Egemonia senza cultura

C’è un equivoco diffuso quando si parla di egemonia culturale: immaginarla come un’imposizione dall’alto, un complotto di pochi o una semplice occupazione di spazi mediatici. In Egemonia senza cultura, Andrea Minuz prova invece a riportare il discorso su un terreno più concreto e, per certi versi, più inquietante: si può avere egemonia anche senza una vera cultura condivisa.

Il merito del libro è quello di evitare scorciatoie ideologiche e semplificazioni. Minuz non cerca colpevoli facili né indulge nella nostalgia di un’età dell’oro che forse non è mai esistita. Al contrario, osserva il presente con lucidità, mostrando come il potere culturale contemporaneo si eserciti spesso attraverso linguaggi impoveriti, dinamiche ripetitive e consumo rapido di contenuti più che attraverso idee forti e strutturate.

La lettura è stimolante proprio perché obbliga a interrogarsi: cosa resta della cultura quando diventa soltanto flusso? E chi costruisce davvero il senso comune in un’epoca dominata da algoritmi, frammentazione e attenzione ridotta?

Egemonia senza cultura è un saggio che non pretende di offrire risposte definitive, ma ha il pregio di mettere in moto domande intelligenti. Di questi tempi, roba rara.

Di cosa parliamo quando parliamo di egemonia culturale? Un secolo dopo Gramsci, questo concetto si ripresenta nel dibattito pubblico, dimostrando una presa sulla realtà che prescinde dalla stagione politica in cui si trova il paese: «ogni governo la evoca, ogni sconfitta elettorale la reclama, ogni schieramento ne denuncia il monopolio altrui, anche se nessuno sa più bene cosa sia». Un tempo ossessione incarnata dalla figura dell’intellettuale di partito, rimessa al centro della scena con la Seconda Repubblica, ritorna oggi, a sinistra, come recriminazione per una supremazia intellettuale ormai svanita, e a destra, come resa dei conti, vendetta, cambio di passo nella narrazione del paese. In questo libro, Andrea Minuz propone un itinerario tra dogmi e luoghi comuni per mettere in luce le ragioni della sua sorprendente tenuta: un viaggio ironico e scanzonato tra salotti culturali e talk show, festival e fiction Rai, per stabilire cosa resta di realmente egemone nell’egemonia culturale. Fumosa e malleabile, l’espressione tradisce nostalgia per un tempo in cui la cultura era un’istituzione intoccabile, incaricata di costruire un orizzonte condiviso. Un’epoca in cui non bisognava guardare lontano per sapere cosa leggere, cosa guardare, cosa pensare. Adesso invece le narrazioni si moltiplicano, esasperate dalla polarizzazione delle opinioni imposta dagli algoritmi social. Mentre la politica si scanna per mettere le mani sulle istituzioni culturali, la cultura vera – quella anarchica, caotica, fatta di serie TV, meme e consumi pop – è già andata da un’altra parte, beffandosi di chi vorrebbe ancora educare le masse. Alla fine, il verdetto è chiaro: il fantasma dell’egemonia tradisce soprattutto smarrimento, confusione e mancanza di categorie che abbiano ancora una qualche presa sul presente.

Magnifica humanitas

Magnifica humanitas è il titolo della prima enciclica di Leone XIV. L’annuncio è arrivato oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede, che ha precisato anche il contenuto del documento: un testo dedicato alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale.

La pubblicazione è prevista per il 25 maggio, mentre la firma del Pontefice risale al 15 maggio, data che coincide con il 135° anniversario della promulgazione della Rerum novarum di Leone XIII, richiamo simbolico che lega idealmente le due encicliche.

Un’enciclica papale non è soltanto un documento rivolto ai cattolici: è, prima di tutto, un gesto culturale e morale che si inserisce nel dibattito pubblico globale.

Quando un pontefice scrive un’enciclica, non parla solo alla propria comunità religiosa, ma tenta di offrire una chiave di lettura del presente. Temi come la giustizia sociale, la pace, l’ambiente, il lavoro o la dignità umana vengono affrontati con uno sguardo che non è politico in senso stretto, ma nemmeno neutrale: è uno sguardo che prova a tenere insieme etica, storia e responsabilità collettiva.

Il valore di un’enciclica sta anche nella sua capacità di rallentare il ritmo del discorso pubblico. In un’epoca dominata da opinioni rapide e reazioni istantanee, questi testi chiedono tempo: tempo per leggere, per comprendere, per discutere. Non offrono slogan, ma argomentazioni; non cercano consenso immediato, ma riflessione.

Un altro elemento importante è la sua dimensione universale: pur nascendo all’interno della tradizione della Chiesa cattolica, l’enciclica spesso si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà. È un invito a uscire dai confini identitari e a ragionare su problemi condivisi. In questo senso, ha spesso avuto un impatto che va oltre il mondo religioso, entrando nel dibattito politico, economico e culturale.

L’enciclica è anche un atto di memoria e di visione. Legge il presente alla luce di valori antichi, ma prova a immaginare il futuro: non pretende di avere risposte definitive, ma apre domande che restano aperte nel tempo.

Nel caso specifico, Magnifica humanitas è ancora più importante: è la prima enciclica di Leone XIV. All’interno di un pontificato, è una bussola: definisce lo sguardo sul mondo e le priorità del pontificato. Non è solo un testo, ma un indirizzo morale e culturale che segna l’inizio di un cammino e invita tutti al dialogo e alla riflessione.

Il tennis senza Sinner farà la fine dello sci senza Tomba?

Il tennis italiano sta vivendo un momento irripetibile. Si parla di ranking ATP al bar, si organizzano serate per vedere una semifinale in Australia o la finale a Roma. Perfino chi fino a ieri ignorava la differenza tra terra rossa ed erba oggi segue partite di quattro ore. Ma c’è una domanda che forse andrebbe posta adesso, nel pieno dell’entusiasmo: cosa resterà del tennis senza Jannik Sinner?

La storia dello sport italiano invita alla cautela. Per capire il rischio basta tornare indietro di qualche decennio e pensare ad Alberto Tomba. Negli anni Ottanta e Novanta lo sci alpino era un fenomeno popolare. La domenica mattina milioni di italiani seguivano slalom e giganti come se fossero finali dei Mondiali. Tomba non era solo un campione: era un personaggio capace di trasformare uno sport tecnico in uno spettacolo per tutti. Poi si è ritirato e lo sci, lentamente, è tornato a essere una passione per appassionati, con meno centralità e meno attenzione collettiva.

Il tennis rischia di vivere qualcosa di simile. Oggi il boom ha un volto preciso: Jannik Sinner. È lui che trascina ascolti (ieri pomeriggio TV8 con la finale degli Internazionali d’Italia ha registrato 2.894.000 spettatori – 23.2% di share – dalle 16:57 alle 19:41), genera discussioni, porta persone nuove davanti alla TV. Ma tifare un campione non significa necessariamente amare uno sport. È una differenza enorme. Molti seguono Sinner più del tennis: seguono la sua storia, le rivalità, la possibilità di assistere a qualcosa di storico.

Quando un fuoriclasse esce di scena (per età, infortuni o semplicemente perché il tempo passa) si scopre se è rimasta una cultura sportiva oppure solo un entusiasmo momentaneo.

Certo, rispetto ai tempi di Tomba ci sono differenze importanti: il tennis italiano oggi ha più praticanti, più circoli e una generazione competitiva, da Lorenzo Musetti a Matteo Berrettini, passando per Luciano Darderi e Jasmine Paolini. Ma la sfida vera non è vincere altri tornei: è fare in modo che il pubblico resti anche dopo Sinner.

Perché se l’amore dura solo finché c’è il fenomeno, il rischio è che il tennis italiano faccia la fine dello sci dopo Alberto Tomba: dal centro del racconto al silenzio, quasi senza accorgersene.

La chiamata – Storia di una donna argentina

La chiamata – Storia di una donna argentina di Leila Guerriero è uno di quei libri che ricordano perché il giornalismo narrativo, quando è fatto bene, può diventare letteratura senza perdere un grammo di verità: forse proprio per questo ha vinto il Premio Strega Europeo 2026.

Guerriero prende una storia reale e la attraversa con una pazienza rara, senza mai cedere alla tentazione del sensazionalismo o della scorciatoia emotiva. Al contrario: osserva, ascolta, scava.

La forza del libro sta proprio nello sguardo dell’autrice, capace di stare dentro le contraddizioni umane senza giudicare e senza semplificare. Ogni pagina sembra costruita con precisione artigianale, ma senza freddezza: c’è rigore, certo, ma anche empatia, attenzione ai dettagli, rispetto per il mistero delle persone.

La chiamata (edito da Sur e disponibile anche in ebook) è il tipo di libro che ti costringe a rallentare e a leggere con attenzione, perché non offre risposte facili né soluzioni comode: ti accompagna invece dentro una vicenda complessa e lascia che sia il lettore a fare i conti con dubbi, ambiguità e zone d’ombra.

In un’epoca che ama le opinioni veloci, è un libro che sceglie la profondità.

Nel 1976, durante la dittatura di Videla in Argentina, Silvia Labayru fu rapita, torturata, ridotta in schiavitù e costretta a dare alla luce la sua prima figlia in una stanza del centro di detenzione clandestino in cui era rinchiusa. All’epoca Labayru aveva vent’anni ed era una militante di Montoneros, un gruppo armato di matrice peronista. Fu rimessa in libertà nel giugno del ’78 e, sull’aereo diretto a Madrid, pensò che l’inferno fosse finito. Ma così non era. Ad aspettarla c’era il sospetto dei compatrioti in esilio: com’era possibile che fosse sopravvissuta e che avesse ancora con sé la bambina? Su di lei giravano voci di ogni genere: giovane, bella, bionda, viva – fra migliaia di desaparecidos –, fu accusata di aver tradito e di aver collaborato con i suoi aguzzini. Nel ripudio generale, riuscì a poco a poco a rifarsi una vita accanto agli amici rimasti. Nel 2018, complice un messaggio ricevuto da un uomo del passato, Labayru è tornata in Argentina, dove ha poi denunciato gli abusi sessuali subiti in cattività. Così la giornalista Leila Guerriero ha scoperto il suo caso e ha trascorso oltre due anni a intervistare Silvia e tutte le persone coinvolte per raccontare la storia del suo rapimento e della chiamata al padre che, per caso, un giorno di marzo del 1977, le ha salvato la vita.

Il sorpasso silenzioso del tennis sul calcio

Per anni il calcio è stato molto più di uno sport: una lingua comune, un rito domenicale, una religione civile: poi qualcosa si è incrinato. Non all’improvviso, ma lentamente. Mentre il pallone diventava sempre più caro, spezzettato tra abbonamenti, polemiche arbitrali, presidenti folkloristici e campionati spesso prevedibili, il tennis ha iniziato a fare capolino nelle abitudini degli italiani.

Prima in punta di piedi, poi con prepotenza.

Il merito è certamente dei risultati: da Jannik Sinner a Lorenzo Musetti, da Luciano Darderi alla coppia Bolelli – Vavassori, passando per un movimento finalmente competitivo, il tennis italiano ha smesso di essere l’eterna promessa per diventare protagonista.

Basti vedere i numeri: gli Internazionali di Roma quest’anno hanno raccolto oltre 400.000 presenze paganti. 22 anni fa erano 58.127, nel 2006 circa 77.000, 12 anni fa 175.697, nel 2023 298.537.

Sarebbe però troppo riduttivo spiegare tutto solo con le vittorie.

Il tennis oggi piace perché racconta storie più semplici da seguire: un atleta, il suo talento, la sua testa, i suoi limiti. Nessun alibi, poche scuse, niente è colpa del mister o del mercato. Se perdi, perdi. Se vinci, te lo sei preso punto dopo punto. In un’epoca in cui molti italiani sembrano stanchi del rumore di fondo, questa chiarezza affascina.

Anche il modo di guardarlo è cambiato: il tennis si consuma meglio sui social, nei video brevi, nei momenti iconici. Una partita può diventare epica senza bisogno di appartenere a una tifoseria storica.

Il calcio resta enorme, naturalmente, ma non è più solo in salotto. E forse questa è la vera notizia: gli italiani non hanno smesso di amare lo sport, hanno semplicemente cambiato il modo di emozionarsi.

Sacrifici #410

Spaghetti integrali con frutti di mare.

La fragilità dei libri

I libri sono oggetti fragili: si piegano, si macchiano, si rovinano, ingialliscono. Basta poco: una caduta, l’umidità, il tempo. Eppure continuano a sopravvivere a chi li legge.

C’è qualcosa di paradossale in questa fragilità: dentro un oggetto così vulnerabile possono restare idee potentissime, emozioni, vite intere. Un libro può attraversare decenni passando di mano in mano, conservando sottolineature, appunti, pieghe agli angoli. Segni minuscoli che raccontano non solo il testo, ma anche chi lo ha abitato.

Poi, ci sono volumi che si rovinano con più facilità rispetto ad altri, come scrive Massimo Mantellini sul suo blog

Sto leggendo questo romanzo che è stato qualche anno fa un grande successo editoriale. Sono a pagina 80 e non ho idea se mi piacerà oppure no. Ne scrivo perché una delle ragioni per cui l’ho comprato è che è un libro di Sellerio di oltre mille pagine. Mi piacciono i libri di Sellerio, mi sono sempre piaciuti in generale e mi piacciono ancora di più quando sono spessi. In particolare mi piacciono perché la copertina blu, la bellissima esile copertina blu in cartoncino dei libri grossi di Sellerio, mentre li leggi, un po’ alla volta, si rovina. Si rovina comunque, anche se tu sei cauto e i libri che leggi sei abituato a trattarli bene. Sembrano fatti apposta per rovinarsi i libri di Sellerio, per mostrarti il tempo che hai dedicato a leggerli. Spesso ho pensato (probabilmente sbagliandomi di molto) che una simile fragilità sia intenzionale, che quei bordi che si increspano e che da blu, un po’ alla volta, diventano bianchi, siano una scelta. In ogni caso quel libro cambierà sotto le tue mani, ogni volta che lo sfogli e tutte le volte che lo appoggi, e così facendo diventerà parte di te. Che è poi quello che i buoni libri fanno di solito ma in una maniera di solito differente.

I libri non danno mai l’impressione di essere invincibili: chiedono attenzione, cura, presenza. E in un mondo sempre più immateriale, continuano a ricordarci che la cultura ha anche un corpo: carta, copertina, pagine che si consumano.

La loro forza, in fondo, sta proprio lì: nell’essere fragili e resistenti allo stesso tempo.

Allora, ragioniere, che fa? Batti?

L’Inter vince la Coppa Italia e i fuochi d’artificio sparati all’Olimpico annebbiano la partita tra Darderi e Jodar agli Internazionali di Roma.

Siamo un paese meraviglioso.

I vent’anni di Spotify: la playlist dei ricordi

In occasione del suo ventesimo compleanno Spotify ha reso disponibili le statistiche degli ascolti di ogni utente da quando ha effettuato l’iscrizione sulla piattaforma.

Nel mio caso, parliamo di oltre tredici anni.

In vent’anni Spotify ha cambiato radicalmente il nostro modo di ascoltare musica: ha reso tutto immediato, infinito, disponibile ovunque. Ma insieme alla comodità è cambiato anche il rapporto con le canzoni: meno attesa, meno ritualità, più consumo veloce.

Spotify ha democratizzato l’ascolto e trasformato artisti sconosciuti in fenomeni globali. Allo stesso tempo ha spinto la musica dentro logiche sempre più algoritmiche che ci pongono davanti a un interrogativo: ascoltiamo davvero di più o semplicemente più in fretta?

Nonostante questo, è stato simpatico sapere che la prima canzone che ho ascoltato in assoluto è stata Volami nel cuore di Mina (per un millennial come me, la musica non è sottofondo: è archivio emotivo) e che l’artista che ho riprodotto più spesso è stato Francesco De Gregori (le sue canzoni non si ascoltano davvero fino in fondo la prima volta: restano lì e spesso iniziano a spiegarsi molti anni dopo).

Vedere poi la playlist con la classifica dei brani più ascoltati (in totale controtendenza rispetto a quelli più sentiti nello stesso periodo in tutta Italia), mi ha inevitabilmente fatto fare un tuffo nel passato con il giusto mix tra ricordi e nostalgia.

Il tempo, ascoltando musica, non scorre in avanti: si stratifica. Ogni ascolto aggiunge una versione nuova sopra quella precedente, senza cancellarla davvero.

E forse è per questo che certe canzoni non finiscono mai: non appartengono a un momento preciso, ma a tutti i momenti in cui siamo stati abbastanza diversi da risentirle come se fosse la prima volta.

Il Giro d’Italia in Bulgaria

C’è un evidente paradosso nel fare partire il Giro d’Italia dalla Bulgaria considerando sia una corsa nata per raccontare il Paese, le sue strade, i suoi paesaggi.

In realtà non è una novità assoluta: il Giro ha già avuto Grand Départ all’estero in diverse edizioni, per ragioni sportive, economiche e di visibilità globale. Ma ogni volta la sensazione è la stessa: un piccolo spostamento simbolico, che apre una discussione più grande su cosa rappresenti oggi il ciclismo.

Da un lato c’è l’apertura internazionale, la necessità di rendere l’evento più globale, più competitivo sul piano mediatico. Dall’altro, però, resta l’identità storica della corsa: il legame con l’Italia, con le sue salite iconiche, le sue città, la sua geografia emotiva oltre che sportiva.

Vedere il Giro partire o svolgersi lontano dalle sue strade solleva una domanda semplice ma inevitabile: quanto può cambiare un evento senza perdere ciò che lo rende riconoscibile?

Forse la risposta sta proprio nell’equilibrio: il Giro d’Italia può anche attraversare altri paesi, ma continua a essere, nel nome e nell’immaginario, una narrazione dell’Italia. E ogni volta che si sposta, in fondo, ci ricorda proprio questo: che l’identità di una corsa non sta solo nel luogo, ma nel modo in cui viene raccontata.