ultimo momento prima di essere cancellate.

Eppure, nonostante tutto, scrivere di notte conserva qualcosa di speciale. È un gesto quasi clandestino. Una forma di dialogo silenzioso con sé stessi. Come se il buio autorizzasse una sincerità diversa, meno filtrata.

Forse perché di notte siamo un po’ meno distratti. O forse perché, quando il mondo tace, si sente finalmente meglio ciò che abbiamo dentro da dire.

La complessità di Morin

Ieri è venuto a mancare Edgar Morin.

È stato uno di quei pensatori che non hanno mai offerto idee chiuse o facilmente consumabili. Quando ho letto uno dei suoi libri, ho avuto la sensazione di entrare in un modo diverso di guardare il mondo: più lento, più attento, meno sicuro di sé, ma proprio per questo più vicino alla realtà.

Edgar Morin partiva da un’intuizione semplice: la realtà non procede mai in modo lineare. Non è composta da elementi separati o da alternative nette, ma da un insieme di relazioni intrecciate che si influenzano continuamente, spesso in modo imprevedibile.

Per questo, nel suo pensiero, parlare di complessità non significa descrivere qualcosa di caotico o indecifrabile: significa piuttosto riconoscere che le cose stanno insieme anche quando non possono essere ridotte a una sola spiegazione. È un invito a rallentare il bisogno di semplificare, perché nel tentativo di rendere tutto più chiaro si rischia di perdere ciò che è essenziale.

Morin ha insistito a lungo su un punto: siamo abituati a ragionare per opposizioni nette (vero o falso, giusto o sbagliato, natura o cultura, individuo o società). Eppure, secondo lui, la realtà non funziona così. Queste categorie non si escludono, ma si sovrappongono e si intrecciano: comprendere davvero qualcosa significa imparare a tenere insieme ciò che appare contraddittorio.

Dentro questa visione c’è anche un’idea precisa di essere umano: non siamo individui isolati, autonomi e indipendenti in senso assoluto. Siamo invece il prodotto di una rete fitta di relazioni familiari, sociali, culturali e linguistiche. E allo stesso tempo contribuiamo a trasformare quella rete: siamo dentro il sistema e al tempo stesso lo influenziamo continuamente.

Un altro aspetto centrale del suo pensiero riguarda la conoscenza: per Morin non esiste un sapere definitivo o assoluto. Ogni forma di conoscenza è sempre parziale, legata a un punto di vista e quindi inevitabilmente esposta all’errore. Ma questo non è un difetto da eliminare: è una condizione strutturale del pensiero umano. Anzi, spesso è proprio dall’errore che nasce una comprensione più profonda.

In questa prospettiva, anche la scuola dovrebbe cambiare direzione. Non dovrebbe limitarsi a trasmettere nozioni separate, ma insegnare a costruire connessioni, perché la realtà non è fatta di compartimenti stagni: la storia dialoga con la geografia, la scienza con la società, l’economia con la vita quotidiana delle persone. Imparare significa soprattutto imparare a vedere questi legami.

Tutto questo rende il pensiero di Morin estremamente attuale. Viviamo in un mondo saturo di informazioni, ma spesso frammentate, rapide e scollegate tra loro. Eppure le grandi questioni del nostro tempo (ambientali, sociali, tecnologiche) non possono essere comprese da un unico punto di vista: richiedono uno sguardo più ampio, capace di tenere insieme le diverse dimensioni.

Alla fine, la lezione che ci lascia Morin è una forma di umiltà intellettuale: non ci promette di capire tutto, ma ci invita a capire meglio, accettando la complessità invece di rifugiarsi in spiegazioni troppo semplici. Forse è proprio questo il suo insegnamento più prezioso: non cercare scorciatoie nel pensiero, ma restare dentro la realtà così com’è, anche quando appare intrecciata e difficile da ordinare.

Oggi, tutto questo sembra quasi controcorrente. E quindi, mancherà.

“Due spicci” di Zerocalcare e la voce dei quarantenni di oggi

L’impatto di Zerocalcare sui quarantenni di oggi (categoria alla quale appartengo anch’io) può forse riassumersi in una sensazione molto semplice: sentirsi finalmente raccontati senza essere giudicati.

Per una generazione cresciuta tra promesse enormi e una realtà spesso più complicata del previsto, Zerocalcare rappresenta uno specchio: non quello deformante della nostalgia facile o dell’epica generazionale, ma uno specchio imperfetto, ironico, talvolta persino crudele, dentro il quale riconoscersi davvero.

I quarantenni di oggi appartengono a una generazione particolare: adolescenti analogici e adulti digitali. Hanno conosciuto i telefoni fissi, il rumore dei modem, le cassette, MTV, i centri sociali, i forum online e l’idea (poi rivelatasi meno certa del previsto) che studiare molto avrebbe garantito stabilità e sicurezza. Poi sono arrivati la precarietà, le crisi economiche, i cambiamenti sociali rapidissimi e una trasformazione continua delle relazioni umane.

In questo passaggio spesso confuso, Zerocalcare è riuscito a raccontare proprio ciò che molti sentivano senza riuscire a nominarlo: il senso di inadeguatezza, la fatica emotiva, le amicizie che resistono al tempo, il rapporto ambiguo con il passato, la paura di diventare adulti senza sentirsi mai davvero tali.

La sua forza non è mai stata quella di offrire risposte o soluzioni. Anzi. Zerocalcare piace ai quarantenni proprio perché non fa il guru, non pontifica, non semplifica ma racconta l’ansia senza trasformarla in moda, la malinconia senza indulgere nella retorica, l’impegno politico senza ridurlo a slogan.

E soprattutto racconta una fragilità maschile rimasta per anni invisibile o caricaturale: uomini pieni di dubbi, emotivamente impacciati, incapaci di dire certe cose ma profondamente attraversati dalle emozioni. Figure lontanissime dall’idea di mascolinità granitica con cui molti quarantenni sono cresciuti.

C’è poi un elemento fondamentale: la memoria condivisa. Le citazioni pop, i riferimenti culturali e le ossessioni generazionali non sono mai un semplice esercizio nostalgico, ma strumenti per costruire un linguaggio comune. Chi legge i fumetti o guarda le serie di Zerocalcare spesso non prova soltanto la sensazione di capire ciò che sta vedendo: prova soprattutto quella, più rara, di sentirsi capito.

Forse il vero impatto di Zerocalcare sui quarantenni sta proprio nell’aver dato dignità narrativa a una generazione spesso raccontata male: troppo giovane per sentirsi davvero adulta, troppo adulta per considerarsi ancora giovane, sospesa tra aspettative disattese e una continua ricerca di senso.

In un’epoca in cui tutti sembrano voler apparire sicuri, risolti, performanti, Zerocalcare continua ostinatamente a ricordare una verità semplice: si può essere pieni di dubbi e andare avanti lo stesso.

Ed è forse proprio questo il cuore di Due spicci, la nuova serie uscita su Netflix in questi giorni. Non cerca di stupire con grandi effetti o moralismi, ma racconta quel territorio emotivo che molti conoscono bene: le amicizie che cambiano, le paure che restano, il tempo che passa, il senso di inadeguatezza, la difficoltà di comprendere sé stessi e gli altri.

Zerocalcare non racconta una generazione: racconta il modo in cui si sopravvive al tempo che passa senza diventare qualcun altro e se ci riconosciamo nelle sue storie, non è perché siano perfette, ma perché somigliano alle nostre crepe. Quelle che non spariscono, ma imparano a restare illuminate abbastanza da non farci più paura.

I lacci dell’ignoranza

Negli ultimi giorni mi sono ritrovato a pensare alla mia ignoranza: a quanto sia inevitabilmente limitato ciò che conosco rispetto all’enorme quantità di cose che ignoro.

Rendersi conto di non sapere abbastanza è, in fondo, una risorsa preziosa. È ciò che spinge a leggere, approfondire, studiare davvero. Non per accumulare nozioni in modo sterile, ma per comprendere un po’ meglio il mondo, avanzando lentamente attraverso dubbi e nuove consapevolezze, sapendo che ogni scoperta apre inevitabilmente altre zone d’ombra.

C’è però una distinzione importante da fare: esiste l’ignorante discreto, quello che evita di parlare di ciò che non conosce (e talvolta tace persino su ciò che conosce) ed esiste quello rumoroso, che sente il bisogno di esibire le proprie convinzioni su tutto, trasformando il non sapere in spettacolo pubblico.

Forse ci farebbe bene recuperare il valore del silenzio, oggi diventato quasi una rarità. Viviamo immersi in un flusso continuo di parole, opinioni, esposizione costante di sé. I social hanno amplificato un bisogno già esistente: esserci, mostrarsi, essere ascoltati.

L’impressione è che l’essere umano contemporaneo viva in una tensione continua verso il pubblico. Parla, scrive, si mette in scena (sì, ok, in qualche misura lo sto facendo anch’io) perché desidera attenzione, riconoscimento, approvazione. Talvolta perfino al prezzo di rendere evidente, senza alcun imbarazzo, la superficialità delle proprie conoscenze.

Forse il primo passo utile sarebbe proprio questo: riconoscere serenamente quanto siamo ignoranti. Tutti, in misura diversa.

Ferrari Luce

La Ferrari Luce non è solo un’auto: è una dichiarazione d’intenti.

E proprio per questo sta facendo discutere più di quanto forse Maranello avesse previsto: un’auto elettrica da oltre 600 mila euro, quattro porte, cinque posti, oltre 1000 cavalli e un design che ha poco a che vedere con l’immaginario classico del Cavallino.

E qui nasce la prima frattura: non tanto tecnologica, quanto culturale.

La Luce segna infatti un cambio netto rispetto alla tradizione Ferrari: non è una berlina, non è una supercar nel senso classico, non è nemmeno un SUV nel solco della Purosangue. È qualcosa di nuovo (forse troppo?) che prova a reinterpretare il marchio per un pubblico diverso, più orientato alla tecnologia che alla liturgia del motore termico.

Il problema non è l’elettrico in sé, né la ricerca aerodinamica o le prestazioni, che sulla carta restano impressionanti. Il nodo è un altro: la percezione di identità.

Molti osservatori e appassionati hanno sottolineato come la Luce sembri parlare un linguaggio più vicino al design digitale che alla tradizione automobilistica italiana. Linee minimaliste, superfici levigate, interni quasi Apple-like, frutto della collaborazione con LoveFrom, il collettivo di design legato a Jony Ive e Marc Newson. Tutto coerente, tutto razionale. Ma anche distante da ciò che per decenni ha definito Ferrari: emozione meccanica, aggressività visiva, riconoscibilità immediata.

Ed è qui che la critica diventa più interessante: la domanda non è se la Luce sia bella o brutta. La domanda è se sia ancora una Ferrari nel senso simbolico del termine. Molti appassionati rispondono di no: troppo grande, troppo silenziosa, troppo razionale. Altri invece la vedono come un tentativo inevitabile di adattamento a un mercato che cambia, dove anche i marchi più iconici devono confrontarsi con l’elettrificazione e con nuovi pubblici globali.

C’è poi il tema del prezzo, che amplifica tutto. Una cifra che la colloca non solo nel segmento del lusso estremo, ma quasi in una dimensione parallela, dove il valore non è più legato solo alla prestazione, ma all’appartenenza simbolica.

Eppure, proprio qui sta il punto più critico: quando il simbolo diventa più importante dell’esperienza, il rischio è che l’oggetto perda il suo ancoraggio emotivo. Che diventi status puro, invece che passione.

La Ferrari Luce, in questo senso, è un esperimento radicale. Forse necessario, ma anche rischioso. Perché ogni brand vive di equilibrio tra innovazione e riconoscibilità. E spingersi troppo lontano da ciò che si è stati può aprire nuove strade oppure lasciare spaesati proprio quelli che quel marchio lo hanno amato per decenni.

In fondo, la vera domanda non è se la Ferrari Luce funzioni come auto elettrica: è se, guardandola, si riesca ancora a riconoscere la Ferrari.

La ragazza del convenience store

La ragazza del convenience store è un romanzo breve, apparentemente semplice, ma capace di lasciare addosso domande profonde su identità, normalità e libertà personale.

Scritto da Sayaka Murata, il libro racconta la storia di Keiko Furukura, una donna di trentasei anni che lavora da molti anni in un convenience store di Tokyo. Per chi le sta attorno, la sua vita sembra incompleta, sospesa, quasi sbagliata: niente marito, niente figli, nessuna carriera tradizionale. Eppure Keiko trova proprio in quel piccolo microcosmo fatto di routine, scaffali e rituali una forma di equilibrio che il mondo esterno fatica a comprendere.

La grande forza del romanzo è nel ribaltare il punto di vista. Quello che molti considerano strano viene mostrato con naturalezza, mentre le vere rigidità sembrano appartenere a una società ossessionata dalle aspettative e dalle convenzioni. Murata non giudica, non alza mai la voce, non cerca scorciatoie emotive. Osserva. E proprio attraverso questa apparente leggerezza riesce a colpire in profondità.

Uno degli aspetti più riusciti di La ragazza del convenience store è la sua capacità di raccontare il disagio senza trasformarlo in tragedia: c’è ironia, c’è tenerezza, ma anche una sottile malinconia che accompagna il lettore fino all’ultima pagina. Keiko non è costruita per piacere o per essere un’eroina tradizionale: è autentica, fragile e ostinatamente fedele a sé stessa.

In un’epoca in cui sembra obbligatorio inseguire modelli prestabiliti di successo e felicità, questo romanzo arriva quasi come un invito gentile a fermarsi e chiedersi: esiste davvero un solo modo giusto di vivere?

La ragazza del convenience store contiene una riflessione enorme sulla pressione sociale, sull’identità e sul diritto di essere diversi senza dover continuamente spiegare il perché. Una lettura intelligente, originale e sorprendentemente luminosa, che resta nella mente molto più a lungo di quanto le sue poche pagine farebbero immaginare.

Acqua sporca

Leggendo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda (candidato al prossimo Premio Strega, dove il mio preferito rimane I convitati di pietra di Michele Mari), la cosa che ho apprezzato maggiormente è il modo in cui rimette al centro un tema che nel romanzo italiano contemporaneo sembra comparire sempre meno: la questione di classe. Questo romanzo riesce a raccontare con grande lucidità cosa accade quando persone appartenenti a mondi sociali differenti finiscono per incontrarsi o scontrarsi. E da quegli attriti emergono risentimento, vergogna, incomprensioni, crudeltà, senso di inferiorità o superiorità, insieme a forme molto ambigue di affetto, colpa, paternalismo, rabbia e desiderio di riconoscimento.

Dentro questo intreccio già complesso si inserisce poi il tema dell’identità: cosa significa attraversare culture, paesi e classi sociali diverse, cosa resta di noi durante quel passaggio e quanto sia difficile sentirsi davvero arrivati da qualche parte.

Acqua sporca è anche un libro estremamente attuale. In un momento storico in cui il dibattito sull’identità e sull’inclusione è sempre più centrale, la Uyangoda offre uno sguardo prezioso e necessario, capace di creare dialogo invece che divisione: leggerlo significa confrontarsi con prospettive spesso ignorate, ma raccontate con una sensibilità che rende impossibile restare indifferenti.

Quello che colpisce maggiormente è forse l’equilibrio tra profondità e accessibilità: il libro fa riflettere, ma riesce anche a coinvolgere emotivamente pagina dopo pagina. È una lettura che arricchisce, apre domande e continua a risuonare anche dopo aver chiuso il libro.

Dopo trent’anni trascorsi in Italia, Neela ha deciso di tornare in Sri Lanka. Come l’attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull’isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa. Pavitra, la sorella più piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l’ha costretta a dare in pegno l’unica ricchezza che possedeva. Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica». Una storia famigliare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa.

Scrivere, leggere e rileggere

Scrivo continuamente. Mi viene più naturale farlo che parlare.
Ma la scrittura, per me, resta qualcosa di importante, da prendere sul serio.

Forse sarebbe più saggio fermarsi a rileggere quello che si è scritto, provando a guardarlo con gli occhi di chi leggerà, immaginando impressioni, dubbi, reazioni. È in quei momenti che emergono limiti, sbavature, imperfezioni.

A volte mi allontana dalla scrittura il timore di non trovare le parole adatte, di non riuscire a dare il giusto peso alle frasi, il tempo necessario ai pensieri.

Altre volte, invece, penso che questo spazio sia anche un allenamento. E allora lascio andare le parole, senza troppi filtri.

Dopotutto, questo resta pur sempre un luogo in cui esercitarsi.

I cento anni di Miles Davis

Cent’anni fa nasceva Miles Davis. E forse il modo migliore per celebrarlo è ricordare una cosa semplice: pochi artisti hanno cambiato così tante volte la musica senza mai smettere di essere riconoscibili.

Miles non era soltanto un trombettista straordinario. Era un uomo inquieto, allergico alla ripetizione, uno che sembrava annoiarsi appena capiva di aver trovato una formula vincente. Avrebbe potuto vivere per sempre del successo di Kind of Blue (uno dei dischi più importanti della storia del jazz) e invece ha continuato a spostare il confine: dal cool jazz alla sperimentazione elettrica, fino a contaminazioni che all’epoca fecero storcere il naso ai puristi.

La sua grandezza stava anche nel coraggio di sbagliare. Davis non cercava il consenso immediato: cercava il futuro. E spesso lo trovava prima degli altri. Per questo molti dei suoi dischi, inizialmente criticati, oggi vengono considerati pietre miliari.

C’è poi qualcosa di profondamente moderno in lui: Miles capiva che l’arte non può restare immobile. Cambiare significava rischiare di deludere qualcuno, ma anche evitare di diventare la copia di sé stessi. Una lezione che vale ben oltre la musica.

A cento anni dalla nascita, Miles Davis continua a parlarci non solo attraverso le sue note, ma attraverso il suo modo di stare al mondo: inquieto, elegante, imprevedibile. Perché alcuni artisti non invecchiano davvero.

Semplicemente, continuano ad arrivare sempre un po’ prima degli altri.