Leão, il talento mai diventato guida

Mi chiedo: ma è normale che un giocatore con un contratto fino al 2028 (altri due anni, eh?), dica questo?

Personalmente penso di avere già dato tutto quello che avevo nel Milan. È stato un club che mi ha aiutato molto a crescere, che mi ha appoggiato nei momenti difficili e fortunatamente sono anche riuscito a scrivere il mio nome nella storia rossonera. […] Penso che tutti ovviamente abbiano dei sogni, delle ambizioni, delle sfide da voler affrontare. Io ambisco ad avere una nuova sfida in un nuovo campionato. E se questo dovesse accadere, sarei molto contento. Anche perché ho realizzato di aver fatto un buon lavoro al Milan. […] Adesso la cosa più importante per me è il Mondiale. Voglio fare un buon Mondiale, riuscire ad aiutare la mia Nazionale. E poi quando arriverà il momento, studierò le migliori opzioni per il futuro della mia carriera, per continuare a competere ai massimi livelli nel calcio europeo.

Rafael Leão è il simbolo perfetto di un talento sprecato a metà: ha tecnica, velocità, colpi da fuoriclasse, eppure troppo spesso nel Milan ha giocato come se la partita non lo riguardasse davvero. Un’azione straordinaria ogni tanto non può cancellare novanta minuti di superficialità e atteggiamenti svogliati. Nel calcio dei grandi, il talento senza carattere diventa solo un’illusione ripetuta. Il problema di Leão non è che sia scarso (non lo credo affatto e sono certo che ovunque andrà farà benissimo): è che da anni ci raccontano un campione che nei momenti decisivi continua a non presentarsi davvero.

Il fatto che non si renda conto che la pessima stagione del Milan sia anche colpa sua, non depone a suo favore. Certo, non esistono più i Maldini, i Totti o gli Zanetti (è il business, bellezza!), ma un po’ più di rispetto verso la maglia rossonera e sana autocritica non avrebbe guastato. 

Disastro Milan

Ci sono annate storte e poi ci sono stagioni che lasciano addosso una sensazione peggiore: quella dello smarrimento. Il Milan di oggi sembra appartenere più alla seconda categoria. Perché perdere può capitare, sbagliare mercato pure, ma ciò che preoccupa davvero i tifosi rossoneri è la sensazione di un progetto che abbia smarrito direzione, idee e perfino carattere.

Il problema non è soltanto la mancata qualificazione alla prossima Champions League o il risultato dell’ultima partita con il Cagliari: il vero disastro del Milan sta nella percezione di una squadra che sembra incapace di riconoscersi. Per lunghi tratti della stagione si è vista una formazione fragile mentalmente, poco continua, spesso confusa tatticamente e incapace di reagire nei momenti decisivi. Una squadra che alterna lampi di talento a blackout inspiegabili.

Eppure le aspettative erano alte. Dopo anni di ricostruzione, il Milan sembrava aver trovato una strada: un’identità giovane, sostenibile, persino vincente. Lo scudetto aveva dato l’illusione di un ciclo pronto a consolidarsi. Invece qualcosa si è incrinato. Forse nella gestione tecnica, forse nelle scelte societarie, forse nella convinzione che bastasse poco per restare competitivi ai massimi livelli. Forse tutto quanto insieme.

Anche il mercato è finito inevitabilmente sul banco degli imputati. Troppi innesti che non hanno inciso davvero, troppe scommesse senza certezze, poca leadership nei momenti complicati. In certe partite il Milan è apparso una squadra senza guida emotiva, senza quella cattiveria agonistica che storicamente appartiene al DNA rossonero.

I grandi club attraversano momenti difficili: il rischio è normalizzare la mediocrità. Accettare che il Milan possa galleggiare senza ambizioni reali, vivendo di ricordi e di speranze rinviate all’anno successivo.

Cosa fare? Da tifoso, mi aspetterei una rivoluzione profonda basata su una programmazione seria (complimenti al Como).

Quale migliore momento di questo?