Il paradiso dei libri non letti

Acquistare un libro che forse non verrà mai letto è un gesto di speranza: il desiderio di vedersi diversi, magari migliori. È come una promessa fatta a se stessi.

Il vero problema non è avere una libreria piena di volumi ancora da aprire, magari in disordine, coperti di polvere e a tratti perfino imbarazzanti per le aspettative disattese: quella libreria resta comunque un paesaggio, una sorta di mappa delle proprie curiosità e aspirazioni, un piccolo museo di buone intenzioni.

No Other Choice – Non c’è altra scelta

Ci sono film che ti prendono per mano e altri che ti costringono a camminare da solo. No Other Choice – Non c’è altra scelta (in programmazione su Sky proprio in questi giorni) appartiene alla seconda categoria: non consola, non addolcisce, ma lascia addosso una lucidità quasi brutale che, paradossalmente, fa bene.

Con la regia di Park Chan-wook (sempre chirurgico quando si tratta di scavare nelle contraddizioni umane), il film costruisce una storia tesa e asciutta, dove ogni scelta pesa e ogni silenzio dice più di mille dialoghi. Non c’è spazio per scorciatoie morali: i personaggi si muovono dentro un mondo che somiglia fin troppo al nostro, fatto di compromessi, necessità e quella sensazione scomoda che, a volte, davvero non ci sia alternativa.

La forza del film sta proprio qui: non nel colpo di scena, ma nella coerenza. Tutto torna, anche quando fa male: e mentre guardi, ti accorgi che stai facendo i conti non solo con la storia, ma con te stesso.

È cinema che non cerca di piacere a tutti, e proprio per questo resta. Quando finiscono i titoli di coda, non hai la sensazione di aver visto un film, ma di aver attraversato qualcosa.

E oggi, tra storie spesso costruite per essere dimenticate in fretta, non è poco.

Lucarelli, Alliva e la Vertigine del già visto (ma non troppo)

Con il continuo bombardamento di notizie, questa vicenda della scorsa settimana mi era passata del tutto sotto traccia: l’ho recuperata solo nel weekend, grazie alla newsletter de Il Post sul dannato futuro dei giornali.

In breve, Selvaggia Lucarelli ha rilanciato alcune segnalazioni arrivate da alcuni lettori sul libro Vertigine di Simone Alliva, firma del quotidiano Domani: al centro delle critiche ci sarebbero alcuni passaggi del testo ritenuti troppo simili a contenuti già pubblicati altrove. Alliva è intervenuto inizialmente su Instagram parlando di un errore, annunciando anche la cancellazione della presentazione milanese del libro (che si doveva svolgere alla Libreria Antigone, che sull’annullamento ha risposto così). In seguito ha deciso di chiudere i propri profili social, sia su Instagram che su Twitter.

Tutta la storia la trovate qui.

La vicenda mette ancora una volta in evidenza un meccanismo ormai abbastanza tipico del dibattito online: la velocità con cui una questione editoriale si trasforma in caso pubblico. Al di là delle singole responsabilità (nel caso specifico, la ricostruzione della Lucarelli mi sembra francamente precisa e inattaccabile), colpisce soprattutto la dinamica. Una segnalazione, la diffusione sui social, la reazione immediata, poi il ritiro dal confronto pubblico. Tutto avviene in tempi molto rapidi, spesso prima che si possa costruire una discussione davvero approfondita.

Il punto non è solo stabilire cosa sia successo, ma osservare come oggi si sviluppino queste controversie: tra piattaforme e con la pressione costante dell’opinione pubblica. In questo contesto, anche gli errori non restano mai circoscritti, ma diventano immediatamente narrativi, parte di una storia più grande.

E forse è proprio questo l’aspetto più interessante: non tanto il singolo episodio, quanto il modo in cui il sistema mediatico contemporaneo lo amplifica, lo trasforma e lo rende rapidamente irreversibile.

Veltroni intervista l’AI

Ho letto con curiosità l’intervista di Walter Veltroni a Claude, una delle più avanzate applicazioni di intelligenza artificiale.

Non è il primo a legare il mondo del giornalismo con quello delle nuove tecnologie (in Italia, Il Foglio fa uscire settimanalmente un inserto con articoli scritti esclusivamente dall’AI): a questo giro però l’esperimento non mi sembra particolarmente riuscito.

C’è una cerchia di intellettuali (spesso di sinistra) che sembra parlare soprattutto a se stessa: produce contenuti che si credono brillanti, spesso scollegati dalla realtà, e li offre a un pubblico sempre più ristretto e autoreferenziale. Il problema non è l’ironia o la sperimentazione, ma la distanza: il rischio è restare chiusi in una bolla che scambia l’autocompiacimento per analisi.

Una donna non può

Francesca Michielin è una delle voci più interessanti della musica italiana contemporanea, non tanto per il successo (che pure non le manca) quanto per il modo in cui lo gestisce.

Fin dagli inizi ha mostrato una cosa rara: la capacità di evolversi senza perdere identità. Dai primi brani più pop fino ai lavori più recenti, il suo percorso è stato una ricerca continua, tra sperimentazione e accessibilità. Non ha mai scelto la strada più facile, ma quella più coerente.

Uno degli aspetti più riconoscibili è la scrittura: i suoi testi non cercano l’effetto immediato, ma costruiscono atmosfere, raccontano stati d’animo con una delicatezza che evita la retorica. C’è una sensibilità che si percepisce anche nei momenti più leggeri.

Dal punto di vista musicale ha saputo muoversi tra generi diversi, contaminando il pop con elettronica, indie e influenze internazionali. Senza mai sembrare fuori posto. È una versatilità che non nasce dal calcolo, ma dalla curiosità.

C’è poi un elemento spesso sottovalutato: la sua credibilità. In un panorama in cui l’immagine conta molto, lei ha costruito un rapporto autentico con il pubblico, basato più sulla sostanza che sulla costruzione.

Francesca Michielin non è solo un’artista pop. È un percorso in movimento, fatto di scelte, tentativi e cambiamenti. E forse è proprio questo che la rende così interessante: non smette mai di cercare.

È da poco uscito il suo nuovo singolo Una donna non può in cui affronta il tema della differenza di genere partendo da una formula diretta, quasi provocatoria: il titolo richiama tutte quelle frasi che, ancora oggi, provano a stabilire cosa una donna possa essere, fare, dire o desiderare. Sicuramente, da ascoltare.

Alex Zanardi

Scrivere qualcosa su Alex Zanardi significa toccare qualcosa che va oltre lo sport. È una di quelle storie che non si limitano a essere raccontate: restano, si sedimentano, cambiano il modo in cui guardi le cose.

Perché Zanardi non è stato solo un campione. È stato, ed è, un’idea ostinata di possibilità. Dopo l’incidente del 2001, quando la sua vita sembrava essersi spezzata, ha fatto qualcosa di raro: non ha solo ricominciato, ha riscritto il senso stesso di andare avanti. Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per restare fedele a sé stesso.

E poi c’è quel sorriso, che torna sempre quando si parla di lui: non come immagine costruita, ma come modo di stare al mondo. Una leggerezza che non nega il dolore, ma lo attraversa.

Negli anni abbiamo imparato a riconoscerlo così: non come simbolo perfetto, ma come presenza vera. Qualcuno che, senza grandi proclami, ha insegnato che la fragilità non è la fine di qualcosa, ma può essere l’inizio di una forma diversa di forza.

Forse è questo che rende la sua storia così potente: non ci chiede di essere come lui. Ci chiede solo di non arrenderci troppo in fretta.

Il libro dei libri proibiti

Il libro dei libri proibiti è uno di quei volumi che, già dal titolo, promettono un viaggio affascinante dentro la storia delle idee: più che un semplice elenco di testi censurati, è una mappa delle paure che, nei secoli, hanno attraversato società, istituzioni e poteri.

Dalla Chiesa alla politica, dalla morale alle dittature, ciò che emerge è un filo comune: il timore della parola libera. I libri proibiti non sono mai stati davvero pericolosi in sé, ma per ciò che potevano generare. Pensiero critico, dubbio, immaginazione. Tutto ciò che sfugge al controllo.

Il libro funziona proprio perché non si limita a raccontare i divieti, ma li contestualizza. Ogni opera censurata diventa una storia dentro la storia: di chi ha scritto, di chi ha vietato, di chi ha letto comunque. E spesso si scopre che ciò che ieri era considerato scandaloso o sovversivo oggi è parte del patrimonio culturale condiviso.

C’è anche una riflessione implicita sul presente. La censura non è scomparsa, ha solo cambiato forma. Non sempre è esplicita, non sempre arriva dall’alto. A volte passa attraverso dinamiche più sottili: economiche, sociali, culturali.

Il libro dei libri proibiti è, in fondo, un invito a leggere con maggiore consapevolezza. Perché ogni volta che un libro viene vietato, non è solo un testo a essere colpito: è la possibilità stessa di pensare liberamente.

Dai libri bruciati insieme ai loro autori nella Cina del III secolo avanti Cristo, fino a Ipazia, massacrata per la sua femminile saggezza. Dal libro sulla commedia di Aristotele ai volumi distrutti nel 642 nella biblioteca di Alessandria. Dal «falò delle vanità» promosso a Firenze nel 1497 da Girolamo Savonarola ai manoscritti maya bruciati dalla Santa Inquisizione. Dall’Index Librorum Prohibitorum del 1559 alla condanna per oscenità del Marchese de Sade, fino ai «Bücherverbrennungen» dei nazisti per poi arrivare a “Lolita” di Nabokov, ai “Ragazzi di vita” di Pasolini e perfino a “Winnie the Pooh” di Milne. E ancora Henry Miller, Jack Kerouac, Louis-Ferdinand Céline e molti altri autori, indicati nel tempo e nelle sue imprevedibili pieghe di volta in volta come «proibiti». Da sempre il potere considera i libri una delle armi più pericolose ed eversive per l’ordine costituito, per la morale, per il rispetto delle regole. La censura, ma anche semplicemente l’etica pubblica, la politica, e soprattutto la Chiesa e le varie dittature in ogni luogo del pianeta hanno deciso o tentato di decidere lungo la storia cosa la gente doveva o non doveva leggere. Perché i libri sono senza alcun dubbio uno degli elementi che costituiscono la libertà degli esseri umani.

Niccolò Fabi e il senso di responsabilità

Il Concerto del Primo Maggio è da anni una fotografia in tempo reale di ciò che sta succedendo nella musica italiana. Ogni edizione mescola generi, linguaggi, pubblici diversi. Non sempre con equilibrio, ma quasi sempre con una direzione chiara: intercettare ciò che si muove adesso. Sul palco convivono nomi consolidati e artisti emergenti, creando un contrasto che spesso racconta più di tante classifiche.

È qui che il concertone diventa un termometro: non misura solo il successo, ma le tendenze. Si capisce cosa sta crescendo, cosa sta cambiando, quali suoni stanno diventando centrali. L’urban che si trasforma, il pop che si ibrida, l’indie che si reinventa: tutto passa da lì, in forma magari imperfetta, ma visibile.

Certo, non è uno spazio neutro: ci sono scelte editoriali, equilibri televisivi, momenti più costruiti. Ma proprio per questo resta interessante: perché prova a tenere insieme musica, racconto e pubblico.

Alla fine, il Concertone non dice cosa sarà la musica italiana, ma spesso anticipa cosa potrebbe diventare. Durante quello di quest’anno mi hanno molto colpito le parole di Niccolò Fabi (sì, ok, sono di parte: è uno dei miei cantautori preferiti)

Voglio dedicare questa canzone a una categoria molto particolare di lavoratori: agli artisti, ai musicisti, ai lavoratori dello spettacolo. Praticamente a tutti noi che siamo qui davanti a voi, per ricordarci del senso di responsabilità che abbiamo quando scegliamo di scrivere o cantare delle cose. Le parole che usiamo possono essere detonatori di individualismo, approssimazione, violenza, così come amplificatori di sensibilità, di attenzione all’altro e di pace. E credo che mai come in questo momento storico la pace vada raccontata e vada praticata.

C’è una sensazione diffusa nella musica italiana (e non solo): il linguaggio si è fatto più duro, più esplicito, spesso volutamente volgare. Non è una novità, ma oggi sembra diventato quasi uno standard. Le canzoni riflettono ciò che accade fuori. Il punto è capire se raccontano o se amplificano: quando la provocazione diventa formula, resta solo il rumore. E forse la vera sfida è tornare a dare peso alle parole.

In questo contesto, le parole delicate di Niccolò Fabi sembrano molto più rivoluzionarie di certe frasi urlate.

Primo Maggio

Il Primo Maggio è una di quelle date che sembrano scontate, ma non lo sono affatto: ogni anno torna con il suo carico di significato, e ogni anno costringe a fare i conti con cosa sia diventato davvero il lavoro.

Nato come giornata di rivendicazione, il Primo Maggio parla ancora di diritti, ma in un contesto profondamente cambiato: oggi il lavoro è spesso precario, frammentato, meno riconoscibile. Non è più solo fabbrica o ufficio: è consegna, piattaforma, algoritmo. Cambia forma, ma non sempre migliora.

C’è poi una distanza sempre più evidente tra chi ha tutele e chi no. Tra chi può permettersi di scegliere e chi deve accettare. E in mezzo, una sensazione diffusa di instabilità che riguarda intere generazioni.

Celebrare il Primo Maggio, allora, non è solo guardare al passato: è chiedersi che valore diamo oggi al lavoro. Se è ancora uno strumento di dignità o se, troppo spesso, è diventato qualcosa da inseguire a qualsiasi costo.

Non è una festa (forse un po’ anacronistica) che si esaurisce in un giorno: è una domanda aperta, che resta anche quando finiscono le celebrazioni.