Pellegrino contro Sinner

La sfida tra Andrea Pellegrino e Jannik Sinner, più che una rivalità reale è un confronto che nasce soprattutto dall’immaginario del tennis italiano di oggi: quello di una generazione che sta cercando spazio accanto a un fenomeno già affermato a livello mondiale.

Sinner rappresenta ormai un punto fermo: continuità, risultati, presenza stabile ai vertici del circuito. Il suo tennis è essenziale, costruito su ritmo e solidità, con una crescita che lo ha portato rapidamente nell’élite internazionale.

Pellegrino, invece, incarna un percorso diverso: quello di un giocatore che ha dovuto costruire la propria carriera tra qualificazioni, tornei minori e occasioni da conquistare passo dopo passo. Un tennis meno mediatico, ma non meno significativo nel raccontare la profondità del movimento italiano.

Mettere i due nomi nello stesso titolo significa, in realtà, osservare due livelli diversi dello stesso ecosistema: da una parte il vertice assoluto, dall’altra la fatica quotidiana di chi prova a risalire la classifica.

Non c’è una vera sfida diretta, ma c’è un confronto implicito tra percorsi. E questo rende il discorso interessante: perché racconta un tennis italiano che non è fatto solo di un campione, ma anche di una base che continua a provare a emergere.

Un ragionevole dubbio

Da diversi giorni siamo sommersi dalle notizie sui nuovi sviluppi del caso Garlasco.

Le ipotesi si moltiplicano, gli elementi scientifici da analizzare sono tantissimi e i riferimenti temporali da ricostruire rendono tutto ancora più complesso.

In mezzo a questo caos mediatico e giudiziario, però, continua a tornarmi in mente una sola domanda: quando, durante un’indagine o un processo, esiste il ragionevole dubbio che le prove non siano sufficienti per condannare una persona, quale rischio è preferibile correre? Quello di mandare in carcere un possibile innocente oppure quello di lasciare libero un possibile colpevole?

Abbandonare un libro non è un crimine

Quante volte abbiamo continuato a leggere un libro solo per senso di colpa, non perché ci stesse piacendo? La verità è che lasciare un libro a metà non è un fallimento: è un atto di onestà verso voi stessi.

Leggere dovrebbe essere un piacere, non un obbligo. Se un libro ci annoia, irrita o confonde, perché continuare? Il mondo è pieno di storie che aspettano di catturare la nostra attenzione e il nostro tempo è prezioso.

Non tutti i libri sono per tutti, e va bene così. Abbandonare un libro ci libera, ci permette di scegliere letture che ci emozionano davvero e insegna a fidarci del nostro istinto.

La prossima volta che un libro non ci prende, chiudiamo senza rimpianti e andiamo a caccia di qualcosa che ci faccia battere il cuore.

Le città di pianura

I premi, notoriamente, bisogna saperli demeritare. Gli autori hanno fatto di tutto per evitare la celebrazione, e anche gli attori magistrali, elettrici, sornioni e imbriagoni (Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi). Di tutto hanno fatto il montatore (Paolo Cottignola), il musicante (Krano), i produttori (Marta Donzelli, Gregorio Paonessa), ma insieme con tutti gli altri non ci sono riusciti. Per una volta i David di Donatello hanno offerto un tripudio di doni meritati a chi non fellineggia a vanvera, a chi non insegue la pigrizia dell’intimismo ideologico, a chi non solletica il banale estetizzante che è in noi, a un capolavoro che è anche un manifesto di cinema e letterario.

Giuliano Ferrara sul Foglio weekend di questa settimana.

Il piacere di fare ciò che non serve

C’è una cosa sottile che molti stanno iniziando a notare, anche senza darle subito un nome: la perdita del piacere di fare ciò che non serve.

Non ciò che è inutile in senso assoluto, ma ciò che non produce un risultato, non ottimizza, non entra in una casella misurabile: leggere senza motivo preciso, scrivere senza pubblicare, camminare senza contapassi, pensare senza arrivare a una conclusione.

Abbiamo interiorizzato l’idea che ogni gesto debba avere una funzione e così anche il tempo libero, lentamente, si è riempito di piccoli obiettivi. Persino il riposo è diventato recupero prestazioni.

Il problema è che, così facendo, si perde qualcosa di difficile da recuperare: la gratuità. Quel tipo di attività che non porta da nessuna parte, ma che proprio per questo lascia spazio mentale, emotivo e creativo.

Eppure, molte delle cose che oggi consideriamo più importanti nascono proprio lì: nel tempo non finalizzato, negli intervalli, nelle pause non giustificate.

Forse non si tratta di tornare indietro, ma di reimparare una cosa semplice: non tutto deve servire a qualcosa.

Alcune cose servono proprio perché non servono a niente.

La cura

La cura di Concita De Gregorio è uno di quei libri che non cercano di stupire, ma di restare. E ci riesce, con una semplicità solo apparente.

Al centro c’è una parola abusata (per l’appunto cura) che qui torna ad avere peso, non come concetto astratto, ma come gesto concreto, quotidiano, quasi necessario. Prendersi cura degli altri diventa un modo per restare in piedi, per attraversare il dolore senza esserne travolti. 

La scrittura è intima, ma mai chiusa. Concita De Gregorio riesce a tenere insieme fragilità e lucidità, senza cadere nella retorica. Parla di dolore, di malattia, di assenza, ma lo fa con una leggerezza che non è superficialità: è equilibrio.

Quello che colpisce è il tono: non c’è mai compiacimento, mai l’urgenza di spiegare tutto. Il libro lascia spazio, respira, si muove per immagini e sensazioni più che per tesi. Ed è proprio lì che arriva.

La cura è una lettura breve (176 pagine per Einaudi – Stile Libero), ma intensa. Non dà risposte definitive, ma cambia leggermente il modo in cui guardi le cose. E in un momento in cui tutto sembra accelerare, riesce a fare una cosa rara: ti costringe a rallentare.

Toccante e lieve, intimo e pieno di umanità, questo libro racconta come prendersi cura degli altri sia l’unico modo per prendersi cura di sé. Perché anche nella fragilità e nei guasti la vita non smette di incantarci, di rivelarci nuovi mondi. «Alla fine di una lunghissima disciplina di terapia e rigore qualcosa devo aver capito meglio. Forse, azzardo: siccome il dolore arriva da solo e comunque arriva sempre, non ne serve altro. Al contrario. Serve bellezza, per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio». Un giorno d’agosto una donna si prepara a stare via per un po’. Lascia una lettera di istruzioni ai figli, perché anche in sua assenza possano trovare le cose che non trovano mai. Per esempio i doposci. Non è la stagione dello sci, ma chissà quando lei potrà tornare. Questa è la sua storia. Non è il diario di una malattia, ma la testimonianza esatta che nessuno si salva da solo. A risuonare in queste pagine sono le voci degli altri. La voce di Angelina, che ha il piglio di una capobanda e tratta le altre pazienti con tenerezza. La voce del Professore, cresciuto in un paesino dell’Aspromonte e diventato un luminare, che non dimentica le sue origini. La voce di un infermiere che impiantandoti un port endovenoso ti chiede quale sia la tua canzone preferita, e te la canta. In questa sinfonia di voci ci sono risate e stupore, sopracciglia tatuate e purè di carote, sigarette fumate di nascosto e pennarelli che disegnano sul corpo, madri che si preoccupano dei piedi freddi e uomini che conoscono la «logistica dell’amore». Ci sono l’intelligenza e la sensibilità di una scrittrice che ribalta ogni stereotipo, sulla malattia come sulla cura, e che è troppo curiosa delle persone per non raccontarle, perché sa che solo attraverso le storie altrui scopriamo la nostra.

Sul Pulitzer ad Hannah Natanson

La giornalista del Washington Post Hannah Natanson è stata perquisita a gennaio dall’FBI, che le ha portato via il suo computer, i suoi telefoni, il suo smartwatch.

Li hanno sequestrati in un’indagine classificata come fuga di notizie: non era lei il bersaglio e non è stata accusata di alcun crimine. Aveva semplicemente più di 1100 fonti governative confidenziali.

Ieri, lei e il suo team hanno vinto il Pulitzer per il Servizio Pubblico. Perché, in mezzo alla pressione e alla paura, ha continuato a raccontare l’impatto umano a seguito delle scelte dell’amministrazione Trump.

Il giornalismo coraggioso non si spegne facilmente: tanto meno quando dà davvero fastidio al potere.

Le webliografie

Sono un consumatore seriale di libri (l’oggetto cartaceo ha in me un fascino indescrivibile). Negli ultimi anni, se ci fate caso, spesso alla fine, i volumi si sono ampliati con la presenza delle webliografie (o sitografie): queste, però, hanno portato una serie di problematiche che a oggi non credo siano del tutto risolte.

Mi spiego meglio: in un libro cartaceo, indicare una fonte online significa, in teoria, riportare l’URL completo: ma chi ha davvero voglia di riscrivere a mano indirizzi interminabili pieni di simboli, passando continuamente dalla carta allo schermo?

Allora mi sono fatto una domanda: non sarebbe più utile indicare solo la homepage del sito, il nome dell’autore (quando c’è) e soprattutto il titolo esatto del testo? Con titolo e autore, una ricerca su Google porta quasi sempre al risultato giusto in pochi secondi.

E, nel frattempo, la pagina resta più pulita, meno ingombrata.

Editor, mi leggete?

Ranucci VS Nordio

La diatriba tra Sigfrido Ranucci e Carlo Nordio è l’ennesimo episodio di un confronto che in Italia torna ciclicamente: quello tra informazione e potere.

Da una parte c’è il lavoro giornalistico, con la sua vocazione a indagare, mettere in discussione, portare alla luce ciò che resta opaco. Dall’altra c’è l’istituzione, che rivendica limiti, responsabilità e, spesso, il rischio di semplificazioni o forzature nel racconto mediatico.

Il punto interessante, più che lo scontro in sé, è il terreno su cui avviene: non è solo una questione personale o politica, ma culturale. Riguarda il ruolo dell’informazione oggi: quanto può spingersi, come deve farlo, e quale rapporto deve mantenere con chi esercita il potere.

Il rischio, come spesso accade, è che il dibattito si polarizzi. Da un lato chi difende a priori il giornalismo, dall’altro chi lo accusa di spettacolarizzazione. In mezzo, però, resta una domanda più complessa: come si costruisce un’informazione credibile, capace di essere critica senza perdere rigore?

Di tutto quello che ho letto in questi giorni, il punto di vista che più mi rispecchia è quello di Massimo Mantellini, che sul suo Substack ha scritto

A me quello di Sigfrido Ranucci non pare un errore ma un metodo di lavoro. Spari una cazzata che faccia molta eco e poi provi a costruirci intorno un po’ di prove. Se non ci riesci chiedi vagamente scusa. Il contrario del giornalismo.

Riflettendoci un po’ su, in questi ultimi anni il modo di fare giornalismo di Report spesso viene preso (soprattutto da una parte ben definita di elettorato) come esempio di ottimo servizio pubblico: si basa su inchieste approfondite e su una forte vocazione a portare alla luce ciò che resta nascosto. Punta su documenti, testimonianze e ricostruzioni dettagliate, ma viene spesso criticato per il tono assertivo e per il rischio di semplificare temi complessi. Più che giornalismo, clamore mediatico.

Non sempre mi sono trovato d’accordo con alcune inchieste e spesso non ne ho condiviso i metodi.

Un po’ come avviene per Le iene, la sensazione è che si cerchi prima il caso e successivamente le prove per dare forza all’interrogativo.

Come scrive Mantellini, esattamente il contrario del giornalismo.

La grazia

Uno dei film candidati ai David di Donatello di quest’anno (la cui premiazione è prevista domani sera), è La Grazia di Paolo Sorrentino, che personalmente ho trovato molto bello (ma sono di parte: adoro il cinema del regista campano).

È uno di quei film che non cercano di spiegarsi subito: preferiscono restare sospesi, lasciare spazio, chiedere allo spettatore di entrare piano.

Sorrentino, dopo È stata la mano di Dio e Parthenope, torna a un cinema profondamente visivo, dove ogni inquadratura sembra costruita per dire qualcosa anche senza parole. Ma questa volta c’è una leggerezza diversa, meno barocca, più trattenuta: non rinuncia alla sua estetica, ma la usa con maggiore misura.

Il cuore del film sta tutto nel titolo: la grazia come qualcosa di fragile, intermittente, che appare e scompare: non è un concetto religioso in senso stretto, ma una condizione, un momento in cui tutto sembra trovare un equilibrio, anche solo per un attimo.

I personaggi si muovono dentro questa tensione continua tra vuoto e ricerca: non sono mai completamente definiti, e proprio per questo risultano più veri. C’è una malinconia diffusa, ma mai pesante, attraversata da momenti di ironia sottile (tipica, a dire il vero, del cinema di Sorrentino).

La grazia è un film che non si impone, ma resta. Non cerca il consenso immediato, ma costruisce un’esperienza che continua anche dopo la visione. E forse è proprio questo il suo merito più grande: lasciare qualcosa che non si esaurisce nei titoli di coda.

(per chi lo volesse recuperare, sarà in programmazione su Netflix dal 13 maggio)