Ci sono annate storte e poi ci sono stagioni che lasciano addosso una sensazione peggiore: quella dello smarrimento. Il Milan di oggi sembra appartenere più alla seconda categoria. Perché perdere può capitare, sbagliare mercato pure, ma ciò che preoccupa davvero i tifosi rossoneri è la sensazione di un progetto che abbia smarrito direzione, idee e perfino carattere.
Il problema non è soltanto la mancata qualificazione alla prossima Champions League o il risultato dell’ultima partita con il Cagliari: il vero disastro del Milan sta nella percezione di una squadra che sembra incapace di riconoscersi. Per lunghi tratti della stagione si è vista una formazione fragile mentalmente, poco continua, spesso confusa tatticamente e incapace di reagire nei momenti decisivi. Una squadra che alterna lampi di talento a blackout inspiegabili.
Eppure le aspettative erano alte. Dopo anni di ricostruzione, il Milan sembrava aver trovato una strada: un’identità giovane, sostenibile, persino vincente. Lo scudetto aveva dato l’illusione di un ciclo pronto a consolidarsi. Invece qualcosa si è incrinato. Forse nella gestione tecnica, forse nelle scelte societarie, forse nella convinzione che bastasse poco per restare competitivi ai massimi livelli. Forse tutto quanto insieme.
Anche il mercato è finito inevitabilmente sul banco degli imputati. Troppi innesti che non hanno inciso davvero, troppe scommesse senza certezze, poca leadership nei momenti complicati. In certe partite il Milan è apparso una squadra senza guida emotiva, senza quella cattiveria agonistica che storicamente appartiene al DNA rossonero.
I grandi club attraversano momenti difficili: il rischio è normalizzare la mediocrità. Accettare che il Milan possa galleggiare senza ambizioni reali, vivendo di ricordi e di speranze rinviate all’anno successivo.
Cosa fare? Da tifoso, mi aspetterei una rivoluzione profonda basata su una programmazione seria (complimenti al Como).
Quale migliore momento di questo?
