Chi legge?

C’è un aspetto che ogni volta mi rattrista durante le belle giornate trascorse al mare: sembra che quasi nessuno legga più.

Escludendo me, riesco a contare sulle dita di una mano le persone che hanno con sé un libro, un iPad o un Kindle. Giornali, neanche a parlarne.

Ormai sembrano appartenere a una specie sempre più rara, quasi in via di estinzione.

Un momento di bellezza

La parola torni alla letteratura

Sulla questione delle presunte parole pronunciate da Michele Mari, quello più lucido (anche a ‘sto giro) mi sembra Michele Serra

Badate bene: non sono tra quelli che pensano che “non si può più dire niente”, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato “politicamente corretto”. Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?

Sacrifici #415

Spaghetti integrali con cozze e ragù di mare.

Regime Change: il Foglio – Repubblica 1-0

Capita spesso, quando sta per uscire un nuovo libro, di imbattersi nelle prime recensioni sui giornali o sui siti di informazione.

Durante la mia rassegna stampa di questa mattina ho notato che sia la Repubblica sia il Foglio scrivevano di Regime Change, il libro scritto da due giornalisti del New York Times (Maggie Haberman e Jonathan Swan) che raccoglie una quantità di episodi utili a capire meglio cosa passa per la testa di Trump, anche nei rapporti con gli alleati.

Fin qui nulla di strano.

C’è però un dettaglio curioso. Nell’articolo de il Foglio il libro viene presentato come una pubblicazione di prossima uscita.

Leggendo la Repubblica, invece, sembra che sia già disponibile in libreria.

Chi ha ragione, dunque? Marco Bardazzi, che specifica chiaramente come finora siano state pubblicate soltanto alcune anticipazioni del volume, oppure Massimo Basile, che ne parla come di un libro già uscito?

La risposta, in realtà, è piuttosto semplice e si trova già nel titolo, ma se volete togliervi ogni dubbio basta controllare la data di pubblicazione.

Sacrifici #414

Cappuccetti fritti, sale e limone.

Una foto

Nell’epoca dell’apparire, una cosa del genere non so se mi fa più sorridere o mette tristezza.

Quando imposti i rapporti internazionali così, questo è il minimo che può capitarti.

Scambiare i complimenti per lealtà e l’affinità politica per una garanzia di affidabilità è un errore che in politica internazionale si paga caro: Giorgia Meloni sembra aver creduto che il rapporto personale con un leader dall’ego ingombrante fosse un punto di forza. In realtà, quando si entra nel suo gioco, si finisce inevitabilmente per recitare una parte nel suo spettacolo.

E a pagare il prezzo di questa illusione è l’intero Paese.

Delitto in cornice

Con Delitto in cornice, Giancarlo De Cataldo dimostra ancora una volta la sua capacità di costruire storie che vanno oltre il semplice meccanismo investigativo: il romanzo è certamente un giallo, ma è anche un viaggio dentro le fragilità umane, le passioni e le contraddizioni che si nascondono dietro le apparenze.

L’intreccio è solido e coinvolgente. De Cataldo accompagna il lettore tra misteri, sospetti e colpi di scena senza mai perdere il controllo della narrazione. La tensione cresce pagina dopo pagina, ma ciò che colpisce davvero è la cura con cui vengono tratteggiati i personaggi: nessuno è soltanto ciò che sembra essere: ognuno porta con sé una storia, un dolore, un desiderio inconfessato.

L’ambientazione legata al mondo dell’arte aggiunge fascino e originalità al racconto: i quadri, le cornici e ciò che rappresentano diventano parte integrante della vicenda, quasi fossero personaggi silenziosi che osservano gli eventi e custodiscono segreti.

La scrittura di De Cataldo resta uno dei punti di forza del libro: elegante ma accessibile, ricca di dettagli senza risultare mai pesante. L’autore riesce a mantenere il ritmo del giallo e allo stesso tempo, regalare riflessioni che rimangono nella mente anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.

Delitto in cornice è una lettura che soddisfa sia gli amanti del mistero sia chi cerca nei romanzi qualcosa di più di una semplice indagine: un libro capace di intrattenere, emozionare e ricordare che dietro ogni enigma si nasconde sempre una storia profondamente umana.

Il mondo dell’arte contemporanea romano è sconvolto dall’inquietante morte di una sua controversa protagonista. L’ambiente, si sa, è popolato da soggetti celebri e imprevedibili, pane per i denti di Manrico Spinori, abituato a risolvere situazioni intricate. Tra personaggi eccentrici, critici vanesi e collezionisti capricciosi, l’imperturbabile Pm melomane dovrà far luce su un mistero che sfida tanto la sua razionalità quanto il suo gusto estetico.

Verena Rex, provocatoria artista esperta in scarificazione, viene rinvenuta senza vita nel capannone dove filmava le sue performance. Causa del decesso: un taglio alla giugulare. Nessuno sa niente, nessuno ha visto niente; computer e cellulare della vittima sono spariti. È stato un incidente o Verena ha inscenato un suicidio «artistico»? Mentre sul mercato le quotazioni delle sue opere salgono vertiginosamente, un secondo delitto complica la vicenda. Ma, per fortuna, ad aiutare Manrico Spinori nelle indagini c’è una formidabile squadra: formata solo da donne.

Il contino avvertiva, in quella storia, una nota falsa, una dissonanza vaga che non era ancora riuscito a individuare. E quanto all’orizzonte musicale, silenzio assoluto. In piú di un’occasione l’opera era venuta in suo soccorso, suggerendogli una soluzione che, per quanto improbabile, si era poi rivelata quella giusta. Ma stavolta…

Il mondo di questi anni

È sempre interessante leggere il blog di Luca Sofri

Il mondo di questi anni ci ha abituati che su ogni cosa di qualunque scala si debba prendere posizione, a ogni critica si debba rispondere, a ogni argomento buttato lì dal primo che passa su un social network, o su un giornale che ha preceduto l’arrivo degli hater di un decennio, si debbano opporre ragioni. Anche quando non ne sappiamo niente, anche quando avremmo tutti cose migliori da fare, anche quando la questione è insignificante («eh, ma è il principio!»), anche quando è chiaro che stiamo cascando in una strumentale richiesta di attenzioni, da parte di troll o di giornali quotidiani.

Vietare i social o insegnare ad abitarli?

Vietare i social agli under 16 sembra una soluzione semplice a un problema enorme. Ed è proprio questo che mi lascia perplesso: quando un tema è complesso, le scorciatoie raramente funzionano.

Sì, i social possono essere tossici. Possono amplificare ansie, dipendenze, bullismo, solitudine. Ma davvero pensiamo che basti spegnere un interruttore per risolvere tutto?

La domanda che mi faccio è un’altra: dov’erano gli adulti mentre le piattaforme diventavano il luogo dove intere generazioni crescevano senza strumenti? Dov’era la scuola? Dov’era una vera educazione digitale? Dov’era la politica quando algoritmi pensati per catturare attenzione diventavano più forti di qualsiasi presidio educativo?

Vietare è spesso la risposta più facile. Educare è la più difficile.

E poi c’è un rischio enorme: trasformare i ragazzi in un problema da contenere, invece che in persone da accompagnare. Perché il punto non è se un quindicenne entrerà online (entrerà comunque, magari aggirando divieti e controlli) ma con quali strumenti critici lo farà.

Forse il problema non è che i ragazzi stiano troppo sui social: forse il problema è che noi adulti abbiamo smesso da tempo di capire il mondo in cui vivono.