Il punto non è tanto essere d’accordo o meno. È che una presa di posizione come quella di Erri De Luca, in questo preciso momento storico, costringe a leggerla in modo estremo: o come un gesto di lucidità rara (sicuramente la visione meno condivisibile) oppure come un’uscita totalmente fuori misura.
La maleducazione in TV non è più un incidente: è diventata un formato.
C’è stato un tempo in cui la televisione italiana si reggeva su una specie di galateo implicito. Anche quando si litigava (e si litigava eccome) c’era comunque una soglia, un limite non scritto. Oggi quella soglia è saltata (vedi quello che è successo qualche giorno fa a Quarto Grado).
E non per caso: è saltata perché l’indignazione funziona, perché alza lo share, perché crea clip da rilanciare sui social.
Il punto non è solo che si alza la voce. Il punto è che si è trasformato il conflitto in intrattenimento puro. Interrompere, sovrastare, deridere l’interlocutore: non sono più scivoloni, ma strumenti narrativi. Il dibattito diventa spettacolo, e lo spettacolo ha bisogno di tensione continua. Anche artificiale.
Il risultato è una TV in cui la maleducazione non è un’eccezione, ma una grammatica. Chi resta calmo sembra debole, chi argomenta senza interrompere rischia di sparire, chi prova a spiegare viene travolto da chi urla meglio.
E qui c’è un paradosso interessante: più si alza il livello di aggressività, più si abbassa quello del contenuto. Perché la discussione non serve più a capire, ma a vincere. Non importa convincere, importa sopraffare.
Questa dinamica non nasce solo negli studi televisivi. È un riflesso del nostro ecosistema comunicativo più ampio: talk show, social network, commenti online. Tutto premia la reazione immediata, la battuta feroce, l’indignazione istantanea. La pazienza, invece, è diventata quasi sospetta.
Eppure la TV avrebbe ancora un ruolo prezioso: rallentare, dare tempo, permettere alle idee di essere spiegate. Invece spesso accelera, semplifica, esaspera. E così anche il dibattito pubblico perde profondità.
Forse la vera questione non è chiedersi perché in TV si urla così tanto, ma perché abbiamo iniziato a considerarlo normale. Perché abbiamo accettato che la maleducazione sia una forma di spettacolo legittima, persino divertente.
In fondo, spegnere il volume è facile. Più difficile è riaccendere un linguaggio civile dentro lo spazio pubblico.
Restare concentrati solo sull’immediato, tra notizie e polemiche che si consumano nel giro di poche ore, non rischia forse di farci perdere la visione più ampia delle cose?
Forse sarebbe meglio imparare a tralasciare certi temi, certe notizie, scegliendo di approfondire soltanto ciò che conta davvero: quello che ha più possibilità di restare, di lasciare un segno e sedimentare nel tempo.
Ci sono annate storte e poi ci sono stagioni che lasciano addosso una sensazione peggiore: quella dello smarrimento. Il Milan di oggi sembra appartenere più alla seconda categoria. Perché perdere può capitare, sbagliare mercato pure, ma ciò che preoccupa davvero i tifosi rossoneri è la sensazione di un progetto che abbia smarrito direzione, idee e perfino carattere.
Il problema non è soltanto la mancata qualificazione alla prossima Champions League o il risultato dell’ultima partita con il Cagliari: il vero disastro del Milan sta nella percezione di una squadra che sembra incapace di riconoscersi. Per lunghi tratti della stagione si è vista una formazione fragile mentalmente, poco continua, spesso confusa tatticamente e incapace di reagire nei momenti decisivi. Una squadra che alterna lampi di talento a blackout inspiegabili.
Eppure le aspettative erano alte. Dopo anni di ricostruzione, il Milan sembrava aver trovato una strada: un’identità giovane, sostenibile, persino vincente. Lo scudetto aveva dato l’illusione di un ciclo pronto a consolidarsi. Invece qualcosa si è incrinato. Forse nella gestione tecnica, forse nelle scelte societarie, forse nella convinzione che bastasse poco per restare competitivi ai massimi livelli. Forse tutto quanto insieme.
Anche il mercato è finito inevitabilmente sul banco degli imputati. Troppi innesti che non hanno inciso davvero, troppe scommesse senza certezze, poca leadership nei momenti complicati. In certe partite il Milan è apparso una squadra senza guida emotiva, senza quella cattiveria agonistica che storicamente appartiene al DNA rossonero.
I grandi club attraversano momenti difficili: il rischio è normalizzare la mediocrità. Accettare che il Milan possa galleggiare senza ambizioni reali, vivendo di ricordi e di speranze rinviate all’anno successivo.
Cosa fare? Da tifoso, mi aspetterei una rivoluzione profonda basata su una programmazione seria (complimenti al Como).
Per un palermitano, la strage di Capaci non è mai solo una pagina di storia: è un prima e un dopo. È il rumore sordo di un’autostrada squarciata che ancora oggi sembra attraversare la memoria collettiva della città. Il 23 maggio 1992 non vennero assassinati soltanto il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro: quel giorno fu colpita anche Palermo, nella sua coscienza più profonda.
Per chi è nato e cresciuto qui, Capaci significa convivere con una ferita e insieme con una responsabilità. Per anni Palermo è stata raccontata solo attraverso la mafia, quasi fosse il suo unico destino: eppure proprio da questa terra sono nate le voci, le lotte e il coraggio di chi quel destino ha deciso di sfidarlo. Falcone e poi Paolo Borsellino non sono soltanto simboli: sono un richiamo permanente alla possibilità di scegliere da che parte stare.
Un palermitano conosce il peso delle contraddizioni. Sa cosa significa amare una città bellissima e insieme soffrire per le sue occasioni mancate, per il silenzio, per la rassegnazione che talvolta la avvolge. Ma sa anche che Capaci ha cambiato qualcosa: ha trasformato l’indifferenza in domanda, la paura in coscienza civile, almeno per una parte di questa città.
Ogni anno, quando maggio ritorna, Palermo sembra rallentare: le sirene della memoria si riaccendono, le scuole parlano di legalità, le strade si riempiono di nomi che non devono diventare retorica. Perché il rischio più grande, dopo oltre trent’anni, è trasformare Capaci in una celebrazione rituale, dimenticando che il suo significato più autentico è scomodo: ricordarci che la mafia non è stata solo violenza criminale, ma anche cultura del compromesso, del favore, dell’omertà.
Per un palermitano, Capaci resta allora una domanda aperta: che città vogliamo essere? Una città schiacciata dal proprio passato o una capace di custodire il sacrificio di chi ha provato a cambiarla davvero?
Non ho idea di cosa spinga Crespi a scrivere del film con tanto entusiasmo, ma segno, annoto e con curiosità aspetterò il 2027: pronto a dare ulteriore risalto nel caso in cui la regista italiana dovesse prendere qualche premio.
Per anni Faraj è stato raccontato come uno scafista, condannato a trent’anni per la tragedia del Ferragosto 2015, in cui morirono decine di migranti soffocati nella stiva di un barcone. Lui, però, ha sempre sostenuto di essere soltanto un passeggero: un ragazzo libico partito per sfuggire alla guerra e inseguire un futuro diverso.
La Corte d’appello di Messina ha ordinato la revisione del processo, una possibilità estrema e straordinaria prevista dal codice di procedura penale italiano per correggere un errore giudiziario. La Corte ha anche accolto l’istanza della difesa di sospensione dell’esecuzione della pena, concedendo quindi la liberazione di Faraj.
Perché casi come questo ricordano una cosa semplice e difficile insieme: uno Stato di diritto si misura soprattutto quando è disposto a rimettere in discussione le proprie certezze.
Cara televisione di Aldo Grasso è uno di quei libri che, più che parlare della televisione, la osservano mentre si trasforma sotto i nostri occhi.
Grasso non si limita a celebrare o demolire il mezzo: lo attraversa. Racconta la TV come specchio collettivo, come abitudine quotidiana, ma anche come linguaggio che cambia, si adatta, si impoverisce e a volte sorprende.
Il suo sguardo è sempre preciso, mai indulgente, ma nemmeno nostalgico in modo sterile: c’è piuttosto una forma di attenzione critica che oggi è sempre più difficile trovare.
La forza del libro sta proprio in questo equilibrio: da una parte l’esperienza di uno dei più importanti osservatori della televisione italiana, dall’altra la capacità di non ridurre tutto a un giudizio definitivo. La TV non viene trattata come un reperto del passato, ma come un organismo vivo, contraddittorio, che continua a influenzare gusti, linguaggi e immaginario collettivo.
Cara televisione è una lettura che funziona anche per chi pensa di non guardare più la TV. Perché, in realtà, parla di molto altro: di come raccontiamo il mondo, di cosa scegliamo di vedere e di cosa ci scorre addosso senza che ce ne accorgiamo.
Ed è proprio qui che il libro colpisce: nel farci capire che la televisione, anche quando la critichiamo, continua a dirci qualcosa su di noi.
A vent’anni dal primo film, riesce in un’impresa che sembrava complicata: tornare in un mondo amatissimo senza vivere soltanto di nostalgia. Il rischio dei sequel tardivi è sempre lo stesso (inseguire il passato e limitarsi a strizzare l’occhio ai fan) ma qui c’è qualcosa di più interessante: il tentativo di raccontare come il tempo cambi le persone, il lavoro e perfino il potere.
Ritrovare Miranda, Andy, Emily e Nigel non è soltanto un gioco amarcord: è come rivedere vecchi conoscenti invecchiati insieme a noi, immersi però in un mondo completamente diverso, dove la carta è in crisi, i social impongono nuove regole e perfino un’istituzione come Runway deve fare i conti con il cambiamento.
Il film ha il merito di non fingere che siano ancora nel 2006: anzi, costruisce proprio sul passare del tempo il suo fascino maggiore.
E poi c’è quell’eleganza leggera che aveva reso speciale il primo capitolo: dialoghi affilati, moda usata come linguaggio narrativo e personaggi che continuano a muoversi in equilibrio tra ambizione, fragilità e ironia.
Certo, chi cerca soltanto la replica perfetta del primo film forse resterà spiazzato (se non addirittura deluso), ma proprio il fatto che provi a raccontare qualcosa di nuovo invece di vivere di citazioni è uno dei suoi punti di forza.
Il diavolo veste Prada 2 ricorda una cosa semplice: anche i personaggi che sembravano eternamente uguali, a un certo punto, devono fare i conti con il tempo.
In fondo è proprio questo a renderli ancora interessanti.