Disastro Milan

Ci sono annate storte e poi ci sono stagioni che lasciano addosso una sensazione peggiore: quella dello smarrimento. Il Milan di oggi sembra appartenere più alla seconda categoria. Perché perdere può capitare, sbagliare mercato pure, ma ciò che preoccupa davvero i tifosi rossoneri è la sensazione di un progetto che abbia smarrito direzione, idee e perfino carattere.

Il problema non è soltanto la mancata qualificazione alla prossima Champions League o il risultato dell’ultima partita con il Cagliari: il vero disastro del Milan sta nella percezione di una squadra che sembra incapace di riconoscersi. Per lunghi tratti della stagione si è vista una formazione fragile mentalmente, poco continua, spesso confusa tatticamente e incapace di reagire nei momenti decisivi. Una squadra che alterna lampi di talento a blackout inspiegabili.

Eppure le aspettative erano alte. Dopo anni di ricostruzione, il Milan sembrava aver trovato una strada: un’identità giovane, sostenibile, persino vincente. Lo scudetto aveva dato l’illusione di un ciclo pronto a consolidarsi. Invece qualcosa si è incrinato. Forse nella gestione tecnica, forse nelle scelte societarie, forse nella convinzione che bastasse poco per restare competitivi ai massimi livelli. Forse tutto quanto insieme.

Anche il mercato è finito inevitabilmente sul banco degli imputati. Troppi innesti che non hanno inciso davvero, troppe scommesse senza certezze, poca leadership nei momenti complicati. In certe partite il Milan è apparso una squadra senza guida emotiva, senza quella cattiveria agonistica che storicamente appartiene al DNA rossonero.

I grandi club attraversano momenti difficili: il rischio è normalizzare la mediocrità. Accettare che il Milan possa galleggiare senza ambizioni reali, vivendo di ricordi e di speranze rinviate all’anno successivo.

Cosa fare? Da tifoso, mi aspetterei una rivoluzione profonda basata su una programmazione seria (complimenti al Como).

Quale migliore momento di questo?

L’ennesimo fallimento del calcio italiano

Atalanta, Inter, Juventus e Napoli che non hanno superato gli ottavi di Champions League, stasera le sconfitte di Bologna e Fiorentina in Europa e Conference League che precludono pesantemente il passaggio del turno: le notti europee, per le squadre italiane, stanno diventando sempre più un esercizio di nostalgia. Queste sconfitte in coppa non sono solo episodi sfortunati, ma il riflesso di un sistema che fatica a tenere il passo con il calcio che cambia.

Mentre in altri paesi si investe su infrastrutture, giovani e idee, in Italia si resta spesso aggrappati al passato: stadi vecchi, progettualità fragili, allenatori costretti a fare miracoli più che a costruire. Il risultato? Squadre che partono con entusiasmo e si spengono quando il livello si alza davvero.

Non è solo una questione tecnica: è mentale, culturale. Si gioca per non perdere, quando in Europa bisogna avere il coraggio di vincere. E quel coraggio, oggi, sembra merce rara.

Eppure il talento non manca. I giovani ci sono, le piazze pure, la passione non si discute. Serve però una visione diversa: meno alibi, più programmazione. Perché le sconfitte fanno male, ma possono anche essere un punto di partenza. 

A patto di voler davvero cambiare.